Libia. Saif al-Islam, figlio di Gheddafi, condannato a morte

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Saif al-Islam è stato condannato in contumacia da un tribunale di Tripoli nell’ambito di un processo che vede imputati anche altri esponenti del governo di Muammar Gheddafi, catturato al culmine della rivolta del 2011 e morto nell’ottobre di quell’anno. Saif al-Islam, secondo l’agenzia di stampa libica, è stato condannato con l’accusa di «genocidio». Anche l’ex numero uno dell’intelligence di Gheddafi, Abdullah Senussi, e l’ex premier Baghdadi al-Mahmoudi sono stati condannati a morte con la stessa accusa.

Il processo si è aperto nell’aprile 2014 e  si è concluso con la condanna a morte per un totale di nove imputati, mentre altri otto sono stati condannati all’ergastolo. Sette imputati dovranno scontare 12 anni di carcere e altri quattro sono stati condannati a dieci anni di prigione. Cinque persone sono state condannate a pene detentive non inferiori ai cinque anni e quattro sono state assolte.

Alla vigilia del verdetto, il ministro libico della Giustizia, Al-Mabrouk Ghraira Omran, aveva lanciato da Beida un appello alla comunità internazionale affinché non riconoscesse le sentenze. I giudici, ha detto, lavorano «nel timore di omicidi e rapimenti».

Saif al-Islam è stato catturato nel novembre 2011 e da allora è trattenuto da un gruppo di miliziani di Zintan, nel nordovest della Libia, che non riconoscono il governo di Tripoli. All’inizio del processo Saif al-Islam partecipava alle udienze in collegamento video, poi non è più apparso. I miliziani di Zintan si sono sempre rifiutati di consegnare Saif al-Islam alle autorità di Tripoli, pur avendo accettato lo scorso anno l’apertura nella capitale del processo a carico del figlio di Gheddafi.

HRW, PROCESSO SEGNATO DA GRAVI VIOLAZIONI  

Il processo in cui Saif al-Islam Gheddafi, figlio di Muammar Gheddafi, è stato condannato alla pena di morte insieme ad altri otto esponenti del passato regime libico è stato segnato da «gravi violazioni». Lo denuncia Human Rights Watch, secondo cui la «Libia ha perso una importante occasione» per la giustizia nel dopo-Gheddafi. Le sentenze non sono definitive e Hrw chiede alla Corte Suprema una «revisione indipendente» dei verdetti, con valutazione delle prove e della gestione del processo.

«Il procedimento è stato segnato da persistenti, credibili accuse di violazioni del giusto processo – ha detto Joe Stork, numero due di Hrw per il Medio Oriente e il Nord Africa – e vittime dei gravi crimini commessi durante la rivolta del 2011 meritano giustizia, ma la giustizia può arrivare solo con procedimenti giusti e trasparenti». Secondo l’organizzazione, contraria alla pena di morte «in tutte le circostanze», l’attuale «crisi politica» in Libia con il «deterioramento delle condizioni di sicurezza mette anche in dubbio la capacità dei giudici di giudicare in modo imparziale e indipendente».

Hrw ricorda che vari avvocati della difesa hanno denunciato di non essere stati in grado di incontrare i propri assistiti e come tra l’altro l’ex premier Abuzaid Dorda, tra i nove condannati a morte, abbia affermato che due suoi legali si sono dimessi a causa di minacce. Per Stork «ci sono seri dubbi sul fatto che giudici e pubblici ministeri possano essere veramente indipendenti quando prevale la totale anarchia e alcuni gruppi sono spudoratamente al riparo dalla giustizia». «Questo processo si è tenuto nel mezzo di un conflitto armato e in un Paese diviso dalla guerra, dove l’impunità è diventata la norma», ha aggiunto il numero due dell’organizzazione per il Medio Oriente e il Nord Africa.

 

CHI E’ SAIF AL-ISLAM

Saif al-Islam Gheddafi, 43 anni, delfino del defunto colonnello Muammar Gheddafi, è stato considerato a lungo l’erede designato dell’ex leader libico catturato a Sirte al culmine della rivolta del 2011 e poi morto nell’ottobre di quell’anno. Saif al-Islam è stato catturato nel novembre di quattro anni fa nel sud della Libia, mentre tentava la fuga verso il Niger. Dal 2011 Saif al-Islam, secondogenito di Muammar Gheddafi, è ricercato dal Tribunale penale internazionale per crimini contro l’umanità. Prima della cattura da parte di miliziani di Zintan, dove sarebbe tuttora trattenuto, era stato dato più volte per morto o arrestato o in fuga verso Paesi vicini.

Quando era ancora in vita il padre, la stampa occidentale lo aveva più volte definito come il «volto democratico della Libia all’estero». Saif al-Islam, che fino a pochi anni fa trascorreva più tempo a Londra che in Libia, si è contraddistinto in passato per aver criticato il padre, chiedendo di avviare riforme in senso democratico. Lasciata la patria nel 2006, vi aveva fatto ritorno con un master alla London School of Economics (Lse) e una tesi sulla natura anti-democratica della governance globale, poi rivelatasi copiata. È stato a capo di una fondazione che porta il nome di famiglia e ha ricoperto incarichi delicati nel regime, fino allo scoppio della rivolta del 2011 durante la quale ha usato toni durissimi. La condanna a morte emessa da un tribunale di Tripoli con l’accusa di «genocidio» non è definitiva.