Libia, l’Unità in differita


 

(Roberto Mulas) – Dopo mesi di trattative è finalmente arrivata l’intesa che unisce le due forze libiche provvisorie, Tripoli e Tobruk. È stato firmato a Skhirat, in Marocco, l’accordo politico che prevede la nascita del un governo di unità nazionale, a siglarlo Saleh Makhzoum, il secondo vice presidente del Congresso nazionale generale di Tripoli, e Emhmed Shaib, deputato del Parlamento di Tobruk. Entrambi i capi dei due Parlamenti rivali avevano inizialmente dichiarato che i firmatari dell’intesa non rappresentavano le due Camere ma l’inviato speciale dell’Onu, Martin Kobler, succeduto al fallimentare Bernardino Leòn, ha parlato alla cerimonia per la nascita dell’esecutivo di unità libico garantendogli totale appoggio delle Nazioni Unite. La firma è stata accolta da uno scrosciante applauso mentre i due rappresentanti, visibilmente commossi, si sono abbracciati.

«Questa è una giornata storica per la Libia», ha commentato Martin Kobler, «Firmando questo accordo politico – ha affermato il diplomatico tedesco – si sta portando a termine un processo, si sta voltando pagina». «In Libia – ha continuato Kobler, rivolgendosi ai firmatari – siete personaggi politici importanti e la vostra presenza qui dimostra il vostro impegno a far ripartire la transizione democratica». «Avete accettato compromessi – ha proseguito – a beneficio della Libia. Avete dimostrato coraggio, perseveranza e determinazione. Tutti i partecipanti hanno fatto sacrifici, l’alternativa sarebbe stata molto peggio». Mission completed. Parole senza ombra di dubbio incoraggianti che si schierano dalla parte di un governo fortemente voluto dall’intera leadership internazionale. Dopo Leòn, non si poteva fallire ancora. Da oggi si cercherà un percorso comune contro le varie fazioni fondamentaliste interne createsi nello sfacelo del paese, compresa l’Isis che da mesi controlla alcuni punti strategici della Libia come Sirte. Stando alle ultime notizie, i militanti del Califfati si starebbero infatti scavando trincee e costruendo barriere nei dintorni di Nufaliyah (130km a est di Sirte) con lo scopo di proteggersi da possibili raid della neo-aviazione libica.

Un ruolo chiave del raggiungimento di questa nuova ‘democrazia’ mediorientale ha avuto la conferenza internazionale, lanciata dal Ministro degli Esteri italiano, Paolo Gentiloni appena una decina di giorni fa e promossa da Italia, Stati Uniti e Nazioni Unite per trovare un’intesa su un governo di unità nazionale libico che potesse far fronte all’avanzata dell’Isis. Non solo Kobler a ricevere gli omaggi e le congratulazioni del Segretario di Stato americano, John Kerry bensì anche Gentiloni per essersi prodigato nel cercare una soluzione. Plausi generali quindi, che dimenticano una nuova realtà che si affaccia da domani. Negli ultimi anni la situazione interna libica non è stata ferma in attesa di zampini esterni che cercassero soluzioni con strette di mano ma ha continuato a muoversi, costruendo nuovi gruppi fondamentalisti, gettando basi solide al Califfato e alimentando la corruzione con la tratta dei migranti africani, di cui si ha avuto abbondante notizia. Un failed state che per ora rimane tale, nonostante lo scroscio di applausi e la commozione dei partecipanti a Skhritat.

La probabile paura è che non si ripeta ciò che è accaduto in Iraq, paese mai sollevatosi dopo la caduta di Saddam Hussein, durante la guerra nata per timore che potesse avere armi chimiche. Mai trovate.

Eppure c’è una verità scomoda che non viene letta sui principali quotidiani italiani, che è stata data ma viene completamente dimenticata nel giorno della firma ufficiale di questo governo di unità nazionale.

I rappresentanti dei due Parlamenti in Libia, di Tripoli e Tobruk, hanno deciso il 6 dicembre di creare un comitato di cinque componenti di ciascuna Camera con l’obiettivo di nominare il primo ministro di un governo di unità nazionale entro 15 giorni, al fine di risolvere il conflitto. Secondo un comunicato rilasciato sul sito del Congresso Nazionale Generale (Cng), le due parti si sono incontrate nella capitale tunisina la notte del 5 dicembre per trovare un un ‘accordo libico-libico’ senza la presenza di una parte straniera o della mediazione internazionale.

Il documento è stato firmato da Awad Abdelsadek, vice presidente del Congresso Generale Nazionale (il Parlamento di Tripoli) e il parlamentare Ibrahim Amish, rappresentante del Congresso dei Deputati (il Parlamento di Tobruk).  «Raggiungere la pace e l’armonia e la sicurezza per tutti in uno stato di diritto», si legge nella nota.

E’ proprio questo il contenuto di entrambi i documenti, compreso quello firmato il 17 dicembre 2015.  «Si tratta di un momento storico che il popolo libico sperava da tempo, che gli arabi speravano e che il mondo intera si aspettava», ha dichiarato Awad Abdelsadek durante una conferenza stampa a Tunisi ai primi di dicembre. Questa è una «storica opportunità che non tornerà una seconda volta», ha aggiunto invitando «tutti i paesi limitrofi e la comunità internazionale a sostenere questo accordo, che renderà la regione più sicura».

E’ proprio nel giorno in cui ricorre il quinto anniversario all’inizio del movimento definito ‘Primavera Araba’ quando il 17 dicembre 2010 il giovane Mohammed Bouazizi si bruciò per protesta davanti al municipio di Sid Bouzid, dimenticata località della Tunisia profonda, solo oggi – a distanza di 5 anni –  la Libia ha avuto una boccata d’aria che la inserisce finalmente nel movimento rivoluzionario.

Il merito pare tutto del prodigo Kobler e dell’intera, e sottolineo proprio tutta, comunità internazionale. Eppure la volontà c’era da tempo, le teste pensanti pure e il dialogo tra i due parlamenti libici non mancava.

Cinque anni fa neanche l’ombra di Isis, e oggi l’assetto politico mondiale è decisamente capovolto: gli Stati Uniti colloquiano con Russia e parlano di Nucleare seduti ad un tavolo con l’Iran. Gli obiettivi dei petrol-stati sembrano essersi seriamente agghindati di un’aura di buoni propositi. I costanti meeting su Libia, Siria, Israele e Palestina hanno in questi ultimi anni proliferato con l’intento di creare democrazia. Il terrorismo ha unito persino nella lotta al terrorismo 32 stati arabi con svariati filoni interni quali shiismo, sunnismo, wahabismo e così via con la grazia di tutte le super potenze mondiali. Tutti uniti contro l’Isis. Col paradosso che crei pace, unione, dialogo e democrazia. Non c’è guerra senza un cattivo e non c’è pace senza guerra. Persino in Libia. Trovata la soluzione a Tripoli, bisogna solo sperare che non avvengano lotte intestine sulla ridefinizione dei confini e sulla localizzazione degli uffici governativi, poco importa se la maggior parte dei suoi abitanti sono disoccupati. Poi, gli sforzi  si concentreranno unicamente sulla Siria in cui ancora governa uno stato scomodo, un “regime”  – come l’occidente si è abituato a chiamarlo. E allora ancora, a trovare nuove soluzioni, a creare nuovi meeting, nuovi incontri per cercare soluzioni con strette di mano e lavorare per unire le fazioni islamiste interne, i ribelli di Assad e i filo-governativi ma soprattutto tutti insieme contro l’Isis. Che ha la sua capitale in Siria.