Marocco, il partito Giustizia e sviluppo vince le elezioni. Islamizzazione fantasia mediatica


 

Il Partito Giustizia e sviluppo (PJD), da cinque anni alla guida della coalizione governativa, vede confermata la vittoria alle elezioni amministrative del Marocco di venerdì 7 ottobre. Su 395 seggi alla Camera dei Rappresentanti il Pjd ne ha ottenuti 125. A comunicarlo è stato il ministro dell’Interno, a scrutinio completo. Il suo principale rivale, il Partito dell’autenticità e della modernità (Pam) ne ha invece ottenuti 102. Quest’ultimo aveva condotto una campagna tutta centrata sul contrasto al processo di “islamizzazione” della società in Marocco. Ilyas El Omari, segretario generale del partito liberale, ha detto che fare parte di un governo guidato dagli islamisti “è fuori questione”, in quanto “i nostri valori e i nostri progetti sociali non hanno niente in comune”. Il PJD è entrato nella scena politica marocchina nel 1997 e fino a oggi ha vissuto esperienze parlamentari diverse che hanno fatto in modo che si integrasse bene nel sistema esistente.

Ad ogni modo, nessun partito ha conquistato la maggioranza, per cui il Pjd sarà costretto a formare un governo di coalizione. Un’operazione tutt’altro che semplice visto che il rivale PAM ha già chiuso la porta a una possibile alleanza.  In base a quanto sancito dalla Costituzione del 2011, un partito politico non può ottenere la maggioranza dei voti e favorisce, invece, la formazione di governi di colazione. Bisognerà dunque attendere un eventuale accordo di governo prima che il Re Mohammed VI designi il futuro Primo ministro tra le figure del Pjd.

Gli altri due partiti, Istiqlal e Rai, si sono tenuti a grande distanza dagli altri due. Il tasso di partecipazione, inferiore di due punti rispetto all’ultima tornata elettorale del 2011, si è attestato al 43%. Questo significa che solo 6,7 milioni di votanti si sono recati alle urne rispetto al 15,7 aventi diritto.

Alla chiusura dei seggi, il Pjd aveva denunciato dei tentativi di brogli per favorire i rivali del Partito per la modernità. Lo stesso leader del Pjd, in pieno spoglio, aveva denunciato irregolarità e brogli per poi ricredersi a vittoria quasi definitiva, dichiarando l’evento come «un giorno di gioia e una vittoria per la democrazia».

Anche in campagna elettorale non erano mancate voci su presunte compravendite di voti. Si parlava, in particolare, di uno scambio montoni-voti, per l’annuale Festa del sacrificio. Ma la squadra di 15 osservatori del Consiglio europeo che ha monitorato lo scrutinio fuga ogni dubbio: “Le elezioni legislative in Marocco si sono svolte in maniera totalmente trasparente e non è stato rilevato alcun broglio”. I delegati hanno lodato la “professionalità” del ministero degli Interni nell’organizzazione del voto.

E’ un errore semplificare il risultato elettorale, come hanno fatto i media occidentale, solo come un voto islamista, perché in realtà i dati fotografano una società plurale che sì rimane fedele alla sua identità e tradizione islamica, ma senza pulsioni estremiste o forti divisioni. Il Marocco, in definitiva, anche con questo voto dimostra di essere un Paese con lo sguardo rivolto verso la modernità.

Su questo punto è intervenuto lo scrittore algerino, naturalizzato italiano, Tahar Lamri, che ha scritto: “Nei contesti arabo-islamici, pare, qualsiasi partito in odore di islam è islamista: sottinteso oscurantista, jihadista, anti democratico, ecc. Nessuno dice che il Pjd (Partito Giustizia e Sviluppo), che si definisce “partito politico nazionale” e nulla più, già al governo dal 2011, ha governato assieme agli ex comunisti del Partito del Progresso e del Socialismo, al partito di centro-destra RNI (Raggruppamento Nazionale degli Indipendenti), ai liberali del MP (Movimento Popolare). E che, anche questa volta, il PJD dovrà formare un governo di coalizione ed è probabile che non ce la farà e che il governo lo formi il secondo partito emerso da queste elezioni, il PAM (Partito dell’Autenticità e Modernità). Nessuno parla della società civile marocchina, una delle più dinamiche del cosiddetto mondo arabo”.

Secondo lo scrittore algerino, il PJD al governo non ha mai promosso una legge che si possa definire islamica: “E’ stato semplicemente un buon esecutore dei programmi del Fondo Monetario Internazionale che hanno impoverito di più il Marocco dimenticato, quello nascosto, quello non utile. Lo spauracchio islamista è un albero buono per nascondere tutte le foreste, anche la tanta decantata foresta della volontà popolare, quando si parla di quella parte del mondo”.

Di notevole aiuto per la comprensione della stabilità marocchina c’è il volume di Stefano Fabei, dal titolo “Storia del Marocco moderno, dai protettorati all’indipendenza” (Irfan Edizioni, euro 19,50). L’autore sottolinea come Muhammad VI da alcuni anni abbia promosso riforme politiche, economiche e sociali, assicurando stabilità al proprio regno e riducendo le possibilità di manovra dei gruppi integralisti vicini ai salafiti. Il re è visto dai sudditi come il garante della pace, anche in considerazione del fatto che alla monarchia non sembrano esserci alternative praticabili, senza cadere nel fanatismo e nell’intolleranza emersi altrove. Per Fabei le ragioni di questa realtà affondano nella storia stessa del Paese e del suo movimento per l’indipendenza conquistata nel 1956.