Il femminismo nord-americano e le ultime elezioni presidenziali in USA: hanno tutte sostenuto Hillary Clinton?


 

di Maddalena Celano 

Sinistra e mistificazioni etnocentriche e sessiste (parte 1)

Populismo e femminismo rivoluzionario latino -americano (parte 2)

Che dire della seconda fase descritta da Fraser, della metamorfosi del femminismo sotto il neoliberismo? Fraser distingue tra Primo e Terzo Mondo, il neoliberismo si è imposto con la mano armata del debito-pubblico, le istituzioni finanziarie internazionali hanno applicato programmi di aggiustamento strutturale e tagliato la spesa statale.  Fondamentalmente, in paesi come il Brasile e l’Argentina, le politiche neoliberiste sono state attuate da regimi post-dittatura. Questa transizione simultanea al neoliberismo e alla democrazia liberale, nella maggior parte dell’America Latina, ha avuto un chiaro significato politico: la vittoria della democratizzazione, per cui la sinistra aveva combattuto, anche segnando la sconfitta delle alternative sociali ai rapporti capitalisti. In gioco qui era la geopolitica della regione latino-americana, in particolare gli interventi diretti e indiretti degli Stati Uniti, il trionfo globale dell’Occidente nella guerra fredda, il crollo del socialismo reale che conduce a una più ampia perdita di legittimità delle sinistre. Fu in questa situazione che l’emancipazione femminile è stata riformulata in termini di partecipazione al mercato.

Come osserva Fraser, il femminismo negli USA ha prosperato nell’era del neoliberismo; da movimento contro-culturale radicale è diventato un fenomeno sociale di massa, trasformando intese sociali e rimodellando di “buon senso”, la famiglia, il lavoro e la dignità. La partecipazione delle donne all’economia salariata in un numero storicamente senza precedenti è stata pietra angolare delle strategie della “flessibilizzazione” del lavoro.

Date le condizioni reali d’intensificazione della precarietà economica e sociale, sono stati avviati diversi programmi anti-povertà “di genere”, giustificati in termini di self-empowerment e inclusione, in pratica, operano anche come meccanismi di esclusione. In particolare, l’eccessiva ‘responsabilizzazione’ delle donne in America Latina è andato di pari passo con un drammatico aumento nella criminalizzazione della povertà e della povertà del sesso maschile, in particolare, attraverso i sistemi carcerari sempre più privatizzati. Gli uomini licenziati dalla ristrutturazione del capitalismo sono gli obiettivi di strategie coercitive di contenimento.  Ancora una volta, il Cile è esemplare, perché ha uno dei più alti livelli di carcerazione nella regione rispetto alla popolazione generale, con un nuovo sistema di prigioni private costruite sotto i governi dei socialisti Ricardo Lagos e Michelle Bachelet.

Il femminismo (singolare) è ‘stato recuperato’ dal neoliberismo, o ‘coinvolto in’ un collegamento con esso, o “usato” per mercanteggiare e ridimensionare lo stato. Obiettivo fondamentale fu la continua segmentazione del lavoro e dei servizi alla persona in un’ottica “di-genere” che, in realtà, non ha fatto altro che rendere le donne ulteriormente sottoposte al sistema-neoliberista come al potere maschile. Nonostante questo quadro desolante, negli U. S.A., non mancano visioni femministe radicali ed intersezionali che prevedono un’ analisi globale e complessa dei sistemi di oppressione, riletti in chiave marxista. La cultura politica del capitalismo organizzato dallo Stato ha immaginato il cittadino idealtipico come lavoratore maschio di maggioranza etnica bianca-caucasica, breadwinner (dispensatore della pagnotta) e uomo di famiglia. Si prevede, inoltre, che il salario di questo lavoratore debba essere il principale, se non l’unico sostegno economico della famiglia, mentre qualsiasi guadagno della moglie dev’ essere meramente supplementare. Profondamente genderizzato, questo costrutto del “salario familiare” è servito  sia come ideale sociale che connota la modernità̀ e la mobilità ascendente, sia come base per la politica statale in materia di occupazione, welfare e sviluppo.

Ovviamente, l’ideale non ha riguardato la maggior parte delle famiglie, mentre un salario maschile non era di per sé sufficiente a sostenere i figli e una moglie non occupata. Nello stesso tempo, l’industria fordista cui era legata l’idea di famiglia è stata presto ridimensionata dal fiorire di settori di servizi familiari e di cura a bassi salari. Ma negli anni Cinquanta e Sessanta, l’idea del salario familiare serviva ancora a definire le norme di genere e a disciplinare chi avrebbe potuto violarle, rinforzando l’autorità̀ degli uomini nell’unità familiare e incanalando le aspirazioni nel consumo domestico privatizzato. In modo altrettanto importante, valorizzando il lavoro salariato, la cultura politica del capitalismo organizzato dallo Stato ha oscurato l’importanza sociale del lavoro di cura non retribuito e del lavoro riproduttivo.  Istituzionalizzando le interpretazioni androcentriche di famiglia e lavoro, ha naturalizzato le ingiustizie di genere sottraendole alla contestazione politica. Teoriche di una “rivoluzione-radicale” della società, che “riformulasse” le teorie di genere in chiave più egualitaria e progressista e un’equa redistribuzione delle ricchezze, furono prevalentemente le donne appartenenti alle minoranze (afrodiscendenti e le meticce). Così, tra i movimenti della sinistra radical-rivoluzionaria, negli USA, s’impone il femminismo-intersezionale. Le origini del femminismo intersezionale risalgono agli anni ’70 negli Stati Uniti quando il femminismo nero (e messicano) rese visibili i simultanei effetti della discriminazione circa la razza, il genere e la classe sociale.
La caratteristica dell’analisi intersezionalista è il decentramento del soggetto del femminismo, denunciando la prospettiva di parte del femminismo egemonico bianco di oscurare le “peculiarità”, le condizioni e i valori comuni di diverse identità subordinate (come le donne nere, le meticce, le indie, le disabili, etc.). Il concetto di intersezionalità fu coniato da Kimberlée Crenshaw, che lo definì come “l’espressione di un sistema complesso di strutture che sono molteplici e simultanee” con il fine di rivelare i diversi modi in cui la razza e il genere influiscono per dare forma alle complesse discriminazioni delle donne nere negli Stati Uniti.
Poiché slegare l’oppressione di genere dalle altre oppressioni sarebbe riprodurre le stesse logiche di sottomissione e di marginalità che il femminismo critica. Come dichiara Ochy Curiel, “il femminismo in Occidente non si è liberato completamente della logica maschile e eurocentrica”.
Esempio fulgido di femminismo “intersezionale”, negli USA, è Angela Davis. Angela Davis è una studiosa, combattente per la libertà, ex prigioniera politica, icona sociale e civile.  Il mese scorso, Angela Davis, durante una lezione pubblica all’Università del Texas a Austin, affermò che durante le ultime elezioni presidenziali non avrebbe votato per Hillary Clinton, in quanto rappresentante dell’ establishment e del potere economico-bianco. Quest’affermazione fece il giro degli USA e influenzò molto l’elettorato nero e radicale.

Disse: “ho seri problemi con l’altro candidato, ma non sono così narcisista nell’ affermare che non potrò votare per lei“, ha detto Davis.

Una volta mi è stato chiesto di terminare la dichiarazione con “Il mio femminismo è …” E non ha ci volle molto per trovare una risposta. Sono gay e donna di colore. Il mio femminismo è intersezionale. Se si desidera riconoscere o no, le proprie esperienze di vita sono una forma dall’intersezione di classe, razza, genere, orientamento sessuale e identità”.

Alle donne di colore veniva spesso chiesto di scegliere cosa fosse per loro più importante, il movimento per i diritti civili femminili o il movimento di liberazione nero. Naturalmente, non vi era altra scelta. Non si può discutere il rapporto tra femminismo e il movimento di liberazione nero senza menzionare il nome di Angela Davis. Conosciuta per il suo lavoro di advocacy e per l’intersezione di questioni come genere, razza e politica, che l’ha portata alla ribalta nei primi anni ’70 per il suo attivismo radicale e per la lotta per la libertà dei prigionieri politici in tutto il mondo, Angela Davis è stata una forza formidabile nel femminismo e nel movimento di liberazione nero per oltre quattro decenni. All’inizio di questo mese, a pochi giorni del timido 44 ° anniversario dalla sua assoluzione per l’accusa di omicidio, è stata insignita al Brooklyn Museum per un importante riconoscimento. L’evento annuale premia le donne straordinarie che si sono distinte in vari ambiti. Alla presenza di Chirlane McCray (First Lady di New York) e Elizabeth A. Sackler (fondatrice del Centro Sackler e del Brooklyn Museum) e membra delle cinque organizzazioni di giustizia sociale: Fondo di Salvataggio della Brooklyn Community, Bard Prison Initiative, College e Comunità Fellowship, Associazione Carcere Femminile, e Black Lives Matter.

Angela Davis e Gloria Steinem si sedettero per una conversazione sull’importanza dei movimenti dopo una proiezione parziale di un film del 2013 dal titolo, “Free Angela e tutti i prigionieri politici”. Diretto da Shola Lynch, film che documenta la vita rivoluzionaria di Davis. Nel 1969, Angela Davis ottenne l’attenzione nazionale dopo essere stata rimossa dal suo posto d’insegnante, in gran parte a causa del governo Ronald Reagan, a seguito del suo attivismo sociale e la sua appartenenza al Partito Comunista degli Stati Uniti d’America. Nel 1970, è stata inserita in una lista di ricercati del FBI con false accuse, ed è stato oggetto di una perquisizione da parte della polizia che culminò in uno dei più famosi processi nella storia degli Stati Uniti. Durante la sua detenzione durata sedici mesi, una massiccia campagna internazionale è stata organizzata al nome di Free Angela Davis, che portò alla sua assoluzione nel 1972.

Steinem chiese a Davis anche che genere di rapporto vi fosse tra femminismo e liberazione dei neri. Angela Davis risponde:

Sono sinonimi. Non si può avere il femminismo senza uguaglianza razziale. Il femminismo non può raggiungere i suoi obiettivi senza intersezionalità. Io non sono una  che detta il proprio il femminismo, ma per citare Flavia Dzodan , “Il mio femminismo sarà intersezionale o sarà una stronzata.” Il femminismo non può ignorare l’incarcerazione di massa della comunità nera, l’alto tasso di donne trans di colore che sono uccise o la brutalità della polizia verso i neri che resta impunita. (3. fine)

 

Fonte: http://bust.com/feminism/16553-angela-davis-and-black-lives-matter-why-my-feminism-is-intersectional.html