Trump può salvare la politica USA in Medio Oriente o può peggiorarla?


 

(Peter Apps) – Mentre i risultati delle elezioni arrivavano a poco a poco nelle prime ore del 9 novembre, le truppe governative siriane davano inizio a un altro assalto ad Aleppo – con gli operatori umanitari e i centri medici di nuovo sulla linea del fuoco. Quando gli storici guarderanno a ritroso alla presidenza di Barack Obama, potranno chiaramente vedere come la gestione della Siria – e forse dell’intero Medio Oriente – sia stata la sua più grande sconfitta personale. Ora, il futuro della regione geo politicamente più ingarbugliata al mondo sta per essere scaricata sulla scrivania di Donald Trump.

In confronto con gli outsider che in passato hanno cercato di guidare il suo destino – Winston Churchill, Frank D. Roosevelt, le molteplici figure discordanti delle ultime due amministrazioni – Trump è chiaramente e miseramente impreparato. L’Organizzazione Trump ha solo un’infarinatura dei reali progetti territoriali in Medio Oriente – un paio di torri in costruzione ad Istanbul, molti affari in corso in Arabia Saudita. I più importanti sono due campi da golf in costruzione a Dubai – e uno dei quali ha prontamente deciso di rimuovere il suo nome l’anno scorso dopo che il favorito del partito Repubblicano ha minacciato di mettere al bando l’immigrazione mussulmana negli Stati Uniti.

Per i presidenti americani, esperti e intellettuali chiaramente non ci sarebbe stata possibilità di successo, in Medio Oriente come altrove. Trump ha uno spiraglio per ricomporre in qualche modo le relazioni – ma cosa significhi e come andrà a finire, è tutt’altro che chiaro. Come più o meno ogni cosa che riguarda il neo eletto presidente, i segnali per ora sono contraddittori.

Trump non ha deliberatamente mai rivelato niente riguardo il suo “piano segreto” per sconfiggere Daesh, un punto che fornisce molto materiale per gli attori satirici del “Saturday Night Live”. Per la verità, non abbiamo la più pallida idea se lui abbia o no un piano. Secondo le prime indicazioni, comunque, sembrerebbe che veda la lotta al gruppo e alle organizzazioni simili come il centro focale della sua strategia di sicurezza in Medio Oriente e nell’intera nazione.

Questo, per lo meno, è certamente il messaggio inviato da uno dei suoi primi collaboratori designati, il generale in pensione Lieutenant Micheal Flynn, che ha nominato consigliere per la sicurezza nazionale. Precedente capo dell’Agenzia militare d’intelligence per l’estero, Flynn ha chiarito che alcune sue scelte sono impraticabili quando si tratta di combattere i militanti islamici. In maniera più controversa, ha anche chiarito la propria visione riguardo la guerra fra gli Stati Uniti e la religione islamica in sé- parlando di un “movimento politico” esistenzialmente opposto agli Stati Uniti.

Chiaramente, così come la maggior parte della retorica di Trump durante la campagna elettorale, questo è un messaggio indirizzato al pubblico americano, e probabilmente gli è tornato utile. Queste affermazioni, comunque, sono inevitabilmente circolate per tutto il Medio Oriente. E potrebbero rivelarsi più controproducenti di qualsiasi altra decisione politica.

Non solo insinua che ogni mussulmano sia un militante che sta agendo in modo terribile in Medio Oriente, ma potrebbe anche aiutare Daesh a “militarizzare” i mussulmani già radicalizzati presenti in Europa e Stati Uniti. Dopotutto, Daesh ha sempre trasmesso alle popolazioni islamiche il messaggio: o con noi o con un Occidente aggressivo, inflessibile e anti-islamico. I governi locali e l’amministrazione Obama sono riusciti a portare avanti con discreto successo l’idea che questo sia grottescamente semplicistico, che Daesh e i suoi metodi siano semplicemente un brutale e nichilistico percorso verso il nulla.

Nella peggiore delle ipotesi, Trump e la sua cerchia potrebbero diventare il più efficace mezzo di propaganda che Daesh possa desiderare.

In realtà, è tutt’altro che chiaro quale azione Trump possa intraprendere contro Daesh che sia significativamente diversa da quella del suo predecessore. Gli attacchi aerei potrebbero aumentare soprattutto contro il quartier generale di Daesh nella città di Raqqa, in Siria. Le tecniche interrogatorie più aggressive dell’era Bush come l’annegamento simulato potrebbero tornare di moda. L’ampia strategia degli attacchi aerei, del supporto alle truppe locali e l’evitare un maggior schieramento di truppe probabilmente continuerà.

La battaglia di Mosul in Iraq, ad esempio, è stata coordinata più dalle forze locali che da Washington. Qualsiasi cosa Trump dica, sembra improbabile che la situazione cambi.

In ogni caso, il Medio Oriente è sempre stato più complicato della lotta alle singole organizzazioni come Daesh e al-Quaeda. Trump dovrà prendere una serie di decisioni che incideranno sulla vita di milioni di persone. Le decisioni che Trump prenderà riguardo il conflitto siriano saranno importanti quanto quelle che prenderà nella lotta a Daesh. Uno dei principali motivi per cui il presidente russo Vladimir Putin e il presidente siriano Bashar Al- Assad nell’ultimo anno hanno provato così strenuamente a conquistare Aleppo è che si aspettavano che Hillary Clinton conquistasse la Casa Bianca. Avrebbe sicuramente potuto incrementare il coinvolgimento degli Stati Uniti, cercando di far arretrare la Russia e facendo destituire il presidente siriano.

Questo avrebbe potuto avere conseguenze disastrose, portando avanti l’approccio fallimentare dell’amministrazione Obama dell’intervenire nel conflitto siriano quanto basta per farlo continuare senza apportare l’aiuto necessario ad incidere sul suo esito. Nel peggiore delle ipotesi avrebbe potuto far scoppiare una guerra con la Russia.

Un accordo di pace che permetta ad Assad di mantenere il potere potrebbe non essere la cosa peggiore, in particolare se venisse attuato con misure di sicurezza e stimoli che evitino un brutale giro di vite nel dopoguerra. In fin dei conti, ricucire il Paese sarà difficile ma non impossibile ed è un obiettivo che gli Stati Uniti possono solo incoraggiare, non imporre unilateralmente.

Se Trump e Flynn hanno una dottrina comune, essa non può prescindere dal collaborare occasionalmente con regimi autoritari come quello di Erdogan in Turchia o al- Sisi in Egitto. (Come consulente privato, il consigliere entrante per la sicurezza nazionale Flynn ha già avuto rapporti con entrambi). La “Primavera araba” del 2011 ha dimostrato come il fare affidamento sui despoti locali non basta a garantire la stabilità. Le sue conseguenze hanno dimostrato i limiti dell’America quando si tratta di intervenire sullo sviluppo degli avvenimenti in quei Paesi.

Trump e Flynn devono anche decidere cosa fare con l’Iran, che il neo eletto presidente ha descritto come “il più grande sponsor del terrorismo nel mondo”. Trump ha promesso di fare a pezzi l’accordo sul nucleare di Obama, rischiando di rendere la collaborazione più difficile di quanto possa esserlo con qualsiasi altro nemico come ad esempio Daesh.

Dopo le ultime decadi, un’amministrazione americana che agisce meno in Medio Oriente potrebbe essere nell’interesse di tutti. Il rischio, però, è che nel perseguire la vittoria in casa, la retorica di Trump possa finire per infiammare gli estremisti e lasciare il suo successore a fronteggiare problemi addirittura peggiori.

 

Traduzione per Spondasud di Elisa Pecoraro

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