Trump, la Siria e i nuovi scenari in Medio Oriente


 

(Raimondo Schiavone) – Il Centro Italo Arabo e del Mediterraneo in questi ultimi anni ha posto un’attenzione particolare alle situazioni di crisi che vi sono in Libia, Siria e Iraq, paesi che stanno vivendo una situazione di grande disagio, anche se il conflitto non è più locale ma globale. Si sta creando una situazione di “disagio complessivo” rispetto a una vicenda che è quella di un fermento che esiste nell’area del Nord Africa e del Medio Oriente. Sono due gli elementi dai quali occorre partire:

– L’elezione di Donald Trump come nuovo presidente degli Stati Uniti;

– I negoziati di Astana.

Per quanto riguarda il primo punto, gli aspetti positivi dell’elezione di Trump sono il dialogo con la Russia di Putin, la lotta all’ISIS e al terrorismo islamico, la nuova politica sulla Siria che dice “No” ai cosiddetti ribelli-terroristi e “No” al dogma della caduta necessaria di Assad. Aspetti che riaprono una situazione di dialogo tra la Russia e l’America, un dialogo che si era interrotto nell’ultimo anno.

Gli elementi di criticità, invece, sono la lotta contro l’ISIS che passa attraverso un provvedimento che è quello di “negare l’ingresso ai cittadini dei sette paesi a maggioranza musulmana”, mettendo all’interno di questo insieme anche paesi che in questo momento stanno combattendo il cosiddetto Stato Islamico. E’ il caso, ad esempio, dell’Iran che ha schierato le sue truppe in Iraq e in Siria per combattere il terrorismo, mentre inversamente l’Arabia Saudita, il Qatar, il Pakistan, l’Afghanistan e la Turchia non si trovano in questa lista nonostante siano stati, paradossalmente, finanziatori o sostenitori, diretti e non, del terrorismo di matrice islamica.

Questo ha generato una turbolenza generale e seri problemi in Iraq dove Trump ha inviato nuove truppe speciali. Il Parlamento iracheno, è bene ricordarlo, ha emesso un provvedimento in cui afferma che la presenza americana non è più gradita. Soltanto in un secondo momento, in modo tardivo, l’Iraq è stato escluso da quel provvedimento che continua a mantenere, nella sua nuova stesura, elementi di criticità e di contraddittorietà.

Un altro elemento negativo è il congelamento delle relazioni con l’Iran. L’ex presidente statunitense Barack Obama aveva sdoganato la Repubblica Islamica facendola uscire, con l’accordo sul nucleare, dalla situazione di emarginazione tipica di uno stato canaglia a cui era stata relegata negli ultimi decenni. L’idea di Trump di rivedere tale accordo riporta le lancette dell’orologio indietro nel tempo anche se, è bene sottolinearlo, il riavvicinamento alla Russia potrebbe cambiare il tutto.

Altre negatività sono lo stretto rapporto con Israele che sta dimostrando di non aver capito se sarà possibile un dialogo con la Palestina. Sicuramente la proposta provocatoria della Casa Bianca di spostare l’Ambasciata a stelle e strisce da Tel Aviv a Gerusalemme è un affronto al popolo palestinese, così come la costruzione di 2.500 nuovi alloggi in territori palestinesi. Tutto ciò crea, di fatto, un atto di guerra e, conseguentemente, anche il raffreddamento dei rapporti con l’UE.

Per quanto riguarda il secondo punto, al tavolo per la pace in Siria si sono seduti solo la Russia, la Turchia e l’Iran escludendo gli Stati Uniti e l’Europa poiché le loro posizioni sono considerate irrilevanti per la mancanza di ruolo svolto sia sul cessate il fuoco sia nel non aver contribuito all’evoluzione possibile della pace di un paese che è stato colpito, da più di cinque anni, dalla guerra e dal terrorismo, che non può essere solo ridotto allo Stato Islamico. Come risultato del negoziato di Astana si ha il rispetto delle ingiunzioni del consiglio di Sicurezza, le risoluzioni n° 2254, n° 2336 e n° 2165 che riguardano la pace e la circolazione dei civili, delle popolazioni e la cessazione delle violenze in Siria.

Per la prima volta si individuano chi sono i soggetti in conflitto e chi sono i gruppi terroristici che vanno combattuti. Qui si può notare il nuovo ruolo della Russia e la probabile nascita di una nuova Costituzione per la Siria che potrebbe diventare federale, non più araba e con il non obbligo di un presidente musulmano. Ma soprattutto, la possibilità di avere un bilinguismo nel proprio territorio perché si ha l’8% di curdi che parlano la loro lingua e potranno utilizzarla, ovviamente ci sono una serie di concessioni che il presidente Assad e il partito Bath dovranno concedere uscendo da un periodo di egemonia dal partito unico, dalla politica di stampo nasseriano per arrivare a una politica diversa.