Yemen, si aggrava l’epidemia di colera. Denuncia: chi fa la guerra nega l’asilo ai rifugiati


 

Si aggrava l’epidemia di colera nello Yemen dove, secondo la Croce Rossa Internazionale, ci sono 300.000 nuovi casi sospetti. Per l’Organizzazione mondiale della Sanità, il 41% di questi sono bambini. Oltre 1.600 persone sono morte fino a oggi a causa della malattia e le strutture sanitarie del paese sono al collasso. L’epidemia è stata provocata dal bombardamento da parte della coalizione internazionale guidata dall’Arabia Saudita, e supporta dagli Stati Uniti, della rete idrica che ha privato la popolazione dell’acqua potabile. Medici e infermieri non percepiscono lo stipendio da sei mesi e l’Oms sta pagando incentivi al personale medico per riuscire a creare una rete che possa fronteggiare l’emergenza. A causa di questa guerra spaventosa, sono circa due milioni i bimbi malnutriti.

L’altra emergenza è quella dei rifugiati, con molte persone, soprattutto giovani, che non riescono a lasciare il paese per l’impossibilità di ottenere asilo o protezione umanitaria all’estero. E sono proprio i governi occidentali, che in qualche modo supportano la guerra in Yemen, a ostacolare la procedura. Lo racconta bene Omar Basjir al quotidiano Al-Arabi al-Jadeed. Rimasto disoccupato, il giovane yemenita aveva deciso di lasciare il Paese alla ricerca di un’opportunità di lavoro o dell’asilo politico. Ma i suoi tentativi sono falliti: le sue richieste di asilo e di soggiorno, spedite all’ambasciata americana, britannica, canadese, francese e di altri Paesi arabi, sono state rifiutate senza motivazione.

“I giovani sono come prigionieri”, ha denunciato, “circondati dal mare a Sud e ad Ovest e da condizioni difficili nei vicini paesi del Golfo”. Ha poi spiegato che “le organizzazioni internazionali che si occupano di migrazione, in primis l’OIM e l’UNHCR, facilitano l’asilo per i migranti siriani, ma lo rifiutano agli yemeniti. Questo in ragione del disaccordo tra gli stati occidentali rispetto all’accoglienza dei rifugiati dello Yemen, secondo quello che mi hanno riferito le due organizzazioni”.

La guerra ha provocato la fuga di 180 mila cittadini, la maggior parte diretti in Arabia Saudita, in Giordania, in Egitto e in Malesia. Nonostante il conflitto, gli yemeniti non godono delle facilitazioni riservate ai rifugiati, come è il caso di cittadini di altri paesi in stato di guerra.  Inoltre, alcuni paesi, come l’Egitto e la Giordania, prima non prevedevano il visto per gli yemeniti, ma con lo scoppio del conflitto l’hanno reso obbligatorio. Il risultato è che dopo due anni di guerra, gli yemeniti vedono aumentare le restrizioni per uscire dal Paese.

LA MAPPA

Il paese è sostanzialmente diviso in tre zone: 1) l’area, a ovest, sotto il controllo dei ribelli Houthi appoggiati dall’Iran; 2) quella controllata dalle forze del presidente Abed Rabbo Mansour Hadi, appoggiate dall’Arabia Saudita e da altri paesi arabo sunniti, nel centro e a est; 3)  l’area sotto il controllo di al Qaida in Yemen, una delle divisioni più pericolose dell’organizzazione terroristica, sempre nella zona centrale del paese.

 

MORTI MADE IN ITALY

L’Italia non è un soggetto estraneo alla guerra in Yemen. E’ proprio nel nostro paese,  e precisamente nella fabbrica di Domusnovas in Sardegna, che si produce una parte delle bombe che l’Arabia Saudita utilizza nei raid aerei contro i civili e le postazioni dei ribelli Houti. Gli ordigni sono prodotti dalla società RWM Italia – che ha sede legale a Ghedi (Brescia) – che fa capo al gruppo tedesco Rheinmetall. Malgrado le numerose interrogazioni parlamentari, le inchieste giornalistiche e le denunce di numerose organizzazioni umanitarie, lo stabilimento sardo continua a produrre le bombe che vengono inviate regolarmente all’Arabia Saudita.

Le bombe “made in Italy” sono state utilizzate anche nel raid aereo che lo scorso ottobre in Yemen ha ucciso almeno 6 persone, di cui 4 minori. La denuncia è arrivata dalla ONG yemenita Mwatana, collegata all’ONU, che ha documentato violazioni commesse contro la popolazione civile nel paese. A corredo della sua denuncia, l’organizzazione ha prodotto anche numerose prove fotografiche.

Raggiunto telefonicamente dall’agenzia italiana ANSA a Sanaa, il capo ufficio stampa di Mwatana, Taha Yaseen, ha confermato quanto scritto dalla stessa organizzazione lo scorso 24 marzo in un rapporto sulle vittime civili causate, tra l’altro, da un raid aereo compiuto alle 3 del mattino dell’8 ottobre 2016 su Der al Hajari, località nel distretto di Bajel nella regione nord-occidentale di Hodeida. “Sul luogo dell’attacco sono stati rinvenuti resti degli armamenti usati nel bombardamento”, ha detto Yaseen. “Tra questi resti c’era anche un frammento di una bomba di fabbricazione italiana. L’identificazione è stata resa possibile – ha spiegato – grazie all’analisi delle sigle, in particolare della serie alfanumerica A4447, visibile sul frammento e che indica che l’ordigno è stato prodotto dalla RWM Italia”.