Dizionario dell’Islam/ I cristiani e il Corano


di Alessio Pinna

Nasàra, cioè Nazareni, è il termine col quale nell’arabo classico del Corano sono indicati i cristiani, mentre nell’arabo contemporaneo si preferisce usare il termine masihiyyun (plurale di masihì) cioè seguaci del Messia, al-masìh. Molto si è dibattuto e si continua a discutere sulla possibilità che in realtà il termine nasàra potesse indicare, più che i cristiani in senso generale, quelli risiedenti nel Medio Oriente con cui il profeta Muhammad era venuto in contatto, a cominciare dal monaco-eremita siriaco Bahira che per primo riconobbe in lui il “sigillo della profezia” fino a comunità nestoriane e giudaico-cristiane della penisola arabica e dell’Abissinia.

Sta di fatto che i versetti del Corano che parlano dei “nazareni” costituiranno la base per definire la visione che dei cristiani ha l’islam. Versetti che, come spesso accade nel Corano, sono tuttavia abbastanza enigmatici e oscillano nel giudizio dal severo all’ambiguo fino al positivo, lasciando dunque aperto il campo a una vasta gamma di interpretazioni.

In quelli più critici si rimprovera ai cristiani una certa confusione nella concezione di Dio e la tendenza a venerare le creature piuttosto che il Creatore, dunque la pratica di quello che viene ritenuto un monoteismo imperfetto e determinato fondamentalmente dalla presunta corruzione e interpretazione parziale di quello che avrebbe dovuto essere il loro libro sacro, l’Injil. Termine questo che rimanda ai vangeli ma che essendo al singolare sembra intendere più genericamente il Nuovo Testamento.

Si biasimano poi i cristiani per il celibato del loro clero, usanza che secondo la rivelazione coranica non sarebbe stata istituita da Dio ma dagli uomini e che comunque non sarebbe stata “rispettata come doveva” (Corano 57, 27). Ovviamente poi li si critica perché, nonostante li si definisca in vari passi come credenti (muminùn, termine equivalente a muslimùn cioè musulmani), in gran parte scettici davanti alla missione profetica di Muhammad.

Nei versetti più vaghi li si accomuna agli ebrei nella generica definizione di “Gente del Libro”, ovvero la Bibbia. In quanto detentori dunque di una parte di Rivelazione, e con loro anche i magi identificati come gli zoroastriani con il loro Avesta e i misteriosi “sabei” finiti per costituire una categoria a parte nella quale far rientrare gli aderenti a qualunque altra religione rivelata, avrebbero secondo la shari’a classica lo status di “protetti”, in arabo dhimma.

Non più esistente nella sua effettiva applicazione, questa prescriveva che essi potessero permanere in terra d’Islam pagando obbligatoriamente una tassa, la jizya, come compensazione per il mancato versamento della zakat, la quota devoluta volontariamente dai musulmani, e con limitazioni quali il non poter praticare pubblicamente il proprio culto e il non poter partecipare attivamente alla vita politica.

Non sono mai mancati tuttavia nell’eterno confronto tra l’islam e quella che dai musulmani verrà inquadrata come la religione rivelata più prossima alla chiusura della profezia, e alla religione definitiva da questa creata, dei momenti di vera e propria empatia. A partire dal cosiddetto “versetto dell’amicizia” (Corano 5, 82) che sembra preannunciare quello che sarà poi il rapporto di mutuo rispetto con i Francescani: “I più prossimi all’amore dei credenti sono coloro che dicono “In verità siamo nazareni”, perché tra di loro ci sono uomini dediti allo studio e monaci senza alcuna superbia.”

Alessio Pinna ha maturato competenze specifiche presso il Pontificio Istituto di Studi Arabi e Islamistica di Roma e l’Istituto di Scienze Religiose di Oristano nell’ambito della mediazione culturale e, in particolare, nel campo del dialogo interreligioso con persone di fede islamica provenienti da paesi mediorientali e africani. La sua attenzione è rivolta principalmente agli studi comparativi sulle religioni.