Venezuela: prova di forza chavista, si apre una nuova fase politica per il Paese


 

(F.M. Giuntini) – La grave crisi politica e istituzionale in Venezuela, inaugurata dalla netta affermazione dell’opposizione nelle elezioni parlamentari del 6 dicembre 2015, ha subito una svolta sostanziale e – probabilmente – risolutiva a favore del chavismo. Dopo quattro mesi di incessanti violenze di piazza e di crescenti pressioni internazionali contro il governo di Caracas, infatti, le elezioni per l’Asamblea Nacional Constituyente convocate dal Presidente Nicolás Maduro lo scorso 1° maggio hanno registrato quella che può essere considerata come la più fondamentale vittoria nella storia del movimento bolivariano lanciato dal Comandante Hugo Chávez sul finire del secolo scorso.

La grande sfida di Maduro, dopo la scelta di convocare il «potere costituente originario» (la carta più estrema tra quelle previste nella Costituzione del 1999) e gli appelli al boicottaggio da parte dell’opposizione, era quella di una massiccia affluenza alle urne che sancisse il superamento della crisi politica del chavismo e rendesse il più possibilmente salda la legittimità del processo di rifondazione della República Bolivariana. Infatti, di fronte a un’affluenza che si fosse mantenuta inferiore rispetto ai 7’726’066 voti ottenuti dall’opposizione nelle parlamentari del 2015 (in uno dei momenti di più intensa manifestazione della crisi economica e di massimo scoramento e disillusione tra la base chavista), sarebbero potute sorgere obiezioni da parte di settori militari e giudiziari circa l’effettività del mandato popolare, dando così nuova linfa alla strategia insurrezionale dell’opposizione e favorendo il potenziale scivolamento del Paese verso uno scenario di tipo libico.

I risultati annunciati la notte del 30 luglio da Tibisay Lucena, presidentessa del Consejo Nacional Electoral, costituiscono invece una prova di forza in grado di riaffermare inconfutabilmente la natura del chavismo quale prima forza politica e sociale della patria di Bolívar. Nonostante le annunciate violenze contro il processo elettorale (che hanno visto l’omicidio del candidato José Félix Pineda, il blocco di numerose strade e l’incendio doloso di diversi macchinari per le votazioni), 8’089’320 cittadini si sono infatti recati alle urne per la Costituente, andando a sancire il più ampio mandato della storia elettorale venezuelana dopo quello ottenuto da Chávez nelle presidenziali del 7 ottobre 2012 con 8’191’132 preferenze. Inoltre, alla luce di un’affluenza al voto che ha raggiunto l’80 per cento in una sola occasione (proprio nel 2012), il 41,53 per cento degli aventi diritto che hanno risposto alla convocazione di Maduro costituiscono, a tutti gli effetti, la maggioranza assoluta del corpo elettorale attivo. Il dato è, oltretutto, destinato a incrementarsi martedì 1° agosto con il voto della comunità indigena, che verrà implementato secondo modalità tradizionali.

Nel discorso successivo alla divulgazione dei dati elettorali, Maduro ha parlato – con prevedibile enfasi – di una vittoria storica che apre «una tappa di rinascimento del bolivarismo e del chavismo», ergendosi a difensore dell’indipendenza nazionale contro le ingerenze «dell’imperatore Trump» e alternando gli appelli a una riattivazione del dialogo con l’opposizione alle minacce di un prossimo arresto per i suoi esponenti più oltranzisti. Quindi, chiedendo all’Assemblea Costituente «l’immediata installazione di una Commissione plenipotenziaria per la verità, la giustizia, il risarcimento delle vittime e la pace», ha invocato la revoca dell’immunità ai parlamentari implicati nelle violenze, un giro di vite contro la speculazione economica, la rimozione della Fiscal General “ribelle” Luisa Ortega (accusata di ostacolare il compimento della giustizia nei confronti delle bande paramilitari) e un’investigazione nei confronti della rete televisiva privata Televen (tacciata di «apologia di delitto» e «negazione del diritto all’informazione»).

L’opposizione, per bocca di Julio Borges (presidente di un Parlamento che, a partire dall’insediamento della Costituente il 2 agosto, si troverà svuotato di ogni potere giuridico), ha proclamato il già annunciato disconoscimento dei risultati del voto e chiamato i propri sostenitori a nuove dimostrazioni di piazza, già sfociate in nuove violenze. Posizioni simili sono state assunte dagli Stati Uniti – che nella giornata di lunedì hanno inasprito le sanzioni contro Caracas, parlando di «elezioni illegittime» promosse da «un dittatore che ignora la volontà del popolo» – e da numerosi Paesi latinoamericani ed europei. Sul versante opposto, il Venezuela ha ricevuto il sostegno di alleati regionali come Bolivia, Cuba, Ecuador, El Salvador e Nicaragua, oltre a quello della Russia, che ha auspicato che «l’Assemblea Costituente possa creare le basi per la risoluzione pacifica delle contraddizioni che esistono nella società» e censurato il fatto che «le forze dell’opposizione non solo non abbiano risposto agli inviti per partecipare alle elezioni ma abbiano anche cercato di impedirle, provocando alcuni scontri che hanno causato vittime umane».

La nuova Assemblea Costituente avrà ora, come recita la carta magna del 1999, pieni poteri nel «trasformare lo Stato, creare un nuovo ordinamento giuridico e redigere una nuova Costituzione» (art. 347), mentre «i poteri costituiti non potranno in nessuna forma impedirne le decisioni» (art. 349). La grande responsabilità del chavismo sarà quella di capitalizzare il credito politico attribuitogli dagli 8 milioni di votanti nelle urne costituenti, affrontando finalmente le cause strutturali della crisi economica che da anni attanaglia il Paese, a cominciare dall’asfissiante dipendenza dalle esportazioni petrolifere, necessità che diventa ancora più impellente in concomitanza con l’inasprimento delle sanzioni statunitensi. Altra questione delicata sarà quella di soddisfare le aspettative di ristabilimento dell’ordine pubblico attraverso le annunciate misure contro promotori ed esecutori della strategia insurrezionale (inaugurate dal ritorno in carcere di Leopoldo López e Antonio Ledezma, condannati per incitamento alla violenza e cospirazione tra il 2014 e il 2015 e in seguito relegati ai domiciliari), senza intaccare la possibilità che i fautori di un dissenso pacifico possano continuare a partecipare a regolari meccanismi di competizione politica ed elettorale.

La convivenza all’interno del medesimo sistema politico di due schieramenti da sempre incompatibili appare però, ora come non mai, una possibilità fragile e remota. Infatti, nell’esercitare il potere assoluto che avrà nella ridefinizione delle strutture istituzionali della Repubblica, sarà difficile per il chavismo non cadere nella tentazione di blindare la sua rinnovata egemonia e marginalizzare in maniera difficilmente reversibile un’opposizione che – pur di non legittimare il processo costituente attraverso l’accettazione di una sfida elettorale che potesse contribuire a spostare lo scontro dalle strade all’arena politica – ha preferito il ruolo di eterna dissidenza idealizzata e coccolata dalla grande stampa internazionale, nella messianica attesa di un cambio di regime che ha contribuito a rendere quanto mai improbabile.