La Siria che non vedete in tv: dall’incontro con Assad a Damasco ai bombardamenti di Ghouta Est


 

di Alessandro Aramu

I cosiddetti “ribelli” di Ghouta Est per tutta la giornata di ieri, come accade quotidianamente da anni, hanno lanciato missili su un ospedale civile, un carcere femminile e altre strutture di Damasco, provocando morti e feriti. Nella capitale vivono, come è noto, oltre 8 milioni di persone. Di tutto ciò non vi è traccia nelle corrispondenze dei giornalisti italiani. Nessuno racconta all’opinione pubblica che i ribelli (che in realtà sono sigle jihadiste che il buon senso, oltre che la correttezza giornalistica, imporrebbe di chiamare sic et simpliceter “terroristi”)  impediscono ai civili di abbandonare Ghouta Est attraverso i corridoi umanitari creati da Russia e Siria. Le Nazioni Unite sono le prime responsabili di questo crimine.

Sia chiaro: l’aviazione militare siriana sta bombardando pesantemente l’area di Ghouta Est, lo fa con la forza e la convinzione di proteggere la capitale e una popolazione esausta  (ripeto, parliamo di oltre 8 milioni di persone) che non tollera più i lanci quotidiani di missili da parte dei terroristi verso le proprie case. I civili di Ghouta Est sono vittime prima di tutto dei ribelli e non di Assad. E questo lo insegna anche la storia di Aleppo, città liberata e ritornata alla vita.

Lungi da me dal fare una santificazione del Presidente siriano che ha evidenti responsabilità, soprattutto passate. Lui peraltro è consapevole di aver commesso degli errori. Ad esempio, quando poteva, non ha avviato riforme in grado di assicurare più diritti e maggiore giustizia sociale nel paese. Ha tentato di farlo, anche con la via istituzionale, all’inizio del conflitto, ma era troppo tardi, Occidente e Monarchia del Golfo avevano già deciso di distruggere la Siria finanziando le rivolte armate. Tra le colpe anche quella di non aver combattuto la corruzione nel paese. Ma chi sa qualcosa di Siria, sa bene che lo stesso presidente è stato più vittima che artefice dell’ingordigia di certi funzionari del partito Ba’th. Quel partito dopo la guerra non potrà essere più lo stesso. Quando ha potuto, il presidente siriano ha fatto licenziare in tronco ministeri che si erano macchiati di gravi colpe. Lo ha fatto attraverso rimpasti di governo che era un chiaro segnale per l’opinione pubbblica siriana. Anche questo è passato sotto silenzio. Noi siamo stati tra i pochi a raccontarlo.

Sempre noi del Centro Italo Arabo e del Mediteraneo e della rivista Spondasud abbiamo incontrato Assad all’inizio del conflitto, era il 2012, quando per tutti era già spacciato. Le cronache, ma sarebbe meglio dire la propaganda, assicurava che “il dittatore siriano” sarebbe caduto da lì a pochi mesi. Le cose non stavano così ma era utile, da parte dei nemici di Assad, parlare di diserzioni di massa nell’esercito governativo e di collasso del sistema di difesa nazionale siriano. Era chiaramente falsità che la politica, anche nazionale, ha utilizzato per convincere e convincersi  dell’imminente fine di una guerra che, invece, tanti altri morti avrebbe provocato in seguito. Detto questo, in quell’incontro nella sua residenza privata, Assad disse che non escludeva di poter fare un passo indietro ma prima doveva sconfiggere i terroristi e garantire sicurezza e integrità al suo paese. E’ evidente che nessuna condizione per una sua uscita di scena si è avverata.

Assad eroe, Assad santo, Assad criminale, Assad dittatore. Solo il trascorrere del tempo consentirà di scrivere le pagine sulla figura di un presidente che è amato dalla maggioranza del suo popolo, non solo quello sciita ma anche quello sunnita che non ne può più delle ingerenze whabite dell’Arabia Saudita e della Fratellanza targata Qatar e Turchia. Poi ci sono anche le altre minoranze religiose, tra le poche a essere tutelate e difese nel complicato mondo arabo. La Siria è sempre stato un modello di integrazione, tolleranza e laicità. L’ho visto con i miei occhi. Lo sa chiunque sia andato laggiù.

Si parla di democrazia con un’idea tutta occidentale, poi quando si tenta di spiegare che in quel paese ci sono state elezioni politiche e presidenziali non truccate ma libere, come hanno potuto verificare molti osservatori internzionali che non fossero al soldo delle Nazioni Unite e delle loro agenzie corrotte, in molti sbrigativamente parlano di Regime, nell’accezione più negativa del termine.

Chi non frequenta certe aree del mondo non riesce a comprendere come la presenza di “uomo forte” alla guida di paese sia l’unica garanzia per tenere assieme una nazione che altrimenti sarebbe frazionata in più entità etniche e religiose. La Libia di Gheddafi è forse l’esempio più vicino a noi, il più facilmente comprensibile visto il caos in cui si trova quel paese dopo i bombardamenti voluti dalla Francia di Sarkozy.

La Siria è sotto attacco dei terroristi e Bashar al Assad è l’unico presidente oggi in grado di assicurare la libertà e sovranità di una nazione che non ritornerà mai pià come prima. E per salvare la Siria deve utilizzare le armi. Perchè le armi di Assad fanno ribrezzo e quelle dei curdi dell’ YPG sono valorose? Non sono forse i curdi quei coraggiosi combattenti che hanno perseguitato i cristiani in alcune aree sotto la loro influenza? Perchè i bombardamenti su Mosul e Raqqa non vi hanno indignato come queli su Ghouta Est pur avendo fatto una quantità di morti tra i civili ben maggiore? E perchè non vi stupite dei disastri che sta facendo l’aviazione americana Deir ez-Zor per conquistare una zona che altrimenti finirebbe nelle mani dell’esercito siriano?

Quete cose gli inviati in Medio Oriente, con poche eccezioni, non ve le raccontano. Preferiscono andare a pescare le notizie sui siti dei gruppi armati dell’opposizione, quei gruppi jhadisti che sarebbero ben felici di tagliare la gola a noi europei, perchè il nostro stile di vita offende la loro idea di Islam radicale e oscurantista. Che Allah li punisca e li faccia andare all’inferno, diceva quella donna all’angolo della strada della capitale in una fredda sera di febbraio del 2015. Una donna, come le tante che quei terroristi hanno comprato e stuprato e anche ucciso dopo aver soddisfatto i loro bassi istinti. Carne da macello per sollevare l’umore dei terroristi. Povere donne. E anche poveri noi, complici di questi criminali attraverso un sistema dell’informazione malato e corrotto.

 

 

Alessandro Aramu – Giornalista professionista, direttore della Rivista di geopolitica Spondasud. Autore di reportage sulla rivoluzione zapatista in Chiapas (Messico) e sul movimento Hezbollah in Libano, ha curato il saggio Lebanon. Reportage nel cuore della resistenza libanese (Arkadia, 2012). Per il quotidiano La Stampa ha pubblicato il reportage “All’ombra del muro di Porta di Fatima”, mostrando per la prima volta in Italia la nuova barriera che ha diviso il Libano da IsraeleÈ coautore dei volumi Syria. Quello che i media non dicono (Arkadia 2013), Middle East. Le politiche del Mediterraneo sullo sfondo della guerra in Siria (Arkadia Editore 2014) con la prefazione di Alberto Negri. E’ autore e curatore del volume Il genocidio armeno: 100 anni di silenzio – Lo straordinario racconto degli ultimi sopravvissuti (2015), con Gian Micalessin e Anna Mazzone. Autore, insieme a Carlo Licheri, del docu -film “Storie di Migrantes” (2016), vincitore del premio speciale del pubblico all’ottava edizione dello Skepto International Film Festival. E’ Presidente del Coordinamento Nazionale per la Pace in Siria, responsabile delle relazioni internazionali del Centro Italo Arabo e del Mediterraneo Onlus, Vice Presidente del Centro Italo Arabo e del Mediterraneo della Sardegna.