I ribelli di Ghouta Est bombardano i corridoi umanitari. Civili in trappola


 

di Stefano Levoni

Il ministero della Difesa russo ha denunciato che i gruppi armati che controllano Ghouta Est hanno continuato a sparare proiettili di mortaio sul corridoio umanitario che dovrebbe consentire ai civili di lasciare l’area e raggiungere Mukhayyam al Wafidin, durante le “pause umanitarie” quotidiane ordinate da Mosca dalle ore 9 alle ore 14. In precedenza erano stati i media governativi ad accusare le forze ribelli di aver bombardato i corridoi aperti al fine di tenere i civili in ostaggio.

In questi primi giorni di pausa, non è la prima volta che la Russia accusa i ribelli di questa violazione, peraltro messa in pratica nel corso della lunga guerra in Siria altre volte e in altre aree del paese. E’ accaduto, ad esempio, ad Aleppo occupata per anni dai gruppi jihadisti. Nei giorni scorsi il Centro di riconciliazione russo ha denunciato che in una sola giornata i miliziani hanno lanciato più di 20 bombe di mortaio, continuando a bombardare Damasco dalla zona di Ghouta orientale.

Contro i ribelli di Ghouta Est che continuano a prendere di mira la capitale, dove vivono 8 milioni di persone, si stanno mobilitando anche autorevoli personalità del mondo cristiano. Una denuncia è arrivata da Mons. Abou Khazen, vescovo dei latini di Aleppo, che nel corso di un’intervista ha fatto chiarezza sulla situazione a Damasco: “La città è stata oggetto di bombardamenti per più di due mesi di seguito. Ci sono stati morti e feriti. Soprattutto giovani e studenti perchè il bombardamento è avvenuto all’uscita dalle scuole. Il governo ha il diritto e il dovere di difendere i suoi cittadini. Ha il diritto di attaccare questi gruppi jihadisti che stanno a Ghouta est”.

Contro i gruppi armati si è schierato anche padre Mounir Hanachi, sacerdote salesiano nato ad Aleppo, da qualche anno parroco a Damasco e direttore del centro salesiano della parrocchia di San Giovanni Bosco, un oratorio che ospita oltre 1200 giovani dalla seconda elementare all’università: Ghouta non è un quartiere di vittime perseguitate dal regime. È l’esatto contrario. Sono anni che sparano missili sulla capitale, uccidono innocenti, poveri civili. I media da voi in Italia e in tutto l’Occidente raccontano solo una faccia della medaglia sulla guerra che si sta combattendo a Ghouta. Nessuno si preoccupa del nostro dramma. Nessuno però parla dei civili, tanti bambini, uccisi qui dai colpi di mortaio, anzi, dai missili che vengono sparati da Ghouta», continua il sacerdote. Molte scuole nei quartieri di Damasco più colpiti dall’artiglieria ribelle sono state chiuse per sicurezza, al pari di molti negozi. I colpi di mortaio, infatti, cadevano spesso vicini agli istituti e nelle ore di uscita dei ragazzi. Da settimane anche i salesiani hanno dovuto chiudere il loro centro”.

I media, dunque, sono finiti ancora una volta sotto accusa. Ma ci sono anche delle eccezioni e degli esempi di buona informazione. Tra i reporter italiani a ricordare chi sono realmente i ribelli anti Assad c’è l’inviato di guerra Gian Micalessin che in un articolo su Il Giornale ha raccontato le nefandezze compiute da quei gruppi che oggi accusano il governo di Damasco di crimini contro l’umanità. Lo ha fatto pubblicando, a corredo della sua storia,  le foto raccapriccianti di uomini e donne rinchiusi in gabbia e costretti a sfilare per le strade del quartiere.

 

“Molti – ricorda Micalessin – erano stati catturati e rapiti durante le retate condotte dopo la conquista di questo quartiere sud orientale di Damasco caduto in mano ribelle già nel 2013. Nel novembre 2015 tutti quei disgraziati vennero ingabbiati e fatti sfilare per le strade di Ghouta tra due ali di folla festante. L’unica colpa di molti di loro era la fede alawita, ovvero l’appartenenza alla stessa minoranza religiosa di Bashar Assad e della sua famiglia. Altri erano sunniti accusati di complicità con il regime per aver lavorato nei ranghi dell’amministrazione governativa. A chiuderli in gabbia con lo scopo dichiarato di usarli come «scudi umani» erano stati i militanti di Jaysh al- Islam, il gruppo ribelle che ancora oggi controlla vaste aree di questa zona”.

“La disumana evidente crudeltà di queste immagini – accusa Micalessin – basta a far capire come la formazione sia difficilmente inquadrabile fra quei gruppi «moderati» a cui molti media nazionali ed internazionali attribuiscono il controllo di Ghouta e dintorni. Einfatti i circa 15mila militanti di Jaysh Al Islam, (l’Esercito dell’Islam) finanziati e armati dall’Arabia Saudita, hanno come primo obbiettivo la fondazione di uno stato islamico basato sulla sharia. Ma questo sembra interessare a ben pochi. Le Nazioni Unite, le cancellerie occidentali, la grande stampa nazionale e internazionale e le organizzazioni umanitarie impegnate a condannare il regime di Bashar Assad accusandolo di massacrare i civili di Ghouta hanno deliberatamente dimenticato sia quelle foto, sia la folle ideologia religiosa perseguita da chi governa quei territori. Non è una novità”.