I ribelli abbandonano l’Esercito Siriano Libero perché stanno perdendo


 

(Alessandro Aramu) – Perché molti combattenti che hanno partecipato alle insurrezioni in Siria hanno deciso di smettere? Perché altri continuano a combattere e passano con altri gruppi di insorti? Sono queste le domande che il noto quotidiano americano Washington Post ha rivolto, in un sondaggio effettuato nell’agosto del 2013, a oltre 250 combattenti ribelli del Free Syrian Army (FSA), meglio conosciuto in Italia con il nome di “Esercito Siriano Libero ” (ESL). Il questionario è stato rivolto anche ai rifugiati nei campi in Turchia e aveva come obiettivo un’indagine sulle cause più comuni che hanno spinto molti ribelli a cambiare rotta. Nel mese di aprile del 2014 sono state completate le interviste ed è emerso che la maggior parte dei combattenti hanno abbandonato l’Esercito Libero per aver perso qualsiasi speranza di vittoria nei confronti di Assad. Altra causa, non secondaria, è la forte divisione all’interno dell’Esercito Libero.

Secondo il Washington Post, i risultati del sondaggio servono a comprendere le vere cause dalla crisi della rivolta siriana, oramai al suo terzo anno, soprattutto per quanto riguarda la “caduta di morale” di molti ribelli. L’Esercito Libero secondo gli intervistati sta perdendo forza, le divisioni e i forti attriti all’interno delle brigate hanno compromesso la sua capacità di lotta contro l’esercito governativo e anche contro i gruppi ribelli islamici. Proprio i ribelli più radicali hanno messo in crisi l’Esercito Libero non solo per i combattimenti in cui sono stati coinvolti entrambi ma soprattutto per la grande capacità attrattiva che gli islamisti hanno esercitato su una parte dell’ESL. Nelle brigate islamiste, dicono gli intervistati, hanno trovato maggior organizzazione e coesione.

Ecco, nel dettaglio, le risposte più frequenti degli ex combattenti dell’Esercito Libero che hanno deciso di lasciare il conflitto:

1) Le prospettive di vittoria in calo. Mentre alcuni ex-combattenti sostengono, in linea di principio, ancora gli obiettivi della rivoluzione, molti hanno perso la speranza che la vittoria possa essere ottenuta attraverso la lotta. Circa la metà degli intervistati ritiene che sia impossibile vincere nel contesto attuale. Alcuni, apertamente, hanno messo in dubbio che la lotta armata sia efficace. Inoltre, la maggior parte degli ex-combattenti non ha più intenzione di riprendere le armi in futuro. Due terzi degli intervistati hanno detto che non vogliono più tornare in Siria per combattere contro Assad. Praticamente tutti hanno incolpato l’Occidente per il protrarsi del conflitto. Gli intervistati chiedevano maggior sostegno militare o, addirittura, un intervento armato. L’indecisione occidentale per i combattenti è stata decisiva per abbandonare la rivolta armata.

2) La mancanza di disciplina e organizzazione. Alcuni ex-combattenti sono stati frustrati dalla mancanza di organizzazione e di coesione all’interno dell’Esercito Libero. Molti hanno lasciato a causa di problemi specifici all’interno della loro unità e della catena di comando. Quasi la metà degli intervistati ha riferito che la mancanza di una “disciplina di gruppo” ha svolto un ruolo importante nella decisione di lasciare l’ESL, un terzo ha parlato espressamente di mancanza di lavoro di squadra.

3) La pressione sociale e la famiglia a lasciare. Molti ex-combattenti hanno riconosciuto che la pressione sociale ha svolto un ruolo importante nella scelta di aderire all’Esercito Libero. Più delle forti rivendicazioni politiche contro il regime di Assad, molti sono stati attratti dall’Esercito Libero a causa della famiglia e della forte pressione sociale per arruolarsi. Oggi gli ex-combattenti, anche a causa del venir meno del sostegno pubblico all’ESL, non considerano più la lotta con l’Esercito Libero un modo per proteggere le loro famiglie, per sostenere le loro comunità e ritornare alla vita civile.

Nei giorni scorsi, anche un reportage del quotidiano britannico “Guardian” ha evidenziato come un numero crescente di ribelli siriani abbia lasciato l’Esercito Siriano Libero per passare nelle fila del Fronte al-Nusra, il gruppo islamico legato ad al-Qaeda. Anche in questo caso le motivazioni sono le stesse evidenziate dal “Washington Post”: le milizie islamiche vengono considerate meglio organizzate, equipaggiate e finanziate.

Il quotidiano britannico ha raccolto le testimonianze di numerosi comandanti dell’Esercito Libero in varie località della Siria. Alcuni dei testimoni hanno riferito che intere unità dell’esercito dell’opposizione si sono affiliate agli islamici, mentre altre hanno perso un quarto o più dei loro combattenti. La brigata Ahrar al-Shimal si è unita in massa ad al-Nusra, mentre pochi mesi fa la brigata Sufiyan al-Thawri di Idlib ha perso 65 uomini. E all’interno dell’Esercito Libero, secondo il “Guardian”, al-Nusra ha infiltrato molti suoi uomini, incaricati di condurre attività di reclutamento.  (twitter@AleAramu)

 

APPROFONDIMENTI

Siria: sempre più ribelli si uniscono alle milizie islamiste

 

Alessandro Aramu (1970). Giornalista, direttore della Rivista di geopolitica Spondasud. Autore di reportage sulla rivoluzione zapatista in Chiapas (Messico) e sul movimento Hezbollah in Libano, ha curato il saggio Lebanon. Reportage nel cuore della resistenza libanese (Arkadia, 2012). È coautore dei volumi Syria. Quello che i media non dicono (Arkadia 2013) e Middle East. Le politiche del Mediterraneo sullo sfondo della guerra in Siria (Arkadia Editore 2014).
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