Israele cede: stop alla costruzione di 1800 case nelle colonie in Cisgiordania


 

(Redazione) – Israele ha deciso di rinviare i piani recentemente annunciati per la costruzione di 1800 case nelle colonie ebraiche in Cisgiordania. Lo scrive il quotidiano Haaretz, secondo il quale martedì scorso “gli ambasciatori britannico Matthew Gould e quello francese Patrick Maisonnave sono intervenuti nei confronti del consigliere per la sicurezza nazionale israeliano Yossi Cohen, mentre i diplomatici di Italia, Spagna e Germania si sono rivolti al ministero degli Esteri israeliano”.

L’intervento europeo è stato coordinato dopo l’annuncio da parte del governo israeliano di Benyamin Netanyahu di dare il via alle costruzioni in risposta alla formazione del governo di unità nazionale palestinese Fatah-Hamas. In quella stessa occasione, il ministro dell’Edilizia Uri Ariel dette anche l’assenso per la presentazione dei bandi di appalto per altre 1.500 nuove abitazioni nelle colonie (1100 in Cisgiordania e 400 a Gerusalemme est), per un totale dunque di circa 3300 unità abitative.

Presentando il progetto, Ariel ha parlato di “una risposta appropriata e sionista” a quello che ha definito “il governo palestinese terrorista”. Un annuncio fatto in tono di sfida e accolto subito con irritazione da tutta la comunità internazionale e dagli oppositori interni di Netanyahu.

La negoziatrice e ministro per la giustizia, Tzipi Livni, ha parlato esplicitamente di un “errore diplomatico” tale da rendere più difficile la mobilitazione della comunità internazionale contro Hamas. Una critica che ha pesato non poco sul giudizio dei partner occidentali, Europa in testa.

Il passo di rinviare la costruzione di 1800 case, come riporta l’agenzia Ansa, è stato confermato dall’ambasciata italiana, sottolineando che quella riguardo le costruzioni negli insediamenti ebraici è la posizione più volte ribadita dall’Unione Europea e dalla comunità internazionale.

Alti funzionari israeliani, coinvolti nel coordinamento delle attività nelle colonie – hanno tuttavia minimizzato la pressione europea, spiegando che il rinvio ha riguardato soltanto alcuni dei piani in discussione ed è stato dovuto “a motivi tecnici e non alla richiesta degli ambasciatori dell’Ue”.

La decisione di Israele di costruire le nuove case aveva provocato nei giorni scorsi la dura reazione della leadership palestinese che ha annunciato un ricorso formale all’Onu. L’ex negoziatrice Hanan Ashrawi, del comitato esecutivo dell’Olp, ha parlato di gravi violazioni e della necessità di mettere Israele davanti alle proprie responsabilità”. Erekat ha poi chiesto alla comunità internazionale di bandire tutti “i prodotti delle colonie e di non finanziare le imprese coinvolte direttamente o indirettamente nell’occupazione israeliana”. Non da meno la posizione degli Stati Uniti che, attraverso l’ambasciatore americano in Israele, Dan Shapiro, ha fatto sapere di opporsi in tutti i modi alla costruzione nelle colonie senza però far alcun tipo di apertura ad Hamas.

con fonte Ansa/ afp