Ucraina: una miccia accesa


 

(Giulietto Chiesa) –La crisi ucraina è sparita dalle pagine, non solo dalle prime pagine dei giornali; è sparita anche dai telegiornali. Il pubblico occidentale, europeo, italiano, potrebbe pensare che sia finito tutto: finalmente, un problema in meno. Così si può tornare a trangugiare il beveraggio abituale di gossip.

Spiacente di comunicare che la crisi ucraina si sta avvitando ad alta velocità e, molto presto, tutti si troveranno di fronte alla necessità di doverne parlare, loro malgrado. Le ultime notizie sono campanelli d’allarme che trillano, sirene di avvertimento. Si misuri, per esempio, l’annuncio del facente funzione di ministro della Difesa ucraina, Mikhail Koval’ nella riunione del Consiglio dei Ministri del 10 giugno: verranno istituiti “speciali campi di filtraggio” che dovranno permettere di individuare tutti coloro che hanno partecipato alle rivolte nel sud-est del paese (tutti i maggiorenni, maschi e femmine), per poi avviare la loro “ridislocazione” in altre zone del paese. In altri termini Kiev si prepara a costruire campi di concentramento, nei quali rinchiudere tutti i ribelli e, simultaneamente, prepara la deportazione di decine di migliaia di persone lontano dalle loro aree di residenza.

Nel frattempo è già terminata ogni illusione che il nuovo presidente Petro Poroshenko sia disposto a un qualsiasi cessate il fuoco e a un inizio di negoziato con i ribelli del Donbass e del Lugansk. L’offensiva militare contro il “nemico russo” continua, si intensifica, assume sempre di più il carattere di una guerra di sterminio della popolazione civile, oltre che dei difensori armati in rivolta. È un governo che, apparentemente in modo assurdo, bombarda e distrugge la propria popolazione, ma anche case, infrastrutture, beni pubblici e privati, cioè infliggendo un danno grave alla propria economia e alla propria ricchezza.

In realtà tutto ciò potrebbe non essere niente affatto assurdo se venisse interpretato come una premessa necessaria per una completa pulizia etnica del paese. Dietro questa linea c’è molto di più che una volontà di ripristinare lo status quo ante e l’unità dello stato ucraino qual era prima del 22 febbraio 2014. C’è una volontà di vittoria totale sulla componente etnica russa, ormai percepita come “nemico russo”, i moskalì da estirpare, da neutralizzare e da costringere alla fuga dai territori storici di residenza. Questa volontà ha ormai il sostegno (più o meno consapevole degli effetti che è destinata a produrre, nazionalmente e internazionalmente), di una larga parte dell’opinione pubblica ucraina delle aree occidentali.

Su queste basi, e potendo godere del pieno sostegno degli Stati Uniti e di una parte importante dei paesi dell’Unione Europea, il governo di Kiev ha assunto, come fondante della sua “rivincita” storica, l’ideologia della “ucrainizzazione” totale dello stato e sta procedendo verso la costruzione forzata e violenta di uno stato etnocratico degli ucraini. Vedremo più avanti cosa questo significa per la Russia e quali problemi ciò aprirà sia davanti a Mosca, sia davanti a Bruxelles e a Washington.

Ma va tenuto conto anche – e in modo decisivo – che di questa linea è parte integrante la rivendicazione del territorio della Crimea. E qui la questione si complica e s’ingigantisce in modo preoccupante. La Crimea, diversamente dal Donbass, è ormai parte integrante del territorio statale della Federazione Russa, che vi ha istituito due nuovi soggetti federali, appunto la Repubblica di Crimea e la Città di Sebastopoli.

È evidente che, sebbene per la Russia la questione sia, politicamente e praticamente risolta (dopo il referendum stravinto senza alcun dubbio), invece, dal punto di vista giuridico e del diritto internazionale, ivi incluso il mancato riconoscimento da parte di tutti i paesi occidentali, essa rimarrà a lungo come una ferita aperta. E non è una ferita di poco conto, perché metterà la Russia in contrasto diretto con la Nato, essendo evidente che – come risultato del colpo di stato del 22 febbraio – l’Ucraina sarà prestissimo un membro effettivo dell’Alleanza Atlantica (uno degli obiettivi già centrato dagli Stati Uniti).

E qui si apre la questione del rapporto tra Russia e Occidente nel suo complesso. Qual è la frontiera lungo la quale sarà possibile convivere? Quale sarà il grado di autonomia di Poroshenko, sia verso il suo proprio “interno”, sia verso i suoi consiglieri e mentori esterni, in primo luogo Stati Uniti e Polonia? E quale sarà la linea che Putin adotterà, di fronte a una serie assai grave di colpi già subiti e di altri che potranno essergli inferti (sanzioni economiche prima di tutto, accerchiamento energetico etc)? Senza dimenticare che il vertiginoso consenso da lui accumulato con il successo di Crimea e di Sebastopoli sarà nei prossimi mesi gravemente lesionato dalla necessità di subire il massacro e l’umiliazione, per non dire la deportazione, dei russi di Ucraina.

Tutti questi interrogativi irrisolti dicono che la battaglia per l’Ucraina sta entrando in una fase assai più pericolosa di quanto molti, sia in Occidente che in Russia, potessero pensare nei primi mesi del 2014. Si tratta di un vero e proprio conflitto internazionale. Che si trova già in uno stadio in cui Putin ha un numero limitato di gradi di libertà e, dunque, potrà fare poche o nulle concessioni ulteriori.

Una – la più importante di tutte – l’ha già fatta: facendo capire, in tutti i modi possibili, che la Russia non interverrà con le sue forze armate per proteggere le popolazioni del sud-est ucraino dall’operazione di pulizia etnica messa in atto dal governo di Kiev. Ma, anche in questo caso, non è detto che “tutto possa” praticamente colui che “tutto può” teoricamente.

La frontiera tra Russia e Ucraina è lunga e porosa anche se i satelliti vedono tutto. Se i resistenti di Novorossija riescono ad abbattere Iliushin 76 e caccia Sukhoi, la superiorità di Kiev va in fumo e la si dovrà integrare con molti mercenari di varia origine e provenienza, anche se pagati da un’unica ditta, quella della signora Victoria Nuland.

Tutti questi temi renderanno il conflitto lungo e tormentato, oltre che sanguinoso, tenendo tutti i protagonisti sulla corda, interni ed esterni. C’è tuttavia una prima constatazione: anche se Kiev proclama solennemente la sua intenzione di ricomporre l’unità territoriale del paese, un ritorno allo status quo ante il golpe è molto improbabile. Se vi si aggiunge l’intenzione di costruire un nuovo unitarismo sulla base della “ucrainizzazione totale”, esso diventa impossibile. In ogni caso è un esito che diventa tanto più impraticabile – insopportabile per la Russia e per i russi – quanto più aumenta il bilancio delle vittime e delle distruzioni. E, quanto più aumenta la tensione internazionale, tanto più la base di Sebastopoli si carica del doppio significato di necessità militare-strategica e di bandiera dell’orgoglio nazionale russo, rispristinato e non più modificabile.

Ma guardiamo la questione dal punto di vista del Cremlino. Da quella parte si è già deciso di escludere un intervento militare a difesa delle popolazioni russe di Novorossija. Nello stesso tempo, per evidenti ragioni di diritto internazionale, una soluzione analoga a quella di Crimea è impossibile praticarla con le regioni ribelli del Donetsk e del Lugansk. Per molte ragioni. Una delle quali è la loro composizione etnica, dove la percentuale dei russi, pur largamente maggioritaria, è tuttavia significativamente inferiore a quella di Crimea. Soprattutto una tale soluzione equivarrebbe a un drastico incremento delle tensioni con l’Occidente: cosa che Putin vuole evitare.

Ma Putin potrà adottare una linea morbida, non interventista, soltanto se Kiev non insisterà sulla linea della “ucrainizzazione” totale. Fino ad ora il presidente russo non ha tirato fuori un argomento che è apparso una sola volta in un suo discorso del 2013: quello della sorte delle decine di milioni di russi che si sono trovati, loro malgrado, al di fuori dei confini della Russia a partire dal 1991. Disse in quella occasione che la Russia non avrebbe più potuto restare indifferente di fronte alla violazione dei loro diritti, alla esistenza di discriminazioni, o addirittura a forme di violenza fisica nei loro confronti. Potrebbe essere costretto a farlo (per non trovarsi scoperto sul piano interno), ove l’offensiva antirussa assumesse il carattere di una vera e propria repressione di massa. Ripeto: fino ad ora questo argomento non è stato portato da Putin direttamente ed esplicitamente nel dibattito internazionale. Ma una tale possibilità incombe ed è direttamente proporzionale alla dimensione della violenza che Kiev eserciterà sulle popolazioni russe dell’Ucraina.

Semmai sarà utile tenere a mente che, dal 1991 in avanti, tutti e quattro i presidenti ucraini (Kravchuk, Kuchma, Yushenko, Yanukovic, seppure con diverse intensità, hanno portato avanti, nel corso dei loro mandati, una politica di “ucrainizzazione” dello stato (e della popolazione russa di Ucraina) che ignorava il dato demografico, e cioè che i russi erano e sono una quasi paritetica minoranza e che la lingua e le tradizioni russe avevano e hanno una importanza e un peso straordinariamente alto nella società ucraina.

È altrettanto vero che i governi della Federazione Russa, succedutisi dopo la fine dell’Unione Sovietica, ignorarono il problema. In tutte le direzioni. Lo ignorarono tanto quando si presentò nelle repubbliche del Baltico, quanto nelle repubbliche dell’Asia centrale, quanto in Ucraina. Dove le sue dimensioni sono apparse con tutta la loro portata solo adesso, con l’esplosione dell’offensiva nazionalista e nazista del colpo di stato del 22 febbraio 2014: quando ben 20 milioni di russi si sono trovati non solo sbalzati fuori dall’Unione Sovietica, ma inseriti in uno stato che non li sopporta e che intende duramente disfarsene.

Un punto che sembra sfuggire ai leader europei (e totalmente alla leadership americana) è che il popolo russo di Ucraina ha dovuto sopportare un brusco risveglio, che gli è stato imposto dagli eventi. La risposta della Crimea è stato come un grido di angoscia collettivo, prima ancora che una scelta politica. E quel grido è risuonato fortissimamente in tutta la Russia, prima ancora che nelle regioni del Donbass e del Lugansk. Che infine, dopo qualche incertezza, si sono svegliate a tal punto da impugnare le armi.

Spegnere quel lamento e quella riscossa è ora impossibile. Certo la costrizione dei rapporti di forza internazionali impedisce ora a Putin di correre in loro difesa. E rende estremamente difficile, oltre che pericolosa per la pace internazionale, l’ipotesi di una loro accettazione come nuovo soggetto – la Novorossija – nella Federazione Russa. Ma questo non chiude affatto l’altra ipotesi: quella della costituzione di un terzo stato russo, la Novossija, dopo la Russia e la Bielorussia.

La possibilità di realizzazione di questa ipotesi è ora pressoché interamente dipendente dall’esito del conflitto militare in corso. Kiev non è in grado di risolverlo in proprio favore con l’uso della forza. Potrà tentarlo (anzi lo sta tentando) solo con un massiccio aiuto militare, di uomini, di mezzi, di armamenti, di denaro, da parte dell’Occidente, in primo luogo degli Stati Uniti, della Polonia e delle repubbliche del Baltico. E, anche in questa ipotesi, tenere insieme un paese in cui quasi metà della popolazione intende resistere alla violenza della nazionalità dominante e ostile, ai confini diretti del grande paese che è solidale con la minoranza oppressa, sarà impresa non solo difficilissima ma anche tale da minare alla radice l’esistenza di quello stato.

Stupisce che l’Europa non abbia previsto questa catena di conseguenze. Certo non ha previsto il “risveglio russo”. Ma ci sarebbe ancora il tempo per una revisione della propria politica. Il che significherebbe segnalare a Petro Poroshenko, con la necessaria durezza, che deve cambiare direzione, anche contrastando gli ordini che vengono da Washington. Ma non è un tempo lunghissimo. Se si procede come sta avvenendo, con l’offensiva militare, non solo tutti gli ultimi ponti verranno tagliati, ma ci si dovrà preparare a qualche, nuovamente imprevista, contr’offensiva russa.

Putin, non importa come lo si voglia considerare, ha sentito il “risveglio russo”. E, nel momento in cui lo si vuole declassare da partner dell’Occidente a “dittatore” da liquidare, si troverà obbligato, anche per difendere se stesso, a rispondere. E la risposta – anche se non sarà un intervento militare diretto in Ucraina – sarà sia globale, cioè su tutti i fronti, a cominciare da quello energetico, da quello strategico militare, da quello dei legami molteplici di tipo economico, commerciale, industriale che sono rimasti molto forti nonostante tutte le operazioni di “ucrainiazzazione” degli ultimi 23 anni, fino all’esercizio della “influenza” russa lungo tutta la lunga frontiera comune.

Che tutto questo non conti, o conti poco, lo possono pensare a Washington, e sbagliano. Ma che non siano capaci di immaginarselo gli artefici brusselliani della cosiddetta “politica di buon vicinato europeo”, è francamente sbalorditivo. E dimostrerebbe fino a che punto i dirigenti di questa Unione Europea hanno perduto contatto con la realtà.

Fonte: Megachip

Questo articolo sarà pubblicato come editoriale nel prossimo numero di Antimafia 2000 in uscita a fine giugno.