L’unica discriminazione consentita è quella contro i palestinesi


 

(Annamaria Brancato) – Edward Said aveva saggiamente affermato che “l’unica discriminazione consentita è quella verso il popolo palestinese”.

Forse, mai come in questi giorni di folle rappresaglia israeliana verso il popolo palestinese a seguito del ritrovamento dei tre cadaveri dei coloni scomparsi, si riesce a percepire la triste verità di questa affermazione.

Se lo stanno chiedendo in molti, ormai, che valore ha la vita di un palestinese rapportata a quella di un israeliano e gli avvenimenti di questi ultimi giorni in Palestina non possono non scuotere gli animi anche di chi, da sempre, ha visto in Israele l’unico spiraglio di democrazia in Medio Oriente.

Dalla sera del 12 giugno, da quando cioè i tre coloni sono scomparsi dall’area intorno a Hebron, un territorio posto sotto controllo dell’esercito israeliano, sono più di dieci le vittime delle incursioni israeliane, tra cui bambini e donne incinta; più di 700 sono stati rapiti e incarcerati, compreso Samer Issawi, militante del Fronte Democratico per la Liberazione della Palestina, già liberato a dicembre del 2013 dopo 266 giorni di sciopero della fame. Centinaia e centinaia sono le persone ferite, non solo in Cisgiordania ma anche a Gaza, che proprio in questi giorni rivive ancor più intensamente il terrore nel ricordo ancora fresco di operazioni come Piombo Fuso.

Ed è proprio questo accanimento contro Gaza, nonostante il ritrovamento dei corpi sia avvenuto nella zona vicino a Hebron, che ci dà la certezza che Israele sia più che mai intenzionato a colpire Hamas.

Come già anticipato in un precedente articolo scritto all’indomani del rapimento dei tre coloni, l’obiettivo principale della follia vendicatrice dell’esercito israeliano era quello di minare l’unione tra Fatah e Hamas; un’unione che aveva riscosso consensi anche in ambito internazionale, essendo stata appoggiata da Usa e Unione Europea.

Un’Unione Europea, incarnata in questo caso da Germania, Gran Bretagna, Francia e, in un secondo momento, anche da Spagna e Italia, che decide di avvertire i propri cittadini a non impegnarsi in attività finanziarie o in investimenti nelle colonie a Gerusalemme Est, in Cisgiordania e nelle Alture del Golan annesse unilateralmente da Israele.

Una politica confusa e ambigua quella “euro-occidentale”, che sceglie di delegittimare economicamente l’entità israeliana da un lato, evitando però di minarne seriamente le fondamenta alla base appoggiando invece Israele e la sua rappresaglia con tanto di striscioni e manifestazioni di solidarietà verso i tre coloni, proprio come è avvenuto a Roma in questi giorni.

Tornando al rapimento, nessuno dei gruppi palestinesi ha rivendicato il gesto, tantomeno l’indiziato numero uno Hamas, il quale in questo momento, come fanno notare molti, non sarebbe stato forse nella posizione più adatta per portare avanti un’azione di tale portata, viste anche le atroci conseguenze, ma soprattutto, se davvero ne fosse stato il responsabile, avrebbe potuto “strumentalizzare” a proprio favore l’intera vicenda, magari chiedendo uno scambio di prigionieri come del resto già avvenuto in passato.

Israele è sicuramente riuscito a destabilizzare l’alleanza tra Fatah e Hamas e quel lieve equilibrio venutosi a creare con l’istituzione del governo di unità nazionale; ma ciò che è forse più probabile dopo questa aggressione è che proprio Hamas ne esca rafforzato, a scapito del fin troppo moderato premier Abu Mazen, ormai percepito dai Palestinesi stessi come un collaboratore di Israele.

La cosa più grave e più spaventosa è che questo clima di violenza gratuita non accenna a placarsi, come dimostrano anche le parole del Ministro dell’Economia israeliano Naftali Bennet: “Non ci sarà perdono per gli assassini dei ragazzi. Questo è il momento dell’azione, non delle parole” ma il mondo occidentale si ostina a non voler vedere la smania vendicatrice del suo unico alleato in Medio Oriente.

Israele cerca vendetta ma, stando a quanto riporta il sito addameer.org, dal 1991, anno in cui Israele ha firmato la Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura, sono circa 104 i prigionieri politici morti a causa dell’occupazione militare.

Non solo: nella notte di martedì primo luglio, l’esercito israeliano ha arrestato 42 palestinesi tra Ramallah, Nablus e Salfit sospettati di essere membri di Hamas e un gruppo di coloni ha dato fuoco a una fattoria di palestinesi.

Più che ritorsione politica, l’intera faccenda ha ormai tutti i tratti di una punizione collettiva ai danni della popolazione civile.

 

Anna Maria Brancato (1986). Laureata in Governance e Sistema Globale all’Università di Cagliari, con una tesi sulla condizione dei profughi palestinesi in Libano e, in particolare, nel campo profughi di Shatila, a Beirut, dove ha soggiornato per svolgere le sue ricerche.