Leader dei Sufi: combattere il salafismo e scegliere l’Islam moderno


 

“Il nostro obiettivo è promuovere la pace nel mondo, combattere il salafismo e convincere tutti i musulmani a percorrere la via dell’islam moderno”. Vale a dire, “la coesistenza tra tutti i popoli che vivono in pace” e ”la comprensione reciproca” senza uso della forza. Lo Sheikh Alaa Abul Azayem, presidente della Federazione mondiale degli ordini Sufi, gli aderenti alla corrente mistica dell’Islam, in una conversazione con l’agenzia di stampa ANSAmed parla di politica egiziana e del pericolo rappresentato dal jihadismo salafita: un fenomeno sempre più esteso ed allarmante non solo nelle aree di crisi della regione (dallo stesso Egitto alla Libia, dalla Siria all’Iraq), ma anche in quello stesso Occidente da cui molti combattenti jihadisti ormai provengono.

“Il nostro ruolo è ormai indispensabile non solo per la sicurezza degli egiziani – dice Azayem parlando con ANSAmed – ma per quella di tutto il mondo. Molti occidentali sono attratti dal salafismo militante, mentre i sufi, con la loro filosofia non violenta, possono essere un punto di equilibrio. Per questo è importante che siano presenti fra i musulmani in tutto il mondo”.

Di sicuro la confraternita sufi da lui guidata, la ‘tariqa’ Azmiya, “è l’unica che combatta sul piano ideologico il salafismo jihadista e militante. Abbiamo pubblicato e distribuito gratuitamente 40 libri contro di loro, e registrato audio per una diffusione ancora maggiore”.

Non può esservi infatti jihad nell’Islam, spiega, ”se non in presenza di un’aggressione reale o imminente”. E invece “le prime vittime dei terroristi sono i loro vicini con cui dovrebbero vivere in pace, e soprattutto gli altri musulmani”. Come si vede da quanto accade, appunto, in Egitto, Siria e Iraq. Tant’è vero che il gruppo Ansar Bait al-Maqdis (i Partigiani di Gerusalemme), basato nel Sinai e che ha rivendicato numerosi attentati nell’Egitto dopo la destituzione del presidente islamista Mohammed Morsi, “noi lo riteniamo un agente di Israele”.

D’altra parte Azayem considera agenti del sionismo anche i Fratelli musulmani, che “hanno, con il progetto del califfato, lo stesso obiettivo di governare il mondo”. La Fratellanza del resto, a suo avviso, ha anche dimostrato nel suo anno di governo tutta la sua “stupidità”. Inoltre ha goduto dell’appoggio “del Qatar, della Turchia e prima anche dell’Arabia Saudita” e ha avuto stretti legami, accusa, con i jihadisti di altri Paesi. “Ma Sisi li finirà”, afferma deciso, con riferimento all’ex generale da poco eletto alla presidenza: una carica che ora gli garantisce, aggiunge, i pieni poteri che prima non aveva.

Quanto ai partiti salafiti, compresi quelli che si erano smarcati dalla Fratellanza ancora prima della caduta di Morsi, come il partito Nour, a suo avviso sono solo degli “ipocriti”. In realtà è proprio l’avvento al potere dell’islamismo sunnita, dopo la rivoluzione contro Mubarak del 2011, ad avere spinto una parte dei sufi egiziani ad entrare nell’arena politica, abbandonando una storica propensione al quietismo.

Il sufismo – noto anche per il rito dei ‘dervisci rotanti’ – si basa su una conoscenza diretta di Dio e, pur trovando nell’islam il suo asse portante, trae origine e alimento da altre fonti religiose e filosofiche. Ma proprio per questo percepisce nell’estremismo sunnita il principale nemico per la propria stessa esistenza – come del resto hanno dimostrato gli attacchi salafiti ai loro luoghi di culto dopo il 2011, in Egitto come in Tunisia.

Azayem si è rivelato particolarmente propenso a questa partecipazione politica, tanto da schierarsi tramite un nuovo partito (Al-Tahrir al-Masri, la Liberazione dell’Egitto) contro la candidatura di Morsi nel 2012, e sostenendo poi quella dell’ex generale Abdel Fattah El Sisi. Una scelta, questa dell’impegno diretto in politica, che rappresenta un elemento distintivo dell’ordine sufi da lui guidato, insieme ad una sua maggiore vicinanza allo sciismo.

“Gli egiziani sono sunniti per pratica e sciiti nel cuore”, afferma in proposito. E va anche oltre, auspicando per il futuro migliori rapporti con quella che definisce “una grande potenza” come l’Iran. L’auspicio che si riaprissero le relazioni dell’Egitto con il vicino sciita era del resto condiviso da molti sheikh sufi già all’epoca delle presidenziali del 2012.

 

Fonte: Ansamed