La disgregazione di Iraq e Siria è incominciata con l’11 settembre


 

(Alberto Negri) – Niente è più illusorio e ingannevole di uno sguardo alla mappa del Medio Oriente dove gli arbitrari confini tracciati all’epoca coloniale delimitano stati e popoli che in quanto tali non ci sono quasi più, come la Siria e l’Iraq. Mentre uno stato che dovrebbe nascere, la Palestina, resta soltanto una promessa, o una bugia, a seconda dei punti di vista.

La disgregazione di Iraq e Siria è cominciata nel momento in cui l’11 settembre del 2001 Al-Qāʿida fece crollare le Torri di New York e gli Stati Uniti iniziavano la guerra al terrorismo. L’Iran offrì allora la sua collaborazione agli Stati Uniti intuendo che un intervento americano in Afghanistan avrebbe dato il via alla distruzione di un’intera regione: una vittoria militare e politica a Kabul era quasi impossibile, come aveva dimostrato il passato, e avrebbe spinto Washington a tentare una rivincita prendendo di mira altri regimi mediorientali.

Prima è stata la volta dell’Iraq nel 2003, poi della Libia nel 2011 quindi della Siria nel 2013, quando l’America è stata frenata nei suoi propositi di attaccare Damasco dalla Russia di Vladimir Putin che con la proposta sul disarmo dell’arsenale chimico siriano ha lanciato una ciambella di salvataggio al presidente Barack Obama, evitandogli decisioni fatali.

Che la Siria e l’Iraq siano ancora in piedi e la gente venga portata persino a votare, in elezioni per altro assai controverse e complicate, appare quasi incredibile. Per distruggere queste due nazioni è stato fatto di tutto, sia dentro che fuori. È accaduto che, dopo aver fatto la sua comparsa nella guerra contro Bashar Assad, la guerriglia sunnita di stampo qaidista dello Stato Islamico dell’Iraq e del Levante (isis) ha esteso le operazioni in Iraq a fianco delle milizie in rotta con il governo sciita di Nouri Al Maliki.

Da due guerre civili ne è nata una sola che sta destabilizzando l’Iraq, tra i primi Paesi del mondo per riserve di petrolio e di gas.

Negli ultimi anni, dopo il ritiro degli americani alla fine del 2011, l’Iraq era stato relegato ai margini delle cronache. Quasi che la ripetizione di stragi e massacri avesse anestetizzato i media e l’opinione pubblica mentre le lotte interne tra sciiti, sunniti e curdi, sembrava costituissero la normalità. Ma la progressione della violenza non si è fermata: 8.800 civili morti nel 2013 secondo i dati dell’onu, mentre da gennaio a oggi sono già state uccise 2.700 persone.

La partita geopolitica ed energetica rende l’Iraq un crocevia strategico sul Golfo, ai confini di Iran, Siria e Turchia. Il gioco delle influenze vede in primo piano l’Iran, che appoggia le correnti sciite e sorveglia attentamente gli ayatollah di Najaf e Kerbala, la Turchia, che punta a raggiungere accordi energetici separati con il Kurdistan iracheno, mentre le monarchie sunnite del Golfo vorrebbero contenere un ritorno da protagonista dell’Iraq e sostengono la guerriglia di Al Anbar. Una miscela di interessi esplosiva: l’Iraq, con riserve stimate di 143 miliardi di barili – e una produzione di 3,5 milioni di barili al giorno – custodisce il 9% delle riserve mondiali di oro nero. Una cassaforte dell’energia dove si affollano multinazionali americane, russe, asiatiche, europee e, naturalmente, anche l’eni che ha appena firmato due contratti da un miliardo di dollari per i pozzi di Zubair.

Questo Iraq “utile”, che gronda petrolio, rischia però di disgregarsi nella violenza settaria e negli interessi contrapposti: ed è quindi ancora più rilevante e degna di rispetto l’ostinazione di un popolo che cerca ancora una strada democratica per guarire le cicatrici profonde lasciate dalla dittatura sanguinaria di Saddam e ricucire le ferite di un presente angoscioso e opprimente.

Sulla guerra di Siria è stato detto e scritto di tutto. Il bilancio dei morti, 140.000, e dei profughi, tre milioni, è pesantissimo, un intero Paese è stato azzerato e l’economia di guerra sta devastando la fabbrica sociale siriana, con effetti assai preoccupanti anche per il Libano dove ci sono un milione di rifugiati siriani e che ha già provato sulla sua pelle, con la guerra civile negli anni ‘80 e nel 2006 con l’attacco israeliano, cosa significhi recuperare da un conflitto.

È stato stimato che se anche l’economia siriana crescesse al ritmo del 5% annuo ci vorrebbero tre decenni per recuperare le ferite profonde inflitte a questo Paese.

Questa non è una novità per noi che abbiamo vissuto un quarto di secolo di guerre in Medio Oriente, nei Balcani, Africa e in Asia centrale. Già avevamo visto proprio quanto accaduto in Iraq in dodici anni di embargo imposto dopo l’invasione del Kuwait da parte di Saddam nel ‘90: quando gli americani attaccarono nel 2003 il Paese era ridotto al collasso e con una risoluzione dell’onu vendeva petrolio con il contagocce in cambio di cibo e medicinali.

Gli embarghi fanno meno rumore delle guerre ma uccidono silenziosamente i popoli. Per questo Teheran vuole arrivare prima possibile a un accordo con gli americani sul nucleare: se entro luglio non ci sarà un’intesa lo scenario, dentro e fuori l’Iran, potrebbe mutare in maniera anche drammatica.

La realtà è che si combatte dal cuore della Mesopotamia alle coste del Mediterraneo un conflitto epocale, che vede sì la contrapposizione settaria tra sciiti e sunniti – strumentalizzata per altro ogni qual volta è necessario – ma soprattutto una guerra di civiltà. È un’illusione ottica che sia l’Islam al centro del conflitto. La religione di questi tempi viene più usata che rispettata.

Il cuore di questa guerra di civiltà è l’uomo stesso, che non vuole rinunciare alla sua terra, al suo diritto di sopravvivere, di decidere come scegliere il suo futuro senza che venga imposto da fuori.

 

Prefazione del volume: Middle East. Le politiche del Mediterraneo sullo sfondo della guerra in Siria (Arkadia Editore, 272 pagine, 16 euro).