Hezbollah, i rapporti con Hamas e la questione palestinese


Tratto dal libro Middle East – Le politiche nel Mediterraneo sullo sfondo della guerra in Siria

(Alessandro Aramu) – I legami storici del Partito di Dio con Teheran e Damasco obbligano Hezbollah a combattere a fianco dell’esercito regolare siriano per impedire che quel Paese cada definitivamente nelle mani dei terroristi e decreti la fine di una nazione che ha fatto della laicità e del pluralismo, etnico e religioso, un modello di convivenza civile e politica. Chi accusa Hezbollah di condurre una guerra disperata, in termini militari e politici, commette un altro madornale errore. Il problema non è perdere o acquisire consensi in Libano, vincere o perdere le elezioni, ma garantire la stabilità di un’intera regione minacciata da un terrorismo crescente e minaccioso.

Si obbietta che quella di Hezbollah sia una lotta per la sopravvivenza: se dovesse cadere il potere alawita in Siria, infatti, si determinerebbe una discontinuità territoriale tra il Libano e l’Iran con un conseguente danneggiamento del rifornimento militare proveniente da Teheran. In questo modo ne risulterebbe indebolito lo stesso regime degli Ayatollah e questo lederebbe direttamente il peso di Hezbollah in un eventuale ulteriore, futuro, scontro militare con Israele. Trovo questa osservazione ragionevole e dal punto di vista strategico, politico e militare, giustificata.

Il governo di Tel Aviv ha investito molto sulla guerra in Siria con l’obiettivo di indebolire il nemico che gli ha inferto una sconfitta umiliante del 2006 e che ancora oggi costituisce una spina nel fianco per l’esercito con la Stella di David. La caduta di Assad, secondo alcuni analisti, potrebbe aprire la strada a un’occupazione da parte di Israele di alcuni territori della parte meridionale del Libano, così come accaduto in passato con le Alture del Golan, con una conseguente cacciata della popolazione sciita dai loro villaggi. Di questo ne è fermamente convinto Nasrallah: «Se la Siria cade nelle mani dei fanatici religiosi [gli insorti Takfiri, NdR] e degli Usa, Israele entrerà in Libano».

La guerra in Siria ha messo in crisi un asse di resistenza storica nella regione, quella di Hezbollah con i palestinesi – sunniti – di Ḥamās, un altro attore fondamentale nello scacchiere mediorientale. I primi hanno combattuto al fianco di Assad, i secondi si sono legati ai ribelli, anche attraverso il legame con i poteri islamici presenti nell’area, come i Fratelli musulmani di Morsi (Egitto) e l’akp di Erdoğan (Turchia). Hezbollah ha accusato apertamente Ḥamās di finanziare e addestrare i gruppi jihadisti presenti nel territorio siriano e di combattere in alcune occasioni al loro fianco.

Nel dicembre del 2011 Ḥamās ha dato un segnale chiaro al mondo sciita, e in particolare a Hezbollah, trasferendo il proprio ufficio politico dalla Siria, in cui aveva sede dal 1999, in Qatar, un altro degli sponsor principali dei ribelli siriani e nell’Egitto. «Sosterremo il regime siriano finché si opporrà al nemico israeliano», ha detto Ḥamās al vice Ministro per gli Affari Esteri Ghazi Hamad, «ma quando opprime il proprio popolo decidiamo di distaccarci da esso nonostante questo sia considerata una grande perdita per Ḥamās».

La tensione tra Ḥamās e Hezbollah è peggiorata per tutto il 2012 e il 2013 e ha avuto l’apice della sua crisi nel corso della battaglia di Qusayr. Il Partito di Dio ha accusato i militanti di Ḥamās di aver assistito i combattenti jihadisti sunniti dopo aver scoperto alcuni tunnel scavati con mezzi iraniani che Hezbollah aveva lasciato a Ḥamās per combattere a Gaza. Un’accusa particolarmente grave dato che Hezbollah, durante l’assedio della città, ha perso molti soldati in quei tunnel disseminati di trappole esplosive.

Hezbollah, in ogni caso, ha sempre cercato di non attaccare apertamente il movimento palestinese, evitando una rottura che avrebbe offerto una straordinaria occasione per l’Occidente e Israele. Il partito di Dio si è affrettato a diramare un ordine interno per impedire ai suoi portavoce di criticare pubblicamente il movimento palestinese. Resta il fatto che Hezbollah ha considerato in più di una occasione le rivolte in Siria come un piano orchestrato dall’esterno (Stati Uniti ed Europa in testa) per indebolire la resistenza comune contro Israele. Una resistenza di cui fa parte, a tutti gli effetti, anche il presidente siriano Bashar al-Assad.

Hezbollah e Ḥamās sono nati dalla lotta contro Israele e hanno ricevuto in cambio cospicui finanziamenti e aiuti dalla Siria e dall’Iran. Nonostante le differenze settarie e religiose, già dai primi anni ‘90, quando Israele ha esiliato la leadership di Ḥamās in Libano, i due gruppi hanno coltivato un’alleanza che ha determinato gli equilibri di potere del Medio Oriente per decenni. Il pericolo rappresentato da Israele però costituisce un valido motivo per mantenere un’alleanza strategica che dura da molto tempo, quasi un’eccezione in questa parte del pianeta, dove tutto sembra variabile e non duraturo. Un divorzio tra questi due movimenti sembra al momento improbabile.

Le differenti posizioni sulla Siria rimangono, così come la lotta comune contro Israele. I segnali di riavvicinamento ci sono e fanno paura a Tel Aviv che aveva sperato in una clamorosa rottura tra i suoi acerrimi nemici. Nel settembre del 2013 arrivano le tanto attese dichiarazioni di Ali Baraka, rappresentante di Ḥamās in Libano: «Ciò che unisce Ḥamās a Hezbollah supera quanto divide i due movimenti di resistenza. Nonostante le divergenze sulla questione siriana, i rapporti tra Ḥamās e l’Iran sono in continuo miglioramento». Baraka ha dunque negato che gli uffici del suo movimento siano stati spostati dalla loro sede, nella periferia sud di Beirut, e ha dichiarato: «I nostri uffici sono ancora nella periferia sud e nessuno ci ha chiesto di andarcene. Le nostre relazioni con Hezbollah non sono state interrotte e ciò che ci unisce a loro è maggiore rispetto a quanto ci divide. Abbiamo avuto delle dispute sulla questione siriana ma siamo d’accordo sulla lotta contro il nemico sionista e sul sostegno alla resistenza in Palestina. Inoltre, entrambi i movimenti concordano sulla necessità di mantenere neutrali i campi profughi palestinesi in Libano e considerano i conflitti settari un’arma in mano ad Israele. Perciò, sia Ḥamās che Hezbollah ritengono che le controversie tra i musulmani vadano risolte solo attraverso il dialogo diretto, e non con i combattimenti».

Malgrado le difficoltà avute con Ḥamās e l’impegno sul fronte siriano, la questione palestinese rimane comunque centrale per l’azione politica di Hezbollah.

Il segretario generale Hassan Nasrallah ha ricordato ai palestinesi che durante la guerra di Hezbollah del 2006 e l’“Operazione Piombo fuso” a Gaza (2008-2009) la Siria ha fornito armi a entrambe le organizzazioni come nessun altro Stato arabo. In tutti questi anni Hezbollah ha continuato a condannare fermamente le continue aggressioni israeliane contro la Striscia di Gaza, in totale violazione con la tregua tra Tel Aviv e la resistenza palestinese.

Il Partito di Dio ha elogiato lo sforzo delle fazioni palestinesi, in modo particolare della jihad islamica, confermando che la resistenza resta l’unica opzione disponibile ed efficace per arginare l’aggressione israeliana. Ma sullo sfondo della questione palestinese rimane sempre la guerra in Siria, tanto che lo stesso Nasrallah ha ammonito: «Se avete a cuore la Palestina e il Libano, se volete realmente resistere a Israele non potete limitarvi a condannare, è necessario impegnarsi per porre fine alla guerra in Siria e cessare ogni tipo di complicità».

Hezbollah, nei suoi numerosi comunicati, non ha mai smesso di sottolineare anche il ruolo determinante che hanno avuto i popoli arabi e musulmani nel sostenere il popolo palestinese, esortandoli a muoversi e fare la loro parte nel proteggerlo e fornirgli tutto il sostegno possibile. Sembra lontano il discorso accorato pronunciato nel febbraio del 2012 da Ismail Haniyeh, “primo ministro” di Ḥamās, alla moschea del Cairo di al-Azhar in cui lodava «gli eroi siriani che combattono per la libertà, la democrazia e la riforma», mentre i fedeli rispondevano al grido: «No Hezbollah e no Iran».

La difesa del popolo palestinese continua a essere il collante di un’alleanza che, nel bene e nel male, rappresenta il solo vero contrappeso all’occupazione militare israeliana in Cisgiordania e alla politica oppressiva di Tel Aviv sulla Striscia di Gaza. Un’occupazione che continua senza sosta, in totale violazione delle norme di diritto internazionale.

Agli inizi del 2014 sono stati annunciati 1400 allogginei territori occupati600 a Gerusalemme est e 800 in Cisgiordania. Sono circa 350 mila gli ebrei che vivono nei territori occupati in Cisgiordania, oltre ai 200 mila che risiedono a Gerusalemme est, una colonizzazione considerata illegale dalla comunità internazionale. Un’attività che prosegue senza sosta e che punta a cancellare la presenza del popolo palestinese in quei territori. Il Consiglio dei diritti umani dell’onu ha chiesto a Israele di fermare tutte le attività di insediamento senza precondizioni e di avviare un processo di ritiro di tutti i coloni dai Territori. In un rapporto del gennaio del 201, le Nazioni Unite hanno denunciato: «[…] un numero elevato di diritti umani dei palestinesi vengono violati a causa dell’esistenza delle colonie. Le colonie sono istituite e sviluppate per il beneficio esclusivo degli israeliani ebrei e vengono mantenute attraverso un sistema di segregazione totale tra i coloni israeliani e la popolazione che abita nei territori occupati».

Questa continua politica di aggressione territoriale, ovviamente, non solo nega il rispetto dei confini del ‘67, ma indebolisce il processo di pace. Stati Uniti ed Europa sono impotenti e si limitano a prese di posizione che non hanno alcun effetto sulle condizioni di vita del popolo palestinese. I rapporti tra Washington e Tel Aviv sotto l’amministrazione Obama, che ha forti responsabilità per il rallentamento del processo di pace in Medio Oriente, sono stati molto freddi. Di fronte alla prepotenza di Israele, che non può giustificare le sue azioni edificatrici con la semplice ragione della sicurezza nazionale, Hezbollah costituisce sul piano internazionale l’unica forza in grado di contrapporre una concreta resistenza al disegno di annientamento del popolo palestinese. Tel Aviv lo sa bene ed è per questo che attua nei suoi confronti una politica altrettanto aggressiva e minacciosa. (twitter@AleAramu)

 

Middle East. Le politiche del Mediterraneo sullo sfondo della guerra in Siria (Arkadia Editore, 272 pagine, 16 euro). A cura di Raimondo Schiavone con Giulietto Chiesa, Ammar al Moussawi, Alessandro Aramu e Talal Khrais.

 

Alessandro Aramu (1970). Giornalista, direttore della Rivista di geopolitica Spondasud. Autore di reportage sulla rivoluzione zapatista in Chiapas (Messico) e sul movimento Hezbollah in Libano, ha curato il saggio Lebanon. Reportage nel cuore della resistenza libanese (Arkadia, 2012). È coautore dei volumi Syria. Quello che i media non dicono (Arkadia 2013) e Middle East. Le politiche del Mediterraneo sullo sfondo della guerra in Siria (Arkadia Editore 2014).