Questa volta Israele potrebbe essere sotto scacco



(Raimondo Schiavone)
– Quella di Gaza probabilmente non sarà la solita guerra israelo-palestinese e non si concluderà con il solito vincitore. Israele non ha tenuto conto di tutti i fattori in campo e della situazione contingente che vive il Medio Oriente. La guerra in Iraq, in Libia, ma soprattutto quella in Siria, sono la dimostrazione che il nuovo modo di combattere, la presenza in campo di forze addestrate alla guerriglia, il miscelarsi di movimenti di liberazione con forze terroristiche addestrate e sostenute nel recente passato dall’Occidente, creano i presupposti per una guerra lunga che si estenderà da Gaza alla Cisgiordania e dentro Israele.

Hamas ha sostenuto in Siria movimenti terroristici anti-Assad, in sintonia con il vero artefice del tentativo di eliminazione del Presidente siriano, il Presidente turco Erdoğan. Riceverà sicuramente il sostegno dei movimenti terroristici operanti in Siria e in Iraq e questo influenzerà la guerra contro Israele: una guerra di religione e non più di territorio sulla quale operano soggetti non capaci di ragionamento politico, ma schegge impazzite di marcato stampo terroristico. Oltre a questo fattore potrebbe verificarsi la possibilità, anche se remota, che Hezbollah, movimento di liberazione libanese già vincitore contro Israele nell’ultimo conflitto, possa intervenire in soccorso del popolo palestinese.
Sulla guerra in Siria, Hezbollah e Hamas sono stati su fronti opposti e il movimento guidato dal leader Nasrallah non ha gradito che Hamas fosse accanto a movimenti terroristici jihadisti nel tentativo di rovesciare il Governo Alawita di Bashar al-Assad.
Ma l’odio verso l’antico nemico Israele, la volontà di infliggere una lezione alla parte sionista che in questa fase governa lo stato ebraico, potrebbe invogliare Hezbollah a dare un supporto strategico a Hamas.

Del resto, sono stati proprio i libanesi a insegnare ai Fratelli Musulmani palestinesi le tecniche di costruzione dei tunnel come strumento strategico per combattere una guerra da sotto terra. Se ciò accadesse, il quadro globale del conflitto cambierebbe totalmente, si allungherebbero i tempi di una sua possibile conclusione e la resistenza di Israele sarebbe messa a dura prova. Certo è vero che la forza militare di Israele è ben superiore a quella della Siria del 2012, ma non è altrettanto forte la resistenza del popolo israeliano che mal sopporta l’attuale livello di conflitto, figuriamoci uno più lungo e basato su toni terroristici. Inoltre, i confini israeliani appaiono solidi, ma l’infiltrazione è meno proibitiva del passato, specie per forze addestrate, quali quelle jihadiste dotate di attrezzature moderne. Nulla potrà la fortissima aviazione israeliana, se non aumentare il numero delle vittime civili e il disappunto internazionale nei propri confronti.

Ovviamente questo scenario avrebbe ripercussioni pesantissime a livello internazionale, portando necessariamente gli USA verso una maggiore attenzione alla vicenda. Inoltre, ci sarebbe il rischio di un nuovo irrigidimento dei rapporti tra Stati Uniti e Iran che potrebbe essere trascinato non tanto nel conflitto, ma quantomeno ritenuto responsabile degli accadimenti, specie se Hezbollah dovesse decidere di scendere in campo. Un altro inasprimento sarà quello dei rapporti tra Stati Uniti e Turchia: Erdoğan non potrà abbandonare i suoi “Fratelli” e, seppur subdolamente, dovrà sostenere il conflitto, come del resto ha fatto in Siria.
La variabile indipendente in questo caso è la Russia di Vladimir Putin che, come ha sempre fatto, non potrà schierarsi con Israele. In Russia vivono, infatti, alcuni milioni di ebrei che hanno votato per il presidente Putin. D’altro canto, il presidente russo potrebbe ottimizzare la sua posizione politica in chiave internazionale acconsentendo ad azioni forti degli USA e di Israele, quantomeno coprendole in sede ONU, barattando una posizione più comoda sulle vicende euro-caucasiche con l’Occidente.

Un quadro, questo, che certo non tiene conto dell’emergenza umanitaria delle centinaia di vittime civili in Palestina. L’Occidente sarà capace di gestire questa tragedia addomesticando i media amici, come ha fatto in passato nei conflitti siriano, iracheno e libico.
Ciò non toglie che Israele sta rischiando davvero tanto e si sta giocando le sue ultime carte nell’infinito conflitto Medio Orientale.

 

Raimondo Schiavone – Segretario Generale di Assadakah