Le primavere arabe. Breve storia di un fenomeno controverso


 

(Salvatore Lazzara) –  Primavera araba è un termine di origine giornalistica utilizzato perlopiù dai media occidentali per indicare una serie di proteste ed agitazioni cominciate tra la fine del 2010 e l’inizio del 2011. I paesi maggiormente coinvolti dalle sommosse sono la Siria, la Libia, l’Egitto, la Tunisia, lo Yemen, l’Algeria, l’Iraq, il Bahrein, la Giordania e Gibuti, mentre ci sono stati moti minori in Mauritania, in Arabia Saudita, in Oman, in Sudan, in Somalia, in Marocco e in Kuwait. Le vicende sono tuttora in corso in alcune regioni del Medio Oriente, del vicino Oriente e del Nord Africa. Dallo scoppio della cosiddetta primavera araba ad oggi, lo scenario appare radicalmente mutato. La spontaneità della ribellione, la grande partecipazione giovanile, l’imponenza delle manifestazioni di piazza e la non violenza del movimento, che avevano segnato il momento più alto di questa ondata rivoluzionaria, appare ormai irrimediabilmente trasformata in tragiche lotte di potere da parte dei terroristi islamici camuffati da ribelli moderati ed appoggiati in modo spudorato dall’occidente e dai paesi arabi coinvolti nei conflitti per motivi politici. Dopo la vittoria nelle piazze in Tunisia e in Egitto, la rivolta si è trasformata in guerra civile in Libia, con gli ultimi catastrofici eventi considerati poco importanti dalla comunità internazionale, ma che nel prossimo futuro riserveranno delle spiacevoli sorprese. Se in origine prevalevano i tratti comuni (tra la rivoluzione tunisina, quella egiziana e le prime manifestazioni di rivolta in Siria e nello Yemen), con il passar dei mesi e degli anni sono emerse radicali differenze tra paese e paese.

Hanno ripreso vigore i tradizionali partiti all’opposizione -anche se non sono formati da persone del luogo e la loro residenza è all’estero-, presi alla sprovvista dall’irruenza della protesta giovanile e spontanea, e un ruolo da protagonista, come era prevedibile, hanno conservato o riguadagnato i militari, pur fautori di scelte antitetiche da paese a paese: in Egitto i vertici dell’esercito hanno saputo cavalcare l’ondata delle proteste senza farsi travolgere e appaiono  tuttora  in una posizione di forza e di privilegio; in Libia e nello Yemen  l’esercito si è diviso tra la fedeltà al regime e l’adesione alla rivolta; in Siria, infine, tutte le forze militari e di polizia hanno fatto quadrato intorno ad Assad. Tornano alla ribalta le forze islamiste, fra tutte i Fratelli Musulmani in Egitto, con oscuri presagi per il futuro. Le ultime decisioni in merito, hanno portato all’arresto dell’ala più radicale, non senza proteste e destabilizzazioni.

La spinta al cambiamento e le aspirazioni di libertà appaiono frustrate, dunque, non solo in quei paesi dove la rivolta è in fase di stallo ma anche lì dove il crollo dei “regimi”, o meglio governi eletti dal popolo, non ha trascinato con sé tutti i vecchi centri di potere, rivelando ancora una volta l’intrinseca debolezza e fragilità delle opposizioni e il peso imprescindibile dei clan tribali, delle oligarchie militari e soprattutto della religione, l’islam, in tutte le sue sfaccettature sociali e politiche.  L’Arabia Saudita, nel suo anacronistico connubio tra zelo religioso e petrodollari, modernità tecnologica e struttura statuale arcaica fondata su clan e famiglie principesche, vuole mantenere il suo ruolo di arbitro regionale, pronta a rinsaldare la sua alleanza strategica con gli Stati Uniti nel caso l’Iran volesse approfittare della debolezza del fronte arabo sunnita. Da ultimo la crisi economica, che nella congiuntura rivoluzionaria ha conosciuto un ulteriore peggioramento e porta con sé il rischio di esasperare gli antagonismi sociali e generare nuove derive politiche. Appaiono ancora fortemente incerti gli esiti della crisi nello Yemen e in Siria e non meno preoccupante, è la situazione libica. Inoltre un Egitto fortemente indebolito, quasi in ginocchio, costituisce altresì un pericolo, come teme Israele e gli Stati Uniti e come forse si auspica invece l’Arabia Saudita, che potrebbe così recuperare sempre più la sua funzione di interlocutore imprescindibile sul piano internazionale.

Storia. Le proteste che hanno colpito paesi riconducibili in vario modo all’universo arabo ma anche esterni a tale circoscrizione come nel caso della Repubblica Islamica dell’Iran (che ha in un certo senso anticipato la primavera araba con le proteste post-elettorali 2009-2010) e hanno in comune l’uso di tecniche di resistenza civile, comprendente scioperi, manifestazioni, marce e cortei e, talvolta, anche atti estremi come suicidi (divenuti noti tra i media come “auto-immolazioni”) e l’autolesionismo, così come l’uso di social network come Facebook e Twitter per organizzare, comunicare e divulgare gli eventi a dispetto dei tentativi di repressione statale. La primavera Araba ha lo scopo di portare o riportare le tradizioni del mondo arabo al potere. I social network tuttavia non sarebbero il vero motore della rivolta, secondo alcuni osservatori, per i quali “il network della moschea, o del bazar, conta assai più dì Facebook, Google o delle email”. Alcuni di questi moti, in particolare in Tunisia ed Egitto, hanno portato ad un cambiamento di governo, e sono stati denominati rivoluzioni. I fattori che hanno portato alle proteste sono numerosi e comprendono, tra le maggiori cause, la corruzione, l’assenza di libertà individuali, la violazione dei nostri diritti umani e delle condizioni di vita, che in molti casi rasentano la povertà estrema. Anche la crescita del prezzo dei generi alimentari e la fame sono da considerarsi tra le principali ragioni del malcontento, le quali sono da ritenersi minacce all’equilibrio mondiale in ordine all’alimentazione di larghe fasce della popolazione nei paesi più poveri nei quali si sono svolte le proteste, ai limiti di una crisi paragonabile a quella osservata nella crisi alimentare mondiale nel 2007-2008. Tra le cause dell’aumento dei costi, secondo Abdolreza Abbassian, capo economista alla FAO, la “siccità in Russia e Kazakistan accompagnata dalle inondazioni in Europa, Canada e Australia, associate a incertezza sulla produzione in Argentina”, a causa di cui i governi dei paesi del Maghreb, costretti ad importare i generi commestibili, hanno scelto l’aumento dei prezzi dei prodotti alimentari di largo consumo. Altri analisti hanno messo in risalto il ruolo della speculazione finanziaria nel determinare la crescita del prezzo dei generi alimentari in tutto il mondo. Prezzi più alti si sono registrati anche in Asia, in India dove ci sono stati rialzi nell’ordine del 18%, mentre in Cina dell’11,7% in un anno.

Ad oggi, quattro capi di stato sono stati costretti alle dimissioni o alla fuga: in Tunisia Zine El-Abidine Ben Ali il 14 gennaio 2011, in Egitto Hosni Mubarak l’11 febbraio 2011, in Libia Muammar Gheddafi che, dopo una lunga fuga da Tripoli a Sirte, è stato catturato e ucciso dai ribelli il 20 ottobre 2011 e in Yemen Ali Abdullah Saleh il 27 febbraio 2012. I sommovimenti in Tunisia hanno portato il presidente Ben Ali, alla fine di 25 anni di dittatura, alla fuga in Arabia Saudita. In Egitto, le imponenti proteste iniziate il 25 gennaio 2011, dopo 18 giorni di continue dimostrazioni accompagnate da vari episodi di violenza, hanno costretto alle dimissioni, complici anche le pressioni esercitate da Washington, il presidente Mubarak dopo trent’anni di potere. Nello stesso periodo, il re di Giordania Abdullah attua un rimpasto ministeriale e nomina un nuovo primo ministro, con l’incarico di preparare un piano di “vere riforme politiche”. Sia l’instabilità portata dalle proteste nella regione mediorientale e nordafricana che le loro profonde implicazioni geopolitiche hanno attirato grande attenzione e preoccupazione in tutto il mondo.

Tunisia. Le proteste nel paese iniziano dopo il gesto disperato di un ambulante, Mohamed Bouazizi, che il 17 dicembre 2010 si dà fuoco per protestare contro il sequestro da parte della polizia della sua merce. Il 27 dicembre il movimento di protesta si diffonde anche a Tunisi, dove giovani laureati disoccupati manifestano per le strade della città e vengono colpiti dalla mano pesante della polizia. Nonostante un rimpasto di governo il 29 dicembre, le rivolte nel paese non si placano. Il 13 gennaio il presidente tunisino Ben Ali in un intervento sulla tv nazionale si impegna a lasciare il potere nel 2014 e promette che garantirà la libertà di stampa. Il suo discorso però non calma gli animi e le manifestazioni continuano. Meno di un’ora dopo decreta lo stato d’emergenza e impone il coprifuoco in tutto il Paese. Poco dopo il primo ministro Mohamed Ghannouchi dichiara di assumere la carica di presidente ad interim fino alle elezioni anticipate. In serata viene dato l’annuncio che Ben Ali, dopo ventiquattro anni al potere, ha lasciato il Paese. A fine febbraio alcune decine di migliaia di manifestanti si radunano nel centro di Tunisi per chiedere le dimissioni del governo provvisorio, insediatosi dopo la cacciata dell’ex presidente Zine el-Abidine Ben Ali.

Egitto. In seguito ai diversi casi di protesta estrema che hanno visto darsi fuoco diverse persone a gennaio, il 25 gennaio violenti scontri si sviluppano al centro del Cairo, con feriti ed arresti, durante le manifestazioni della “giornata della collera” convocata da opposizione e società civile contro la carenza di lavoro e le misure repressive. I manifestanti contrari al regime di Mubarak invocano la liberazione dei detenuti politici, la liberalizzazione dei media, e sostengono la rivolta contro la corruzione e i privilegi dell’oligarchia. Il 29 gennaio il presidente Hosni Mubarak licenzia il governo e nomina come suo vice l’ex capo dell’intelligence, Omar Suleiman. Proseguono tuttavia gli scontri e le manifestazioni nelle città egiziane. Il 5 febbraio intanto si dimette l’esecutivo del Partito nazionale democratico di Mubarak, mentre il rais alcuni giorni dopo delega tutti i suoi poteri a Suleiman. L’11 febbraio il vice presidente annuncia le dimissioni di Mubarak mentre oltre un milione di persone continuano a manifestare nel paese. L’Egitto è lasciato nelle mani di una giunta militare, presieduta dal feldmaresciallo Mohamed Hussein Tantawi, in attesa che venga emendata la costituzione e che venga predisposta la convocazione di prossime elezioni presidenziali. Il resto è storia recente.

Libia. Il 16 febbraio si verificano nella città di Bengasi scontri fra manifestanti,scontenti per l’arresto di un attivista dei diritti umani,e la polizia, sostenuta da militanti del governo. In tutto il Paese, nel frattempo si tengono manifestazioni a sostegno del governo del leader Mu’ammar Gheddafi. Il 17 febbraio si registrano numerosi morti in accesi conflitti a Bengasi, città simbolo della rivolta libica che intende attuare la cacciata del capo del paese al potere da oltre quarant’anni. Nella data del 17 febbraio, proclamata la “giornata della collera”, milizie giunte da Tripoli a Beida, nell’est della Libia colpiscono i manifestanti causando morti e numerosi feriti. Molti dei decessi registrati in Libia risultano concentrati nella sola città di Bengasi, località tradizionalmente poco fedele al leader libico e più influenzata dalla cultura islamista. Il 21 febbraio la rivolta si allarga anche alla capitale Tripoli dove i contestatori danno fuoco a edifici pubblici. Nella stessa giornata a Tripoli si fa ricorso a raid dell’aviazione sui manifestanti per soffocare la protesta. Il 21 febbraio cominciano i tradimenti politici: la delegazione libica all’Onu prende nettamente le distanze dal leader Muammar Gheddafi. Il vice-ambasciatore libico, Ibrahim Dabbashi, a capo della squadra diplomatica libica, accusa il colonnello di essere colpevole di “genocidio” e di aver praticato “crimini contro l’umanita”. Il 20 ottobre 2011 Muammar Gheddafi viene catturato e ucciso vicino a Sirte. Il suo cadavere riposa vicino a Misurata. La Libia, dopo la morte del colonnello Gheddafi, rappresenta un’incognita: la drammatica fine del rais potrebbe aiutare il processo di pace ricomponendo le diverse, e antagoniste, anime della guerra civile o potrebbe piuttosto precipitare il paese nel caos esacerbando le divisioni e lasciando sempre più spazio alle manovre di Francia e Gran Bretagna e alla stretta reazionaria dell’Arabia Saudita, preoccupata di mantenere lo status quo e soprattutto di attraversare indenne questa stagione di rivolte. Il progetto di ricostruzione della Libia non può poggiare su alcuna preesistente struttura statuale e nazionale, minacciato piuttosto dalla forza centripeta delle divisioni regionali interne (Cirenaica contro Tripolitania) e da un possibile protagonismo delle forze islamiste. Il mosaico intricato della politica libica oggi è influenzato dal fondamentalismo islamico, il quale con le conquiste effettuate, rappresenta per il mediterraneo una minaccia importante.

Siria. Le sommosse popolari in Siria del 2011-2012 sono un moto di contestazione, simile a quelli che si svolgono nel resto del mondo arabo nello stesso periodo, che interessa numerose città della Siria dal mese di febbraio del 2011. Le proteste, avevano l’obiettivo di spingere il presidente siriano Bashar al-Assad ad attuare le riforme necessarie a dare un’impronta democratica allo stato. Evidentemente la rivolta in Siria ha preso un’altra direzione, di cui le potenze internazionali sono i maggiori responsabili. Dopo tre anni di conflitti ad opera dei fondamentalisti islamici, Assad a furore di popolo è rieletto presidente della Siria.  Rimanendo nello scacchiere mediorientale una pedina importante per la lotta al fondamentalismo islamico.

Proteste in corso: guerra dei terroristi islamici contro il popolo siriano; proteste in Arabia Saudita del 2011-2013; sommosse popolari in Bahrein del 2011-2013; proteste in Giordania del 2011-2013; proteste in Sudan del 2011. Proteste de facto terminate: proteste in Algeria del 2010-2012; a Gibuti del 2011; in Iraq del 2011; in Kuwait del 2011-2013; in Libano del 2011; in Mauritania del 2011-2012; in Marocco del 2011-2012; in Oman del 2011; nel Sahara Occidentale del 2011; rivolta yemenita; 2014, sviluppo dello Stato Islamico del Levante con conseguente conquista di alcuni territori nel nord dell’Iraq e della Siria.

 

 

Don Salvatore Lazzara – Sacerdote da 17 anni, è cappellano militare all’Accademia Aeronautica di Pozzuoli. Da Cappellano Militare ha svolto i seguenti incarichi: Maricentro (MM) La Spezia, Nave San Giusto con la campagna addestrativa nel Sud Est Asiatico, X° Gruppo Navale in Sinai per la missione di Pace MFO. Successivamente trasferito alla Scuola Allievi Carabinieri di Roma. Ha partecipato alla missione in Bosnia con i Carabinieri dell’MSU. Di ritorno dalla missione è stato trasferito alla Scuola Ufficiali Carabinieri di Roma. Dopo l’esperienza nei Carabinieri è tornato a Palermo presso i Lanceri d’Aosta (Esercito). Per Da Porta Sant’Anna curava inizialmente la rubrica “Al Pozzo di Sicar”; da Luglio 2014 ha assunto il ruolo di Direttore del Portale.