Siria: l’avanzata dell’ISIS e il fallimento dell’Occidente


 

(Salvatore Lazzara) – A una prima e superficiale lettura, l’avanzata dell’ISIS in Iraq potrebbe essere letto come l’ultimo segnale, forse il più preoccupante, del completo fallimento della politica statunitense in Medio Oriente. Una politica che ha portato ad abbattere tre regimi laici (Iraq, Libia e parzialmente la Siria) consegnando questi paesi ai fondamentalisti islamici. La situazione, non sarà di certo sfuggita all’opinione pubblica è alquanto paradossale: in Siria gli Stati Uniti finanziano e armano l’ISIS (che controlla il nord est del paese con Raqqa come “capitale” di questo stato islamico sunnita, dove è vietata la musica e la vendita di sigarette e di vino) per combattere contro Assad (e dunque contro l’Iran sciita), mentre ufficialmente in Iraq cercano il dialogo con l’Iran per combattere l’ISIS. Nello sfondo della conferenza di Parigi dei paesi che hanno aderito alla chiamata americana a combattere contro l’ISIS, serpeggia lo spettro di una guerra cosiddetta “bassa”, per creare ulteriore confusione, e continuare a sostenere i “ribelli moderati” bacino da cui si è sviluppato il virus dell’ISIS.

Come mai i media non danno notizie chiare e precise di ciò che stà avvenendo in quella martoriata regione? Come mai non ci sono interventi precisi e decisi contro l’avanzata degli ultra fondamentalisti? L’Islamic State in Iraq and the Levant (ISIL o ISIS, IS), -commenta Massimo Ragnedda-, nasce nel 2004 in Iraq per combattere l’occupazione americana ed è composto da fondamentalisti islamici, di ispirazione wahabita (Arabia Saudita) che si pongono come obiettivo l’instaurazione della Sharia (legge islamica) in Iraq e Siria. Questo gruppo è nato dopo la “liberazione” dell’Iraq da parte degli Stati Uniti e si sono notevolmente rinforzati grazie agli aiuti militari che ricevono in Siria da parte dell’Arabia Saudita, della Turchia e Qatar da una parte, e dagli Stati Uniti, dall’Inghilterra e dalla Francia dall’altra.

Se osserviamo lo scenario mediorientale, diciamo che è chiaro il fallimento della politica estera statunitense che ha regalato tre grandi stati, un tempo laici, ai fondamentalisti islamici che ora puntano a conquistare nuovi territori (Giordania e Libano in primis) e ad imporre la legge fondamentalista islamica. Se consideriamo l’obiettivo primario degli Stati Uniti -l’esportazione della democrazia-, è chiaro che siamo di fronte al fallimento statunitense in Medio Oriente. Ma l’esportazione della democrazia –precisa Sebastiano Malamacco-, è solo un banale pretesto che i grandi stati usano nella loro battaglia retorica. Per intenderci anche Mussolini e Hitler usarono questo pretesto per invadere l’Etiopia e la Cecoslovacchia. Cosa ben diversa se ragioniamo ponendo al centro della discussione un altro obiettivo statunitense: ridisegnare il Medio Oriente che a sua volta fu artificialmente disegnato dall’Inghilterra e dalla Francia all’inizio del XX secolo (a partire dai cosiddetti patti Sykes-Picot del 1916). L’obiettivo, mai nascosto più di tanto, è quello di dividere l’Iraq in 3 stati: quello sciita, quello sunnita e quello curdo. Se leggiamo gli avvenimenti di questi giorni sotto questa lente allora la valutazione cambia.

I curdi iracheni, capaci di fronteggiare i terroristi dell’ISIS, sono riusciti in questi anni a creare, nel nord dell’Iraq, un piccolo stato moderatamente sicuro e ricco grazie ai proventi del petrolio e agli accordi firmati con Exxon, BP, Shell, gravemente minacciati dalla presenza dell’ISIS in quella remota regione. Da capire, invece, cosa ne sarà dell’intero Kurdistan (un popolazione di circa 35 milioni di abitanti in un territorio di 550 mila chilometri quadrati) diviso tra 4 stati: Iraq, Turchia (si calcolano circa 20/25 milioni di curdi), Siria (600/700 mila) e Iran (quasi 7 milioni). Ma questo è un altro discorso. Ritorniamo all’Iraq. Un secondo stato sarebbe controllato dai sunniti che pur essendo una minoranza hanno, durante il regime di Saddam, controllato l’Iraq. Questo stato è fortemente sponsorizzato dall’Arabia Saudita che è molto più che complice dell’avanzata dell’ISIS in Iraq. È impensabile che un simile successo militare sia avvenuto senza li coinvolgimento dell’Arabia Saudita e di alcuni ex generali baathisti di Saddam Hussein che mai hanno sopportato il governo sciita, filo-iraniano, di Nouri al-Maliki. E infine uno stato sciita, vicino all’Iran e alla Siria di Assad. Gli obiettivi di questa suddivisione in chiave etnica religiosa sono molteplici e vanno dal “divide et impera” di romana memoria, al contrastare l’avanzata dell’Iran in Medio Oriente, sino alla possibilità di poter meglio controllare le risorse del sottosuolo. Resta, ahimè, il fatto che l’avanzata dell’ISIS in Iraq, quella che un tempo fu la culla della civiltà, allontana e di molto la pace in Medio Oriente e prepara la strada per una pericolosa escalation di guerre, come più volte è stato annunciato tramite il web dallo stato islamico, con le soluzioni sbagliate a cui gli stati guidati dall’amministrazione americana, hanno purtroppo aderito nella citata conferenza di Parigi .

Nel Medio Oriente “musulmano” sta avvenendo una specie di divisione etnica religiosa, con progetti di vita per le persone rivolti al più strenuo rispetto della tradizione conservatrice (tutto da vedere che questo corrisponda al volere delle indicazioni religiose). A rimetterci i diritti delle donne, la chiusura culturale a ogni rapporto con culture occidentali, un clima di terrore…. La creazione di uno stato ultra-islamico, tracciando confini ora in fase di consolidamento tra Iraq e Siria non è comunque una guerra esclusiva all’occidente: è lotta a ogni principio di apertura moderata, di tipo democratico, libertario, di riconoscimento delle libertà individuali della persona (molto auspicate dal nuovo governo di Assad in Siria), che man mano si sta instaurando con sempre maggior solidità nel mondo musulmano.