Greta e Vanessa. La Procura di Roma apre un’inchiesta sulla rete dei siriani di Bologna


(Salvatore Lazzara) – La Procura di Roma ha aperto un’inchiesta sulla rete dei siriani di Bologna collegati al rapimento di quattro giornalisti italiani in Siria nell’aprile del 2013. Nei giorni scorsi, quando ancora in pochi parlavano della questione, Spondasud ha pubblicato diversi articoli in merito alle attività del gruppo soprannominato “i siriani di bologna”, segnalando le incongruenze dei personaggi che dall’Italia sostengono i gruppi terroristici radicali. In quel fascicolo d’inchiesta, ci sono anche le intercettazioni dei Ros delle telefonate tra i siriani e Greta Ramelli, la giovane cooperante italiana rapita in Siria insieme a Vanessa Marzullo. Il cerchio comincia a stringersi attorno al rapimento delle due ragazze, entrate illegalmente in Siria tramite l’autostrada del jihad. Contorni e particolari non tornano nelle frammentarie dichiarazioni rilasciate dalle stesse, circa l’attività che avevano intenzione di svolgere in Siria. E’ strano. Come mai si indaga sulla rete dei bolognesi e non su Greta a Vanessa? Forse non sono sufficienti le prove raccolte dalle intercettazioni e dai profili Facebook, per aprire un’inchiesta di favoreggiamento al terrorismo internazionale?

I magistrati hanno fatto sapere che il fascicolo non ha al momento indagati e che quindi non lo è nemmeno il pizzaiolo siriano Mohammed Yaser Tayeb, titolare della “L’è bon da mat” di Anzola dell’Emilia. Una volta esclusa la sua iscrizione nel registro degli indagati, lo stesso Tayeb – che aveva parlato con Greta del kit di primo soccorso che le ragazze portavano ai combattenti siriani nella missione in cui poi sono state rapite – ieri ha tenuto a dire: «Sono un siriano incensurato che dallo scoppio della repressione in Siria si è adoperato per aiutare la popolazione civile duramente perseguitata dal regime di Bashar Al Assad. Non sono colpevole di alcun reato, se non quello di aver resistito e di essermi opposto ad un regime sanguinario unicamente aiutando la popolazione civile siriana più sfortunata di me che ho avuto il privilegio di vivere in Italia».

Cosa è necessario fare affinchè qualcuno indaghi con serietà sulla faccenda? Probabilmente si tratta di indizi apparentemente innocui. Ma proprio da tutti questi intrecci, è venuta fuori una delle storie più oscure e raccapriccianti di sostegno al terrorismo fondamentalista islamico, che ogni giorno destabilizza la sicurezza del Medioriente, dell’Italia e dell’Europa.

A proposito di un altro dei “ragazzi siriani” del bolognese – lo studente della scuola di ingegneria e architettura della università di Bologna, Maher Alhamdoosh, che fece da interprete ai giornalisti italiani rapiti con lui nel 2013, è stata resa pubblica anche la precisazione della onlus Time4Life per cui lavorava. Ad intervenire, dopo un articolo di Libero, è stata la presidentessa italiana della Ong, Elisa Fangareggi. Prima ha precisato di non avere mai aiutato quel ragazzo ad accreditarsi alla Farnesina o presso altre amministrazioni pubbliche come interprete, poi ha preso nettamente le distanze da Maher: «Time4Life si è avvalsa per ragioni organizzative e di traduzione, dell’apporto come volontario del signor Maher Alhamdoosh fino al marzo 2014. Da quel momento, per divergenze di natura organizzativa e una volta venuto meno il rapporto di minima fiducia con lui sono terminati tutti i contatti e qualsiasi rapporto fra il direttivo di Time4Life, il signor Maher e i suoi collaboratori al campo di Baba el Salam».

Parole pesanti, se si pensa che chi oggi le pronuncia, la Fangareggi, negli anni scorsi girava le scuole della provincia bolognese spesso insieme ad Alhamdoosh per coinvolgere gli studenti nel dramma della Siria, dalla prospettiva sbagliata di sostegno a quelli che apparentemente erano i ribelli, ma che in realtà sono terroristi di ogni dove che combattono contro il popolo siriano. Dalla storia appena ricostruita, ecco cosa emerge: la rete siriana di Greta e Vanessa poggiava soprattutto sulle fila della lotta armata contro il governo legittimo di Damasco, soprattutto nella città di Homs, dove si mischia un po’ di tutto: la resistenza di alcune frange estremiste di universitari e residenti contrari ad Assad, che operano insieme ai gruppi fondamentalisti locali. La presenza dell’esercito libero siriano composto non da siriani ma da gente proveniente da diverse parti del mondo, in cerca di momenti di gloria, e gruppi radicali islamici in vario modo collegati ad Al Qaeda e, di straforo, all’ISIS.

Un’altra amicizia sospetta, da verificare, è quella tra Greta e Vanessa e un ragazzo siriano islamico che non rivela la sua identità sui social network (dove è registrato come Maxemiliano Maximo e con nome arabo Abu Victor Shami). Le due connazionali, si sono molto legate a lui, che celebra ogni giorno i martiri islamici della resistenza contro il popolo, e che sul proprio profilo ha come immagine un biglietto scritto in stampatello da Greta, che lo consola spiegandogli che Dio è con lui e lei pure. Il ragazzo però ha postato il 9 novembre scorso anche una chat tenuta con Vanessa che dice di non volere «paragonare le mie sofferenze alle tue. Ma solo farti sapere che c’è gente come me che vorrebbe realmente prendere metà del tuo dolore e condividerlo, soffrire insieme ed essere forti insieme, perchè la gente siriana è come la mia famiglia e ora ho gli occhi pieni di lacrime mentre scrivo…». Un post che ha stupito perfino gli altri amici siriani che gli hanno chiesto, senza avere risposta: «Ma quando te l’ha scritto?». E che ora interessa gli inquirenti come tutta la rete di amicizie di Homs. E la triste storia del favoreggiamento, continua senza colpevoli. Come mai? Perché nessun magistrato iscrive nel registro degli indagati le due ragazze votate al sostegno del terrorismo islamico?