Immigrazione e terrorismo islamico. Quale via d’uscita?


 

 

(Don Salvatore Lazzara) – La questione dell’immigrazione clandestina impone riflessioni concrete sull’identità culturale, politica e religiosa di un occidente ripiegato in se stesso, incapace di reagire alla “conquista prepotente”  che i terroristi dello stato islamico pongono in essere per arrivare al cuore dell’Europa e trasformarla nel grande Califfato islamico, dove naturalmente non ci sarà posto per i non musulmani. Perché le istituzioni non reagiscono? Come mai non hanno il coraggio di assumere posizioni nette nei confronti del terrorismo? Certamente è necessario distinguere quanti scappano dalle guerre causate dagli occidentali nei paesi che poi dicono di aiutare, e i fondamentalisti, che consapevolmente solcano con i barconi il mare per arrivare nelle nostre sponde.  Non è facile. L’attuale intervento politico risulta flebile, senza ossatura. Vagamente l’Unione Europea, scarica sull’Italia il fenomeno dell’immigrazione con grande superficialità. Da dove nasce tale atteggiamento? Lo ha precisato l’allora Cardinale Ratzinger nel lontano 13 Maggio 2014 nel discorso tenuto alla Biblioteca del Senato:

…”C´è un odio di sé dell´occidente che si può considerare solo come qualcosa di patologico. L´occidente tenta sì in maniera lodevole di aprirsi pieno di comprensione a valori esterni, ma non ama più se stesso; della sua propria storia vede oramai soltanto ciò che è deprecabile e distruttivo, mentre non è più in grado di percepire ciò che è grande e puro. Se vuole davvero sopravvivere, l´Europa ha bisogno di una nuova – certamente critica e umile – accettazione di se stessa. La multiculturalità, che viene continuamente e con passione incoraggiata e favorita, è talvolta soprattutto abbandono e rinnegamento di ciò che è proprio, fuga dalle cose proprie. Ma la multiculturalità non può sussistere senza costanti in comune, senza punti di orientamento a partire dai valori propri. Essa sicuramente non può sussistere senza rispetto di ciò che è sacro. Di essa fa parte l´andare incontro con rispetto agli elementi sacri dell´altro, ma questo lo possiamo fare solamente se il sacro, Dio, non è estraneo a noi stessi”.

Alla luce degli ultimi eventi -che hanno interessato in maniera drammatica la Siria con la tentata conquista della antica città di Palmira da parte dell’IS-, risuonano quanto mai attuali le riflessioni proposte dall’islamologo geusita Samir Khalil, già professore all’università St. Joseph di Beirut e attuale rettore pro tempore del Pontificio istituto orientale a Roma. L’illustre studioso, si oppone a quanti continuano ad asserire che “questo non è islam” e che l’offensiva dello Stato islamico “non è una guerra di religione”.  Le strategie diplomatiche tese a far intendere la guerra di religione in atto, come la pretesa di alcuni folli sprovveduti che usano l’islam come pretesto per affermarsi, ormai è una tesi inattendibile e soprattutto inaccettabile. Dobbiamo avere il coraggio di chiamare la storia di ogni giorno con il proprio nome.  Altrimenti rischiamo di perdere l’identità culturale e religiosa su cui è stata fondata l’Europa e l’Occidente.

Ecco il commento di p. Samir Khalil Samir -per  la testata on-line asianews-, su al-Baghdadi, che era apparso finora solo in un video, in cui proclamava il sermone nella grande moschea di Mosul, all’inaugurazione del califfato lo scorso giugno.

Questo di Abu Bakr al-Baghdadi è un messaggio molto astuto perché corrisponde alle aspettative di una parte del mondo islamico. Senz’altro i gruppi salafiti, che cercano di riportare la società allo stile e alla pratica del tempo di Maometto, saranno contenti e diranno: Finalmente ritroviamo il vero islam! Va notato che quando parla di emigrare (hijrah), lui indica l’emigrazione di Maometto dalla Mecca a Medina, quella che noi chiamiamo “l’Egira”, che segna l’inizio della cronologia del mondo musulmano (dal 622 d.C), l’inizio dell’era islamica.

Questa emigrazione è il passaggio dall’islam pacifico a quello combattivo. Alla Mecca, Maometto non ha mai fatto guerra; ma vedendo che il suo messaggio non passava e che poca gente lo ascoltava, e che anzi vi era rischio per la sua vita, ha inviato un gruppetto di suoi seguaci a emigrare in Etiopia, un Paese cristiano che l’avrebbe ben ricevuto. Poi è emigrato lui a Medina. Lì ha cominciato a predicare e un anno dopo inizia la lotta militare prima contro i meccani, poi contro le tribù per convertirle. Maometto ha vinto tutte queste guerre: la maggioranza delle tribù dell’Arabia l’hanno seguito. Ma bisogna precisare: esse lo hanno seguito più come capo militare che come capo religioso. La prova è questa: quando Maometto è morto, nel 632 molte tribù si sono ritirate non sostenendo più la guerra e non pagando le tasse. E allora, il nuovo califfo Abu Bakr ha dichiarato guerra contro di loro per costringerli a ritornare nell’islam.

E loro si rifiutavano: Noi abbiamo fatto il patto con Maometto, non con l’islam. Ma Abu Bakr li vinti e li ha costretti a ritornare nell’ambito dell’islam. Ed è interessante che questo nuovo “califfo” abbia scelto come nome Abu Bakr e voglia lanciare la guerra santa in tutto il mondo, per sottomettere tutti all’islam. Il suo appello significa risvegliare qualcosa che dorme nel pensiero profondo dell’islam per dire: facciamo tutti la nostra hijrah, lasciamo tutti coloro che vogliono un islam di pace, e passiamo all’islam autentico che ha conquistato prima l’Arabia, poi il Medio oriente, e poi il Mediterraneo. Questa sarebbe l’ultima fase della lotta del profeta attraverso il suo nuovo rappresentante.

Il tutto è molto simbolico. E’ vero che vi sono notizie secondo cui l’Isis sta perdendo adepti, che diversi giovani, dopo essere arrivati in Siria e Iraq a combattere, ora si stanno distaccando e vengono imprigionati degli stessi miliziani dell’Isis. Il messaggio cerca allora di risvegliare ancora più musulmani per recuperare altri giovani più decisi. Quasi senz’altro, il richiamo di al-Baghdadi scuoterà i musulmani salafiti, che hanno come modello l’islam primitivo. Essi prendono come modello la prima generazione dell’islam, e ciò spingerà molti musulmani tradizionalisti a diventare salafiti e a combattere.

Davanti a questa chiamata alle armi, cosa fare?

La lotta militare può essere necessaria, ma non risolutiva. Azioni militari potranno ridurre le violenze, spargere meno sangue, far regredire lo SI, ma il movimento continuerà perché fa parte dell’islam. L’unica soluzione radicale è una riforma interna della lettura della storia islamica. Quando al-Baghdadi dice che “l’islam non è mai stato una religione di pace”, esagera: l’islam ha avuto anche periodi di pace; dire che l’islam è solo guerra, è un errore anche questo. L’islam è pace e guerra ed è tempo che i musulmani rivedano la loro storia. Inoltre, va precisato che la guerra islamica non è paragonabile alle crociate: Le crociate sono state al massimo una guerra limitata per salvare Gerusalemme e i luoghi santi, ma non una guerra totale, santa, ispirata dal vangelo. Invece la guerra dell’islam è sempre santa se viene fatta per allargare i confini dell’islam e recuperare la terra dell’islam.