ISIS, guerra delle valute, tassi FED, corsa all’oro: gli scenari della “terza guerra mondiale a pezzi”


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(Luisanna Deiana) – La crescente instabilità degli scenari internazionali già nell’agosto 2014 veniva riassunta in modo essenziale nelle parole di Papa Francesco, che in modo provocatorio ma efficace dichiarava “siamo entrati dentro la terza guerra mondiale, solo che si combatte a pezzetti, a capitoli”. In questa guerra frammentata gli scontri avvengono su più livelli, oltre a quello geopolitico con importanti aree di crisi lungo i confini dell’ex Russia Sovietica (Ucraina, Caucaso, Ossezia del Sud, Siria, Afghanistan), si combatte una guerra economico-finanziaria tra deflazione e tassi d’interesse per l’accaparramento delle risorse e dei maggiori mercati del pianeta.

Intriso d’acume e essenzialità tipici della tradizione gesuitica, il giudizio storico del Papa sulle vicende contemporanee è passato quasi inosservato sulla stampa occidentale che raramente offre un’analisi correlata degli eventi internazionali. Una narrazione frammentata lascia spazio alle interpretazioni, non consente di individuare i mandanti e permette di orientare più facilmente l’opinione del lettore. La dichiarazione del pontefice ha invece trovato un’eco adeguata sulla stampa russa che vi ha letto un chiaro riferimento alla correlazione esistente tra le aree di crisi in Siria e Ucraina e gli effetti politici ed economici a livello mondiale.

Proviamo allora a leggere gli avvenimenti internazionali con un approccio sistemico, cercando le analogie tra aree geopolitiche e livelli di crisi economico-finanziaria:

  • ISIS e Guerra santa : le regioni su cui si è diffuso il fondamentalismo islamico corrispondono alle aree d’attrito tra l’ex blocco sovietico e la politica neocon degli USA di fine novecento e andando ancora a ritroso coincidono con i paesi arabi che nell’ottocento erano contesi tra l’impero britannico e quello zarista. I gruppi fondamentalisti sono però un fenomeno solo contemporaneo che compare per la prima volta alla fine degli anni 70 nell’Afghanistan guidato dal Partito Democratico Popolare Afghano, di influenza sovietica. Con l’applicazione della riforma agraria, le gerarchie religiose islamiche vennero fortemente penalizzate e ben presto i mujaheddin (santi guerrieri), ricevettero consistenti finanziamenti dagli USA di Carter e Arabia Saudita per intraprendere la jihad (guerra santa) contro “il regime dei comunisti atei senza Dio“. Il vero obiettivo dell’ingerenza americana era chiaramente estromettere la regione dal controllo russo. Gli Stati Uniti succeduti nel novecento agli inglesi come potenza coloniale, durante la guerra fredda cercarono di ostacolare la diffusione del comunismo nei paesi arabi che gravitavano nell’area sovietica. Il programma firmato da Carter a luglio del 1979 prevedeva il finanziamento segreto dei gruppi fondamentalisti in funzione anticomunista e la creazione di centri di reclutamento e addestramento in Pakistan.

Il fondamentalismo prima e i movimenti ultranazionalisti poi si sono radicati nei decenni seguenti nelle regioni periferiche dell’ex-Unione Sovietica continuando ad essere armati da USA e Arabia Saudita: Afghanistan, Cecenia, Balcani, Ucraina e ancora Iraq, Siria, fino a diffondersi nel continente africano dove Russia e Cina stanno finanziando lo sviluppo di importanti mercati energetici.

E’ palese che la vera matrice di questi movimenti disgregatori è da ricondursi ai paesi finanziatori che ne determinano la nascita e la morte. Come dimostrano i recenti e rapidi arretramenti dello Stato Islamico dopo l’intervento russo, i veri protagonisti della mischia mediorientale sono USA, Turchia e Arabia Saudita da un lato e Russia, Iran e Libano dall’altro. Le principali conseguenze di queste forze distruttive sono rilevanti non solo sul piano umanitario e geopolitico, ma sono uno strumento di condizionamento delle vicende politiche economiche di intere aree. Ne sono un chiaro esempio le sanzioni economiche imposte alla Russia dopo la crisi di Crimea del 2014. L’obiettivo strategico USA di allontanare l’intesa russo-tedesca si consolida quindi nelle ritorsioni russe con l’embargo dei prodotti alimentari europei che rappresentano nel comparto agroalimentare europeo un danno stimato di 12 miliardi dollari annui.

In un certo senso la politica di “contenimento” verso la Russia prosegue da oltre due secoli sugli stessi territori della Heartland (Cuore della terra) o Eurafrasia, e la teoria di inizio novecento del geografo inglese Mackinder trova ancora oggi riscontro nella contrapposizione tra la talassocrazia degli USA e il blocco continentale Russia-Cina che controlla più del 50% delle risorse mondiali.

  • Guerra dei Mari Cinesi: sul fronte orientale lo scontro tra Cina, USA, Corea del Sud e Vietnam per il controllo degli arcipelaghi del Mare Cinese Orientale e Meridionale non necessita di intermediari e i protagonisti si sfidano frontalmente senza temere lo schieramento di armi strategiche, come hanno fatto i cinesi lo scorso febbraio armando l’isola di Woody di missili terra-aria e aerei da combattimento. In gioco è il controllo delle acque strategiche per le rotte marittime dei rifornimenti energetici asiatici, delle zone ricche di giacimenti di petrolio e gas, nonché di vitali risorse ittiche dei mari orientali.

Uno degli scenari più allarmanti a livello internazionale è rappresentato dalle continue escalation di toni tra Corea del Nord e Usa-Corea del Sud che vanno avanti dal 2013. L’imprevedibilità nordcoreana nel passare dalle parole ai fatti anche per episodi di marginale rilievo, preoccupa fortemente gli interlocutori internazionali, tanto da vedere Cina e USA simbolicamente unite nell’imposizione delle ultime sanzioni economiche alla Corea del Nord.

  • Guerra economico-finanziaria. Occorre premettere che l’aumento dei tassi d’interesse statunitensi, stabiliti dalla Federal Reserve, la banca centrale più influente al mondo, implica un generale raffreddamento dell’economia mondiale e un significativo rientro dei capitali negli Stati Uniti provocando conseguenze tragiche nei mercati emergenti e sulle economie in fase deflattiva. L’apprezzamento del dollaro è un richiamo verso i capitali globali in dollari che rientrano negli States con un enorme volume di investimenti (nel mercato azionario, dei futures e nell’acquisto dei titoli del debito statunitense) riducendo notevolmente la liquidità disponibile e gli investimenti all’estero. Il rialzo dei tassi FED consente agli Usa di appropriarsi della quota maggiore della rendita finanziaria che viene prodotta su scala mondiale, questo in virtù del ruolo del dollaro come principale moneta degli scambi internazionali. Infatti la redistribuzione del capitale finanziario nelle diverse parti del mondo è strettamente correlata alla rimuneratività che queste garantiscono e l’apprezzamento del dollaro costituisce un irresistibile richiamo al rientro dei capitali in patria.

Ripercorrendo le crisi finanziarie mondiali degli ultimi quarant’anni, diviene evidente la correlazione esistente tra aumento dei tassi FED, orientamento dei flussi di capitale, crisi economiche e conseguenze politiche. Agli inizi degli anni ’80 tutti i paesi dell’America Latina furono investiti da una drammatica crisi economica (dovuta all’improvvisa mancanza di capitali in dollari rientrati in patria con i rialzi FED), che portò i paesi sulla bancarotta e condizionò l’avvicendamento dei poteri politi. Negli anni ’90 fu la volta delle Tigri asiatiche che con la ripresa della politica del dollaro forte finirono nella spirale di feroci speculazioni finanziarie che portarono alla svendita a prezzi stracciati degli asset strategici ai capitali americani.

La crisi americana del 2008 seguita alla bolla speculativa di Titoli Subprime ha temporaneamente congelato i rialzi dei tassi FED e a dicembre 2015 si è chiuso un periodo di relativa stabilità nei mercati finanziari.

L’aumento dei tassi FED deciso il 16 dicembre 2015, il primo dopo 10 anni, ha avuto immediate conseguenze sui mercati internazionali, in particolar modo sulla Cina, che in vista dei preannunciati rialzi, già a partire da luglio ha iniziato ad adottare le contromosse economiche svalutando lo yuan per tutelare le esportazioni. Gli investitori internazionali attendevano un apprezzamento del dollaro già dal 2014 e la Cina, consapevole degli enormi rischi derivanti dalla stretta sui capitali in dollari, ha intrapreso nel 2015 alcune strategie correttive: la svendita dei treasury americani per liberarsi di un’importante quota del debito americano e la svalutazioni dello yuan, con l’obiettivo di tutelare le esportazioni e compensare le perdite derivanti da una fugga di capitali. E’ da notare che la stampa occidentale demonizza il ruolo della Cina nell’attuale instabilità finanziaria, mentre basterebbe osservare i flussi di capitale per cogliere le rilevanti implicazioni dei mercati azionari americani sul resto del mondo.

Sempre correlato all’aumento dei tassi FED è la spregiudicata mossa ultra-espansiva di Mauro Draghi del 10 marzo scorso. Con il QE, il taglio dei tassi, l’aumento della liquidità alle banche e il piano d’acquisto dei titoli, la BCE intende sopperire al profondo cambiamento che l’apprezzamento del dollaro ha imposto ai flussi di capitali. Infatti l’espansione di bilancio operato dalla Banca Europea corrisponde ad una aumentata offerta di valuta che ne genera quindi il deprezzamento, equivalendo ad una svalutazione monetaria. In estrema sintesi, la politica di Draghi è con altri strumenti una svalutazione dell’euro, parallela a quella dello yuan cinese. Nelle parole di Draghi, “tutto è cambiato a partire da dicembre” è evidente il riferimento alla rivalutazione del dollaro e la guerra FED – BCE attende le prossime mosse che potrebbero portare a un rinvio del secondo rialzo dei tassi sul dollaro. In piena campagna elettorale, i candidati delle prossime presidenziali americani faranno molta fatica a difendere un dollaro forte che implica diametralmente un calo delle esportazioni nel manifatturiero.

  • Corsa all’oro: sintomatico della profondità della crisi e dell’instabilità economica internazionale è la riscoperta dell’oro come bene rifugio. Con la quotazione del 4 marzo, l’oro è entrato nella fase rialzista con una quotazione che ha raggiunto 1.279,60 dollari l’oncia toccando una crescita record del 22,% rispetto ai minimi dello scorso dicembre. Alla base di questa recente corsa all’oro vi è la volatilità dei mercati azionari, l’apprezzamento del dollaro, le aspettative di deflazione e il diffuso pessimismo per quanto riguarda l’economia globale che favoriscono l’accumulo di risorse in oro per prevenire le bufere dei mercati e l’acuirsi delle crisi geopolitiche internazionali.
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