Morto Dick Cheney, l’uomo senza scrupoli


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Dick Cheney, ex vicepresidente degli Stati Uniti e vero architetto dell’era più aggressiva della politica estera americana contemporanea, è morto all’età di 84 anni. Figura chiave dell’amministrazione di George W. Bush, Cheney non fu un vicepresidente di secondo piano, ma un protagonista assoluto e spesso l’uomo più potente della Casa Bianca tra il 2001 e il 2009.

Conservatore inflessibile, esercitò un’influenza profonda e spesso oscura sulle decisioni del governo statunitense dopo l’11 settembre 2001, diventando il principale promotore della cosiddetta “guerra al terrore”. Dietro quel termine si celarono anni di interventi militari, restrizioni delle libertà civili e una nuova stagione di violenze giustificate in nome della sicurezza nazionale.

Fu Cheney, più ancora del presidente Bush, a spingere per l’invasione dell’Iraq nel 2003. Convinto assertore della necessità di rovesciare Saddam Hussein, dichiarò che il regime iracheno possedeva armi di distruzione di massa — un’accusa poi smentita dai fatti ma usata per giustificare un conflitto devastante. Quella guerra, durata oltre otto anni, provocò centinaia di migliaia di morti e destabilizzò l’intera regione, ma Cheney non mostrò mai alcun rimorso: continuò a sostenere fino all’ultimo che l’intervento era stato “giusto e necessario”.

La sua impronta si estese ben oltre l’Iraq. Poche settimane dopo gli attentati dell’11 settembre, gli Stati Uniti invasero l’Afghanistan, dando avvio a un conflitto che sarebbe durato due decenni, segnato da fallimenti politici, vittime civili e un lento logoramento internazionale dell’immagine americana.

Ma la vera eredità di Cheney risiede nell’ombra del potere che seppe esercitare per ridefinire i confini della legalità in tempo di guerra. Fu tra i principali sostenitori dei cosiddetti “metodi di interrogatorio avanzato” — eufemismo che copriva pratiche di tortura come il waterboarding, durante il quale i prigionieri venivano portati al limite dell’annegamento. Difese senza esitazioni anche la detenzione indefinita e senza processo di centinaia di persone nel carcere di Guantanamo Bay, simbolo della sospensione del diritto in nome della sicurezza.

Per molti, Cheney rappresentò il lato più oscuro del potere americano: un politico capace di piegare le istituzioni democratiche alle logiche della guerra permanente, di riscrivere le regole morali e giuridiche per adattarle a un mondo dominato dalla paura.

La sua morte chiude il capitolo di una stagione in cui l’America, sotto la sua guida occulta, scelse la via della forza e dell’eccezione, lasciando un’eredità di conflitti e divisioni che ancora oggi segna la politica mondiale.


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