Nelle ultime ore si è intensificata una massiccia attività militare e logistica tra Stati Uniti, Europa e Medio Oriente. Decine di aerocisterne per il rifornimento in volo, aerei da trasporto strategico e movimenti continui di mezzi delineano un quadro che segnala un deciso rafforzamento della postura militare americana nella regione. Numerosi velivoli della United States Air Force – tra cui aerei da trasporto pesante C-5 Galaxy e C-17 Globemaster – sarebbero decollati sia dal territorio statunitense sia da una base americana nel Regno Unito, con rotta verso il Medio Oriente. Un dispiegamento che, in un’area già segnata da un equilibrio estremamente fragile, viene interpretato da analisti militari come un segnale di preparativi avanzati per possibili operazioni contro l’Iran. L’impiego di questo tipo di assetti è infatti tipico delle fasi preliminari a un’escalation o alla pianificazione di operazioni su vasta scala, che richiedono un robusto supporto logistico e capacità di proiezione a lungo raggio.
Quella che appare come un’accelerazione improvvisa di Washington si inserisce in un momento di particolare vulnerabilità per la Repubblica islamica. L’Iran sta attraversando una delle fasi più complesse degli ultimi anni, stretto tra una crisi economica profonda e un’ondata di proteste diffuse che hanno interessato decine di città. L’aumento vertiginoso dei prezzi dei beni essenziali, il crollo del rial e l’erosione del potere d’acquisto hanno alimentato un malcontento sociale che il governo fatica a contenere, nonostante la repressione e le misure tampone adottate nelle ultime settimane.
A pesare ulteriormente sulla leadership iraniana è anche quanto avvenuto a migliaia di chilometri di distanza, in America Latina. La clamorosa operazione militare statunitense in Venezuela, culminata con la cattura di Nicolas Maduro – storico alleato di Teheran – e il suo trasferimento negli Stati Uniti insieme alla moglie Cilia Flores, ha avuto un forte impatto simbolico e strategico. L’operazione è stata letta come la dimostrazione di una nuova fase della politica estera americana, più incline a tradurre le pressioni diplomatiche e le minacce politiche in azioni dirette, anche militari.
Le immagini del blitz a Caracas non sono passate inosservate a Teheran, soprattutto alla luce della retorica sempre più aggressiva di Donald Trump nei confronti della Repubblica islamica. In più occasioni il presidente statunitense ha lanciato avvertimenti espliciti, lasciando intendere che una repressione sanguinosa delle proteste interne potrebbe provocare una risposta dura da parte di Washington. Un messaggio che si inserisce in una strategia di pressione multilivello, che combina sanzioni, isolamento politico e dimostrazioni di forza militare.
Le proteste in Iran, iniziate il 28 dicembre, hanno coinvolto oltre 90 città secondo fonti indipendenti e avrebbero causato decine di vittime e migliaia di arresti. Una crisi interna che rende il Paese più esposto a pressioni esterne, proprio mentre aumentano le tensioni regionali. A rafforzare il senso di accerchiamento di Teheran contribuiscono anche le dichiarazioni provenienti da Israele. Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha ribadito con fermezza che Israele e Stati Uniti non permetteranno all’Iran di ricostituire il proprio programma di missili balistici né di rilanciare quello nucleare. Secondo alcune fonti mediorientali, Washington e Tel Aviv avrebbero persino discusso un’azione congiunta contro l’Iran nel corso di incontri riservati negli ultimi mesi.
La risposta iraniana non si è fatta attendere e si è tradotta in toni sempre più duri da parte dei vertici politici e militari. Il presidente del Parlamento, Mohammad Bagher Ghalibaf, ha avvertito che tutte le basi e le forze americane nella regione diventerebbero obiettivi legittimi in caso di un attacco. Il comandante in capo dell’esercito, generale Amir Hatami, ha rincarato la dose, affermando che un eventuale “errore” del nemico riceverebbe una risposta più dura del recente conflitto di 12 giorni con Israele.
Per la Guida Suprema, Ali Khamenei, quanto sta accadendo conferma una convinzione di lunga data: il dialogo con gli Stati Uniti sarebbe solo uno strumento tattico per preparare lo scontro finale. In diversi interventi pubblici e messaggi sui social, Khamenei ha sostenuto che mentre l’Iran negoziava, Washington pianificava scenari di guerra, ribadendo che Teheran non farà concessioni sotto pressione. Sul fronte economico, il governo ha annunciato un sussidio mensile di circa 7 dollari per la maggior parte della popolazione, una misura presentata come sostegno al potere d’acquisto ma che appare largamente insufficiente a fronte di un costo della vita che supera i 200 dollari al mese.
Secondo numerosi osservatori internazionali, l’Iran percepisce ormai la strategia americana come apertamente ostile e “massimalista”. La pressione congiunta di Stati Uniti e Israele, sommata alla crisi economica e al malcontento interno, configura quella che diversi analisti definiscono una “tripla crisi”: economica, politica e di sicurezza. Uno scenario che aumenta il rischio di un nuovo conflitto militare, anche involontario, in una regione già attraversata da tensioni strutturali.
Il parallelo con il Venezuela è inevitabile. Per anni Caracas è stata il principale alleato di Teheran nell’emisfero occidentale, un partner accomunato dall’ostilità verso Washington, dalla ricchezza energetica e dall’impatto devastante delle sanzioni. Tuttavia, l’Iran presenta differenze sostanziali. Il sistema di potere iraniano appare più radicato e resiliente, con apparati di sicurezza capaci di assorbire shock anche significativi. Inoltre, l’avversione a un intervento straniero è trasversale nella società iraniana: anche in momenti di forte polarizzazione interna, come durante il conflitto con Israele della scorsa estate, esponenti politici di orientamenti diversi si sono compattati nel condannare gli attacchi esterni.
Resta infine aperta la questione degli effetti reali di un eventuale cambio di leadership. L’esperienza di altri Paesi mostra che la rimozione del leader al vertice non garantisce automaticamente una trasformazione del sistema. In Iran, la capacità del regime di sostituire rapidamente figure chiave – inclusi generali e comandanti di alto livello – suggerisce che un cambiamento al vertice potrebbe non tradursi in un vero cambio di regime, ma piuttosto in una riorganizzazione interna del potere.
In questo quadro si inserisce anche il fattore tecnologico. Un video diffuso su X da un canale specializzato in notizie dal Medio Oriente mostrerebbe i satelliti Starlink di Elon Musk sorvolare il territorio iraniano. L’autenticità delle immagini non è stata verificata, ma una presenza confermata dei satelliti potrebbe rappresentare un segnale significativo. L’accesso a comunicazioni satellitari e a internet non controllato dallo Stato è da tempo uno dei punti più sensibili per Teheran e potrebbe costituire un elemento chiave di un eventuale sostegno esterno alle proteste interne, almeno sul piano informativo e comunicativo.
Nel complesso, il rafforzamento militare statunitense, la crisi interna iraniana e i segnali provenienti da Israele e dal fronte tecnologico delineano uno scenario di crescente instabilità, in cui il rischio di un’escalation appare oggi più concreto che in passato.



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