(Alessandro Aramu) – C’era un elemento quasi inevitabile nella reazione — o meglio, nella non-reazione — della Fifa all’attacco statunitense contro il Venezuela. Quando la notizia è iniziata a circolare, nel pomeriggio di sabato, non si è registrato il minimo sussulto nel Consiglio: nessuna riunione d’emergenza, nessuna domanda pubblica, nessuna parola che segnasse un cambio di passo. Un’assenza di risposta che, più che prudenza, suggerisce abitudine. L’abitudine a convivere con una realtà geopolitica complessa senza mai prenderne atto davvero.
Si sarebbe potuto pensare che un atto di aggressione militare compiuto proprio da uno dei paesi ospitanti del prossimo Mondiale meritasse almeno una riflessione interna. Che l’organizzazione chiamata a gestire il più grande evento sportivo del pianeta — un evento che si regge anche sulla forza simbolica della coesione internazionale — avvertisse il bisogno di interrogarsi. Non è successo. E non sorprende.
Perché, al di là delle apparenze, oggi la Fifa non è un organismo collegiale: è l’estensione del suo presidente. Parlare della Fifa significa parlare di Gianni Infantino.
Infantino e il rapporto ambiguo con il potere
La sua gestione è segnata da un rapporto sempre più stretto con i governi, e in particolare con quelli in grado di condizionare il prestigio e le finanze del calcio globale. Il caso di Trump è emblematico. Proprio lui, poche settimane prima dell’attacco, aveva ricevuto dalle mani di Infantino un improbabile “premio per la pace”. Un gesto che aveva già sollevato domande a dir poco legittime, e che oggi appare quasi imbarazzante nella sua totale dissonanza con i fatti.
FairSquare spiega che con quel riconoscimento ci sarebbero “almeno quattro chiare violazioni delle regole di neutralità della Fifa”. Infantino è stato molto criticato anche perché avrebbe pubblicato post e rilasciato interviste con appoggio netto a Trump. Un’altra violazione evidente delle linee guida della Fifa, che impongono distacco da qualsiasi tipo di endorsement politico.
Trump, nel frattempo, non ha perso occasione per evocare scenari di tensione anche con il Messico, altro paese ospitante del Mondiale. Ha definito la presidente Sheinbaum “spaventata dai cartelli”, insinuando che una qualche forma di intervento potrebbe rendersi necessaria. Parole che, in qualsiasi organizzazione attenta al proprio ruolo pubblico, avrebbero suggerito cautela. Invece, nulla.
Infantino continua a tacere. E il suo silenzio è significativo: parla di un rapporto sbilanciato, di una dipendenza politica più che di una neutralità istituzionale.
Il vuoto normativo e il vuoto morale
È difficile comprendere come una federazione che opera su scala planetaria, e che si muove inevitabilmente dentro gli equilibri della politica internazionale, possa non avere alcuna linea guida per affrontare situazioni come questa. Nessun protocollo, nessun criterio su cosa debba accadere quando uno Stato ospitante compie un atto di aggressione definito tale dall’ONU. È come se la Fifa, immersa com’è nel mondo, preferisse comportarsi come se il mondo non avesse alcuna influenza su di lei.
Non è la prima volta che succede. Non è una novità nemmeno vedere la Fifa reagire in maniera lenta e contraddittoria quando costretta a confrontarsi con i conflitti. Accadde con la Russia, prima e dopo il 2014; accadde, in modo diverso, con Qatar 2022; accade oggi. La costante è un’organizzazione che procede solo quando è messa con le spalle al muro. Mai quando dovrebbe anticipare i problemi, mai quando servirebbe un minimo di visione.
E così, mentre Trump rivendica le sue scelte e gli Stati Uniti compiono un attacco militare senza mandato internazionale, Infantino resta fermo. Non per prudenza, ma per convenienza. Perché definire criteri significherebbe inevitabilmente entrare in conflitto con chi detiene una parte consistente del potere economico del Mondiale.
Una questione che va oltre il calcio
Il problema non è solo l’episodio in sé. È la tendenza. La Fifa è diventata un soggetto che assorbe il potere politico anziché bilanciarlo; che si lascia trascinare invece di dettare principi minimi; che parla di pace e inclusione mentre evita accuratamente di esercitare l’unico ruolo che potrebbe renderla credibile.
Le parole di FairSquare — che ricorda come “l’aggressione sia il crimine internazionale supremo” e denuncia la complicità tacita tra Infantino e Trump — suonano oggi più come una diagnosi che come una critica. La Fifa ha perso il suo ruolo morale. E sembra aver rinunciato volontariamente a recuperarlo.
Quello che dovrebbe essere un momento di unione globale si trasforma così in un palco su cui i leader politici trovano ulteriore spazio per rafforzare la propria narrativa. Nel caso degli Stati Uniti, questo si traduce in un paradosso poco sostenibile: un paese che bombarda un vicino mentre si prepara a ospitare un evento che dovrebbe incarnare valori opposti.
E qui sta il punto: non è una questione di idealismo, ma di coerenza minima. Se la Fifa vuole essere credibile quando parla di pace, dialogo e impatto sociale, deve dotarsi degli strumenti per rispondere a contesti del genere. Strumenti che oggi non ha. Forse perché Infantino non li desidera, o forse perché introdurli significherebbe finalmente prendere posizione.
In assenza di regole, di leadership e di una vera visione, la Fifa si ritrova ancora una volta ad attraversare la storia da spettatrice distratta. Il problema è che, così facendo, diventa complice per omissione.
E mentre l’organizzazione continua a celebrare il proprio ruolo globale, resta una domanda inevitabile: che credibilità può avere un presidente che premia per la pace un capo di Stato poche settimane prima che ordini un attacco militare?
La risposta, purtroppo, è già sotto gli occhi di tutti. E non consola.
* Alessandro Aramu è giornalista professionista, direttore della Rivista di geopolitica Spondasud. Autore di reportage sulla rivoluzione zapatista in Chiapas (Messico) e sul movimento Hezbollah in Libano, ha curato il saggio Lebanon, reportage nel cuore della resistenza libanese (Arkadia, 2012). Per il quotidiano La Stampa ha pubblicato il reportage “All’ombra del muro di Porta di Fatima”, mostrando per la prima volta in Italia la nuova barriera che ha diviso il Libano da Israele. È coautore dei volumi Syria. Quello che i media non dicono (Arkadia 2013) e Middle East. Le politiche del Mediterraneo sullo sfondo della guerra in Siria (Arkadia Editore 2014) con la prefazione di Alberto Negri. E’ autore e curatore del volume Il genocidio armeno: 100 anni di silenzio – Lo straordinario racconto degli ultimi sopravvissuti (2015), con Gian Micalessin e Anna Mazzone; autore del docufilm Storie di Migrantes (2016), vincitore del premio speciale del pubblico all’ottava edizione dello Skepto International Film Festival. Direttore editoriale di VisiOnAir dove conduce la trasmissione Spondasud On Air, appuntamento bisettimanale dedicato alla politica internazionale.



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