La ripresa dei combattimenti ad Aleppo tra le forze governative siriane e alcune componenti delle Syrian Democratic Forces (SDF) è l’ultimo e più evidente segnale delle fratture irrisolte del processo di pace siriano nel periodo post-Assad. Lo scontro non nasce da un incidente isolato, ma affonda le sue radici in un accordo politico mai pienamente attuato e in una disputa più ampia sul futuro assetto dello Stato siriano.
Per comprendere quanto sta accadendo oggi, è necessario tornare al marzo 2025, quando Damasco e le SDF avevano firmato un accordo quadro sponsorizzato dagli Stati Uniti. L’intesa prevedeva l’integrazione graduale delle forze curde nelle istituzioni statali, il riconoscimento di diritti culturali e politici alla minoranza curda — inclusa la lingua — e una rappresentanza nelle forze di sicurezza nazionali.
Quell’accordo avrebbe dovuto segnare il passaggio dalla logica militare a una ricomposizione politica del Paese, ma la sua implementazione è rimasta discontinua e controversa. In particolare ad Aleppo, città simbolo della guerra siriana, le tensioni non si sono mai realmente spente: nei quartieri curdi di Sheikh Maqsoud e Ashrafieh si sono susseguiti episodi di confronto armato, accuse reciproche di violazioni e profonde divergenze sulla natura dell’autonomia locale e sulla reale condivisione del potere con lo Stato centrale.
È in questo contesto di promesse incompiute e fiducia mai consolidata che matura la crisi attuale.
Aleppo rappresenta un nodo strategico e politico cruciale. Pur essendo formalmente sotto il controllo del governo, alcuni quartieri a maggioranza curda sono rimasti difesi e amministrati dalle SDF, creando una convivenza armata tollerata durante la guerra ma sempre più incompatibile con la strategia di riaccentramento del potere perseguita da Damasco nel dopoguerra.
Negli ultimi giorni, il tentativo del governo di far applicare l’accordo di ritiro delle SDF dai quartieri cittadini ha fatto esplodere il conflitto. Dopo scontri intensi, le parti hanno raggiunto un cessate il fuoco definito dalle stesse autorità “limitato e fragile”, che prevedeva il trasferimento dei combattenti curdi verso il nord-est della Siria tramite bus messi a disposizione dallo Stato.
Tuttavia, la tregua ha mostrato immediatamente la sua precarietà: combattenti delle SDF avrebbero aperto il fuoco contro i bus, impedendo l’evacuazione e bloccando l’attuazione dell’accordo. Il governo siriano sostiene che il cessate il fuoco non sia formalmente collassato, ma sul terreno la situazione resta estremamente volatile, con movimenti di truppe, mezzi pesanti e munizionamento diretti verso Sheikh Maqsoud e Ashrafieh.
Il fallimento del cessate il fuoco è anche il riflesso dello stallo dei negoziati politici e militari. Le parti restano distanti su nodi fondamentali: controllo della sicurezza locale, ruolo delle forze curde, grado di autonomia amministrativa.
Secondo osservatori internazionali, la resistenza al ritiro riflette anche divisioni interne alle SDF, dove convivono posizioni più pragmatiche e correnti decisamente ostili a qualunque ritiro senza garanzie vincolanti. Molti temono che lasciare Aleppo significhi perdere l’ultima leva negoziale nei confronti di Damasco.
Dal punto di vista curdo, quanto sta accadendo è il risultato di un fallimento strutturale della transizione politica siriana. Meghan Bodette, direttrice del Kurdish Peace Institute, ha definito la situazione un “tragico ritorno al conflitto”, legato all’incapacità dello Stato siriano di superare un modello fortemente centralizzato e dominato da un’unica identità etnico-religiosa.
Secondo Bodette, finché i curdi non percepiranno che i loro diritti, la loro sicurezza e la loro stessa esistenza saranno tutelati nella nuova Siria, continueranno a nutrire profonde riserve sull’integrazione nelle strutture statali. Proprio questa sfiducia ha contribuito, negli ultimi mesi, alla non attuazione degli accordi firmati e alla nuova escalation armata.
La ripresa delle ostilità rischia di aggravare una crisi umanitaria già drammatica: centinaia di migliaia di civili sono stati costretti a fuggire, mentre l’accesso a servizi essenziali resta compromesso.
Sul piano geopolitico, la crisi mette sotto pressione gli Stati Uniti, impegnati a mediare una de-escalation, e la Turchia, che considera le SDF legate al PKK e osserva con attenzione l’evolversi della situazione, pronta a usare la leva militare come strumento di pressione.
Il cessate il fuoco raggiunto dopo gli scontri ad Aleppo esiste, ma è debole, contestato e privo di solide garanzie politiche. Gli eventi di questi giorni mostrano come il conflitto tra Damasco e le SDF non sia mai stato realmente risolto, ma solo congelato. Senza un accordo credibile su diritti, sicurezza e governance, Aleppo rischia di diventare ancora una volta il simbolo del fallimento della pace siriana e l’anticamera di una nuova escalation su vasta scala.



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