Iran al bivio: proteste, repressione e lo spettro dell’escalation


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(Stefano Levoni) – La crisi iraniana esplosa tra la fine di dicembre 2025 e l’inizio del 2026 si è rapidamente trasformata da una mobilitazione sociale legata a fattori economici in una delle più serie sfide politiche affrontate dalla Repubblica islamica negli ultimi anni. Le proteste, inizialmente innescate dal deterioramento delle condizioni di vita — con un’inflazione galoppante, la svalutazione del rial e l’aumento dei prezzi dei beni essenziali — hanno presto assunto una dimensione politica più ampia, mettendo in discussione non solo l’operato del governo ma la legittimità complessiva dell’assetto di potere costruito attorno alla leadership teocratica.

L’ampiezza delle manifestazioni e la loro persistenza nel tempo hanno rivelato una frattura profonda tra una parte significativa della società iraniana e le istituzioni. Secondo organizzazioni indipendenti per i diritti umani, il bilancio della repressione è stato pesante: centinaia di morti e migliaia di arresti in poche settimane, in un contesto reso ancora più opaco dalla decisione delle autorità di imporre un blackout quasi totale di Internet e delle comunicazioni mobili. Ufficialmente giustificata come misura necessaria per garantire la sicurezza e l’ordine pubblico, la chiusura delle reti è apparsa a molti osservatori come uno strumento strategico per spezzare il coordinamento delle proteste e limitare la diffusione di immagini e testimonianze verso l’esterno.

Per alcuni osservatori il blackout ha rappresentato un elemento di debolezza delle autorità che, comunque, non ha impedito ai manifestanti di far circolare a livello internazionale le immagini delle proteste, degli arresti e persino dei morti, come il video diventato virale dell’istituto di medicina legale di Teheran con centinaia di corpi infilati dentro i sacchi neri pronti per essere riconosciuti dai familiari. Non propriamente una cartolina rassicurante per un governo sotto pressione internazionale e che accusa commercianti, colletti bianchi e studenti di essere tutti al soldo del nemico, Stati Uniti e Israele. Pensare che nelle strade siano scesi centinaia di migliaia di agenti infiltrati della CIA e del Mossad, che pure sono presenti con centinaia di uomini in tutto il paese per destabilizzare dall’interno il regime, è una descrizione caricaturale che non rende attendibili le dichiarazioni dei più importanti rappresentanti delle istituzioni statali iraniane. Certamente le cosiddette potenze straniere lavorano per alimentare la protesta e per portare le manifestazioni a un livello di stress tale da indurre l’uso della violenza e delle armi come unica forma legittima di difesa (o di attacco).

Al centro della risposta statale si colloca, appunto, la figura della Guida Suprema, l’ayatollah Ali Khamenei, il cui ruolo è stato determinante nel definire la linea politica e narrativa del regime. Khamenei ha cercato di mantenere un delicato equilibrio retorico: da un lato ha riconosciuto, almeno formalmente, l’esistenza di difficoltà economiche reali che colpiscono la popolazione; dall’altro ha respinto con fermezza le proteste, presentandole come il frutto dell’azione di “rivoltosi” e “sabotatori” legati a potenze straniere ostili all’Iran. In questa cornice interpretativa, la repressione non è stata descritta come un semplice intervento di ordine pubblico, ma come una difesa dell’integrità nazionale e della sovranità dello Stato.

Questa narrazione, come abbiamo visto, ha permesso alla leadership di giustificare l’uso della forza e di mobilitare le istituzioni di sicurezza e i settori più fedeli del sistema politico, rafforzando un discorso di unità nazionale contro un nemico esterno. Il messaggio della Guida Suprema è apparso chiaro: nessuna concessione che possa essere interpretata come una resa di fronte a pressioni interne o interferenze straniere. In tal senso, la crisi ha confermato il ruolo del Rahbar non solo come arbitro istituzionale, ma come garante ultimo della continuità ideologica e geopolitica della Repubblica islamica.

La dimensione interna della crisi si è però rapidamente intrecciata con dinamiche internazionali, in particolare con il rapporto conflittuale tra Teheran e Washington. Le dichiarazioni del presidente statunitense Donald Trump hanno contribuito a spostare il baricentro della crisi, trasformandola da questione prevalentemente domestica in un potenziale punto di frizione geopolitica. Trump ha affermato che l’esercito americano sta valutando “opzioni molto forti” nel caso in cui la repressione delle proteste dovesse proseguire, evocando implicitamente la possibilità di azioni militari o di altra natura, pur senza fornire dettagli concreti.

Queste affermazioni si inseriscono in una strategia che combina pressione e ambiguità. Da un lato, l’amministrazione americana ha cercato di presentarsi come sostenitrice dei manifestanti e dei diritti civili, tracciando una linea rossa rispetto all’uso indiscriminato della violenza contro i civili. Dall’altro, ha evitato di assumere un impegno chiaro verso un intervento diretto, lasciando aperto il ventaglio di strumenti a disposizione, inclusi possibili attacchi cibernetici o forme di pressione indiretta volte a colpire la leadership iraniana senza sfociare in un conflitto aperto.

Parallelamente alla retorica muscolare, è emersa anche una dimensione diplomatica più sfumata. Trump ha dichiarato che Teheran avrebbe manifestato la volontà di aprire canali di comunicazione con gli Stati Uniti e di avviare un negoziato, affermazione confermata, seppur con toni prudenti, da fonti iraniane. Da parte di Teheran, l’apertura al dialogo è stata presentata come coerente con un impegno di principio verso la diplomazia, ma rigidamente incardinata su un rapporto bilaterale che non preveda concessioni unilaterali o pressioni esterne.

Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha sintetizzato questa postura con una formula che riflette bene l’ambiguità strategica iraniana: l’Iran è “pronto alla guerra e al dialogo”. Una dichiarazione che segnala la volontà di non escludere alcuna opzione, mantenendo al tempo stesso una posizione di forza. In questa prospettiva, la descrizione delle proteste come infiltrate da elementi armati e agenti stranieri diventa funzionale a delegittimare il movimento e a rafforzare la giustificazione della repressione, sia sul piano interno sia su quello internazionale.

La crisi iraniana appare dunque come il risultato di una sovrapposizione di livelli: un malcontento sociale profondo alimentato da difficoltà economiche strutturali; una risposta statale improntata alla repressione e al controllo dell’informazione; una leadership che interpreta il dissenso come una minaccia esistenziale; e un contesto internazionale in cui le grandi potenze cercano di influenzare l’evoluzione degli eventi secondo i propri interessi strategici. Per Teheran, le proteste rappresentano una sfida diretta alla coesione del sistema; per Washington, costituiscono al tempo stesso un banco di prova della propria leadership globale e un’occasione per esercitare pressione su un avversario storico.

In questo scenario, la possibilità di una de-escalation resta incerta. L’intransigenza della Guida Suprema, combinata con la pressione esterna e con l’ambiguità strategica degli Stati Uniti, alimenta il rischio che la crisi possa evolvere verso forme di confronto più ampie, anche al di là dei confini iraniani. La situazione rimane fluida e carica di incognite, e il modo in cui verrà gestita a partire dai prossimi giorni potrebbe avere conseguenze durature non solo per il futuro dell’Iran, ma per l’equilibrio geopolitico dell’intera regione mediorientale.


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