La linea gialla tracciata sulle mappe militari per segnare il limite dell’armistizio tra Israele e Hamas si sta trasformando, sul terreno, in un confine mobile. A dicembre, secondo un’analisi di immagini satellitari e testimonianze raccolte da Reuters, l’esercito israeliano avrebbe spinto più a ovest – e quindi più dentro Gaza – i blocchi di cemento verniciati di giallo che marcano la cosiddetta “Yellow Line”, demolendo decine di edifici e costringendo nuove famiglie palestinesi alla fuga, in una dinamica che – sempre secondo Reuters – contrasterebbe con i vincoli di un cessate il fuoco sostenuto dagli Stati Uniti.
La lettura delle immagini satellitari mostra che lo spostamento non sarebbe un episodio isolato: in diversi punti della Striscia i blocchi sarebbero stati collocati decine, talvolta centinaia di metri oltre la linea di controllo prevista, mentre l’esercito avrebbe realizzato almeno sei fortificazioni per il presidio delle truppe. Per Reuters, si tratta di un’indicazione concreta di come Israele stia ridefinendo unilateralmente la propria “zona di controllo” e restringendo ulteriormente gli spazi utilizzabili dalla popolazione civile.
Al-Tuffah, il caso simbolo: dalla tregua alla “terra di nessuno”
Il fenomeno appare particolarmente evidente ad Al-Tuffah, storico quartiere orientale di Gaza City, oggi ridotto – nelle immagini e nei racconti raccolti sul posto – a un paesaggio di edifici sventrati e lamiere contorte dopo anni di bombardamenti. È qui che, dopo l’entrata in vigore della tregua di ottobre, migliaia di persone avevano cercato riparo, convinte che il cessate il fuoco avrebbe congelato le posizioni e riportato una relativa stabilità lungo il margine orientale della città.
Secondo Reuters, il cessate il fuoco prevedeva il ritiro delle forze israeliane fino a una linea gialla tracciata sulle mappe militari, che corre quasi lungo tutta Gaza e, ad Al-Tuffah, “abbraccia” il bordo est del quartiere. Ma i satelliti avrebbero documentato un doppio movimento: inizialmente i blocchi sarebbero stati posati dal lato controllato da Hamas, e successivamente spostati di circa 200 metri ancora più all’interno.
A quel punto – prosegue la ricostruzione – l’area tra la nuova collocazione dei blocchi e la linea originaria sarebbe stata progressivamente rasa al suolo: un’analisi Reuters delle immagini attribuisce la distruzione ad almeno 40 edifici, lasciando pochissime strutture in piedi in quello che, di fatto, si è trasformato in un corridoio di separazione.


Come sono stati demoliti gli edifici
Non è chiaro, dalle sole immagini satellitari, con quale modalità siano state abbattute le strutture. In precedenza – ricorda Reuters – le demolizioni a Gaza sono avvenute attraverso una combinazione di attacchi aerei, esplosioni controllate e bulldozer. Alla richiesta di chiarimenti, l’esercito israeliano ha dichiarato di stare verificando le domande inviate da Reuters su spostamento dei blocchi e distruzioni.
Fonti militari citate da Reuters sostengono però che la “Yellow Line” non sarebbe riproducibile con precisione millimetrica sul terreno, perché edifici o ostacoli fisici spesso impedirebbero di collocare i marker esattamente dove compaiono sulle mappe. Le stesse fonti definiscono le rappresentazioni pubblicate dall’esercito e dall’amministrazione statunitense come “illustrazioni”, più che coordinate puntuali.
“Siamo stati costretti a lasciare”: le testimonianze dei residenti
Il costo umano di questi spostamenti emerge nelle storie raccolte sul posto. Una residente, Manal Abu Al-Kas, ha raccontato a Reuters di aver lasciato la parte orientale di Al-Tuffah dopo che i blocchi gialli erano stati avanzati oltre l’area in cui la famiglia viveva. Nel suo racconto, il trasferimento non sarebbe stato una scelta, ma l’esito di attacchi e insicurezza crescenti: “Se non fossero caduti colpi sulle nostre case, non ce ne saremmo andati”, ha detto a Reuters.
Il quadro più ampio: Khan Younis e le fortificazioni
Al-Tuffah non sarebbe un’eccezione. Reuters riferisce che a Khan Younis, nel sud della Striscia, i blocchi sarebbero stati collocati in dicembre in posizioni fino a 390 metri oltre la linea, e in un altro punto fino a 220 metri. Sempre dalle immagini satellitari emergerebbero distruzioni di edifici e lo smantellamento di agglomerati di tende destinate agli sfollati.
Le immagini citate da Reuters mostrano anche la costruzione di almeno sei grandi fortificazioni sul lato israeliano, entro 700 metri dalla linea di controllo, presentate da una fonte militare come opere temporanee in terra e fango pensate per proteggere i soldati da colpi in arrivo.
Il nodo politico: la tregua e la “Board of Peace”
La controversia si intreccia con la cornice diplomatica promossa dal presidente statunitense Donald Trump, che nelle ultime settimane ha rilanciato il proprio piano di gestione del cessate il fuoco e della transizione a Gaza attraverso la creazione di una “Board of Peace”, presentata al World Economic Forum di Davos tra adesioni e defezioni di partner occidentali.
Parallelamente, Reuters segnala che la riapertura del valico di Rafah con l’Egitto – indicata come uno snodo chiave del percorso – è stata annunciata da un leader palestinese tecnocratico sostenuto dagli USA, mentre Israele (che controlla l’area dal 2024, secondo Reuters) non ha rilasciato commenti immediati.
Una crisi umanitaria “compattata” lungo la costa
La questione della “Yellow Line” non è solo militare: influenza direttamente la geografia della sopravvivenza quotidiana. I report umanitari delle Nazioni Unite descrivono una popolazione enorme che vive in condizioni precarie tra tende improvvisate danneggiate dal maltempo e edifici lesionati a rischio di crollo, mentre le organizzazioni umanitarie distribuiscono assistenza d’emergenza a decine di migliaia di famiglie.
Nello stesso quadro, Reuters ha riferito anche del primo ordine di evacuazione forzata “post-tregua” in alcune aree, segnale – secondo le letture diplomatiche – che la linea di contatto resta instabile e soggetta a riposizionamenti operativi.
Violazioni e accuse reciproche
Il cessate il fuoco, pur formalmente in vigore, è costellato di accuse incrociate. Reuters riporta che, dall’entrata in vigore dell’accordo di ottobre, oltre 460 palestinesi sarebbero stati uccisi da azioni israeliane secondo medici a Gaza, mentre tre soldati israeliani sarebbero stati uccisi da miliziani; entrambe le parti si accusano di violare i termini della tregua.
Sul piano del bilancio complessivo della guerra, Reuters ricorda che l’offensiva israeliana è iniziata dopo l’attacco del 7 ottobre 2023, in cui – secondo i conteggi israeliani citati dall’agenzia – sono state uccise 1.200 persone, mentre le autorità sanitarie di Gaza parlano di 71.000 palestinesi uccisi dall’inizio delle operazioni israeliane.
Nel frattempo, l’avanzamento dei blocchi gialli e la creazione di nuove aree interdette rischiano di diventare, per la popolazione civile, l’ennesimo elemento di instabilità: una “linea” che sulle mappe avrebbe dovuto congelare il fronte, ma che sul terreno – almeno in alcuni punti – sembra ridisegnare quotidianamente lo spazio disponibile per vivere, spostarsi e tornare a casa.



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