Venezuela. Anatomia di un’operazione che non riguarda solo Trump


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(Federica Cannas) – Il 3 gennaio 2026, alle due del mattino ora venezuelana, forze speciali statunitensi hanno catturato Nicolás Maduro e sua moglie Cilia Flores a Caracas. L’operazione militare, che ha provocato anche un numero imprecisato di vittime, con l’ingresso armato nel territorio di uno Stato sovrano per catturare un capo di Stato in carica, rappresenta una violazione del diritto internazionale senza precedenti nella storia recente.

Maduro è stato trasferito a New York, dove deve rispondere di accuse federali legate al narcotraffico e al narcoterrorismo, già formalizzate negli anni precedenti. L’incriminazione, che fornisce la giustificazione formale dell’operazione, appare tuttavia come il pretesto giuridico di un’azione con obiettivi ben diversi.
Nelle ore successive, mentre i media internazionali celebravano la “caduta del regime”, a Caracas si è consumato qualcosa di molto diverso. Più che un cambio di sistema, un cambio di gestione. Questa non è una storia su Donald Trump contro Maduro. È la storia di come il chavismo abbia negoziato la propria sopravvivenza, sacrificando il leader per preservare il potere.

Delcy Rodríguez è apparsa in televisione per condannare l’operazione e chiedere la liberazione di Maduro. Trump ha dichiarato che la vicepresidente aveva avuto contatti con il Segretario di Stato Marco Rubio e che Washington la considerava una possibile figura di transizione. Una ricostruzione che lei ha smentito pubblicamente.
I fatti, però, hanno seguito un’altra direzione. In pochi giorni, senza fratture visibili, la Corte Suprema, le forze armate e l’Assemblea Nazionale l’hanno riconosciuta come presidente ad interim. Una rapidità che suggerisce una decisione già maturata all’interno dell’apparato chavista.

La Rodríguez non è una figura di rottura. È nel cuore del potere da oltre vent’anni e ne conosce ogni ingranaggio. Non è stata scelta per cambiare il modello, ma perché il modello potesse continuare con lei. La domanda decisiva non riguarda chi sia Delcy Rodríguez, ma perché sia stata lei a restare, mentre Maduro veniva sacrificato. La risposta va cercata nel petrolio e nella capacità di negoziare con Washington.
Il Venezuela possiede le maggiori riserve petrolifere del mondo, ma anni di sanzioni, cattiva gestione e corruzione hanno paralizzato il settore. Trump ha affermato apertamente che il Paese verrà sottoposto a un controllo internazionale temporaneo, con il coinvolgimento delle grandi compagnie statunitensi nella ricostruzione delle infrastrutture energetiche.

Da metà gennaio, le interlocuzioni tra Washington e il nuovo esecutivo venezuelano sono diventate regolari e operative. A fine mese, l’Assemblea Nazionale ha approvato l’apertura del settore petrolifero ai privati. Nello stesso giorno, gli Stati Uniti hanno revocato parte delle sanzioni contro PDVSA.
Secondo fonti convergenti, una quota delle vendite di greggio venezuelano avverrebbe già attraverso canali supervisionati dagli Stati Uniti, con una parte dei proventi destinata al governo Rodríguez. Le cifre esatte e i meccanismi di controllo non sono stati resi pubblici, ma per un’economia al collasso l’afflusso di liquidità rappresenta ossigeno vitale. È qui che si gioca la vera partita: chi controlla i flussi finanziari controlla il governo.

La contraddizione centrale dell’operazione emerge con chiarezza. Maduro è stato rimosso, ma il sistema è rimasto intatto. Rodríguez governa con gli stessi uomini chiave del chavismo.
Non mancano i gesti simbolici. La liberazione di alcuni prigionieri politici all’inizio di gennaio, definita da Trump “un segnale di cooperazione”, ha accompagnato l’annuncio della sospensione di ulteriori operazioni militari. A questo si sono aggiunti l’annuncio di un’amnistia politica estesa e il piano di trasformazione di El Helicoide, il centro di detenzione simbolo delle accuse di violazione dei diritti umani. Un processo di trasformazione affidato agli stessi apparati che ne hanno garantito il funzionamento per anni.

La vera natura dell’operazione emerge con chiarezza nella vicenda di María Corina Machado. Se l’obiettivo fosse stato davvero portare la democrazia in Venezuela, Machado sarebbe stata la scelta naturale. Premio Nobel per la Pace 2025, vincitrice delle primarie dell’opposizione nel 2023 con il 93% dei voti, simbolo della resistenza al chavismo. Invece, dopo aver salutato l’arresto di Maduro come “l’ora della libertà” e aver consegnato a Trump la medaglia del suo Nobel in segno di gratitudine, è stata liquidata dallo stesso presidente statunitense come una figura priva di “sufficiente sostegno interno”. L’opposizione democratica chiede l’insediamento di Edmundo González Urrutia, indicato come vincitore delle presidenziali del luglio 2024 secondo verifiche indipendenti e oggi in esilio in Spagna.

L’arresto di Alex Saab il 4 febbraio segue la stessa logica operativa. L’imprenditore colombiano-venezuelano, stretto collaboratore di Maduro e figura chiave nelle reti commerciali che hanno permesso al regime di eludere le sanzioni per anni, è stato fermato all’alba in un’operazione congiunta FBI e Sebin, il servizio di intelligence venezuelano. Insieme a lui anche Raúl Gorrín, coproprietore di Globovisión.

L’operazione è stata presentata come un ulteriore passo nella lotta alla corruzione, ma il suo significato è diverso. Saab rappresentava uno snodo cruciale del sistema chavista di approvvigionamento e movimentazione finanziaria. La sua cattura non smantella quel sistema, lo riconfigura. Non è una rottura, si tratta piuttosto di una pulizia controllata. Washington elimina le figure che rappresentano il legame con Maduro, lasciando intatta la struttura che ora deve rispondere a nuovi interlocutori. Anche qui, il messaggio è chiaro. Il problema non era il sistema, era chi lo gestiva.

È plausibile che canali di comunicazione tra settori dell’apparato di potere venezuelano e Washington fossero attivi da mesi, con uno scenario definito come “madurismo senza Maduro”. Senza questa negoziazione preventiva, l’operazione del 3 gennaio avrebbe incontrato una resistenza ben diversa.
Un dettaglio racconta più di molte dichiarazioni ufficiali: nessuna infrastruttura petrolifera strategica è stata colpita. Il sistema chavista è rimasto in piedi. Maduro era sacrificabile, il controllo del petrolio no.
Le reazioni internazionali sono state in larga parte prevedibili.

Il Venezuela è tornato nell’orbita statunitense e Pechino e Mosca hanno assistito all’espulsione dal loro principale punto d’appoggio in America Latina senza poter opporre resistenza concreta. L’episodio rivela i limiti della proiezione di potenza cinese e russa lontano dalle loro sfere di influenza tradizionali.
Più in generale, ci sono state prese di posizione formali, dichiarazioni di principio e condanne verbali, senza conseguenze concrete. Al di là dei richiami alla sovranità e del mancato riconoscimento politico, nessun attore ha compiuto passi significativi.

Qui sta il punto dirimente. Non si tratta di un’operazione per la democrazia, ma di un intervento di stabilizzazione geopolitica ed energetica che utilizza il linguaggio della democrazia.
Lo ha ammesso lo stesso Trump in diverse dichiarazioni. Lo ha esplicitato Marco Rubio, delineando tre fasi: stabilizzazione, ripresa economica e solo in seguito una generica “transizione”. Senza scadenze, senza garanzie, senza impegni vincolanti verso elezioni libere.

Nella pratica, ciò significa che Delcy Rodríguez mantiene una doppia narrazione con noetevole abilità politica. Pubblicamente, il lessico chavista del “non saremo mai più una colonia”, della resistenza all’imperialismo e della legittimità esclusiva di Maduro. Nei fatti, lo smantellamento progressivo del modello socialista, già avviato negli ultimi anni per pura necessità economica.
Attribuire tutto a Maduro è comodo.

Permette di raccontare la semplice e banale storia del dittatore rimosso, del liberatore americano, della democrazia in arrivo. La realtà è più complessa e più cinica.
Il Venezuela è in crisi da anni, ma per capire questa crisi bisogna tornare indietro. Il chavismo delle origini, quello di Hugo Chávez eletto nel 1998, rappresentò una rottura storica per il Venezuela e per l’intera America Latina. Non fu solo retorica populista. Milioni di venezuelani esclusi per decenni dalla distribuzione della ricchezza petrolifera videro per la prima volta investimenti massicci in sanità, istruzione, edilizia popolare. Le “missioni” chaviste portarono l’alfabetizzazione nei barrios, costruirono cliniche nei quartieri poveri, diedero dignità a chi non ne aveva mai avuta. Il Venezuela di Chávez parlava da pari a pari con Washington, rivendicava la sovranità sulle proprie risorse, costruiva alleanze regionali autonome. Era un progetto politico con consenso reale, non solo imposizione.

Ma quel modello aveva un difetto strutturale. Dipendeva interamente dal prezzo del petrolio e dalla capacità di gestire quella ricchezza senza che la corruzione la divorasse. Quando il prezzo del greggio crollò e la corruzione divenne sistemica, il progetto implose. Chávez morì nel 2013, lasciando a Maduro un’eredità già in crisi. Maduro non aveva né il carisma né la capacità politica di Chávez. Gestì il collasso con autoritarismo crescente e incompetenza economica, trasformando il chavismo in una struttura di potere svuotata del suo progetto originario.

Il Venezuela è in crisi da anni. Il PIL è crollato di oltre l’80 per cento in un decennio, l’inflazione ha raggiunto livelli estremi e più di sette milioni di venezuelani sono fuggiti dal Paese, dando origine alla più grave crisi migratoria della storia latinoamericana contemporanea.
Maduro ha aggravato il quadro, ma non ha creato il sistema. Lo ha ereditato. Delcy Rodríguez lo sta mantenendo, cambiandone semplicemente il principale interlocutore internazionale.

L’unica differenza sostanziale è che oggi il petrolio venezuelano finanzierà compagnie americane anziché progetti socialisti.
Il sistema rimane, gli Stati Uniti ottengono ciò che volevano.

Non si tratta di una svolta democratica, ma di una riorganizzazione degli equilibri di potere. La parola “transizione” svolge il suo lavoro retorico, mentre nella pratica il modello cambia interlocutore, non natura.
Il Venezuela resta un Paese ricchissimo di risorse, in cui il potere nasce dal controllo dei pozzi. Dopo Maduro, tutto è cambiato perché nulla cambiasse davvero.


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