Groenlandia, Damasco e Kharkiv come specchi della crisi dell’ordine globale
In un mondo di confini mobili e sovranità contestate, la geopolitica non si decide più soltanto nei palazzi del potere o nei salotti della diplomazia multilaterale. Sempre più spesso, il confronto passa dalle città: spazi concreti in cui le fratture dell’ordine internazionale diventano visibili, misurabili, quotidiane.
Nuuk, Damasco e Kharkiv — lontane per storia, clima e cultura — si impongono oggi come punti di osservazione decisivi di questa trasformazione. È da qui che la collana Città Geopolitiche di Paesi Edizioni sceglie di leggere le crisi del presente, seguendo le traiettorie urbane che raccontano tensioni globali.
Dal 13 febbraio, Paesi Edizioni torna in libreria con tre nuove uscite della serie: “Groenlandia/Nuuk” di Luca Sebastiani e Leonardo Parigi, “Damasco” di Lorenzo Trombetta, “Kharkiv” di Yaryna Grusha. Tre volumi dedicati a luoghi-simbolo al centro di conflitti e pressioni diplomatiche che stanno ridisegnando equilibri internazionali e rimettendo in discussione, insieme, l’assetto globale e il ruolo dell’Europa.
LA GROENLANDIA: L’ARTICO COME NUOVO CENTRO DEL MONDO
Nuuk, capitale della Groenlandia, è forse il simbolo più evidente di come il cambiamento climatico stia ridisegnando le gerarchie geopolitiche globali. Un territorio a lungo percepito come periferico si trasforma improvvisamente in nodo strategico: risorse energetiche, terre rare, nuove rotte marittime e competizione tra grandi potenze convergono sul “regno dei ghiacci” raccontato da Luca Sebastiani e Leonardo Parigi.
Il progressivo scioglimento dei ghiacciai non è solo una tragedia ambientale, ma un moltiplicatore di potere. Cina e Russia hanno rafforzato la loro presenza nell’Artico, mentre gli Stati Uniti – con Donald Trump che torna a evocare l’idea di “acquisire” l’isola – riscoprono una vocazione apertamente neo-imperiale. In mezzo, gli Inuit: una popolazione che dopo secoli di dominio danese rifiuta l’idea di sostituire una dipendenza coloniale con un’altra. Nuuk diventa così il luogo in cui si scontrano tre livelli di geopolitica: globale (la competizione tra potenze), regionale (il futuro dell’Artico) e locale (l’autodeterminazione di una comunità).
DAMASCO: IL POTERE SCRITTO NELLO SPAZIO URBANO
Se Nuuk guarda al futuro, Damasco obbliga a fare i conti con il peso del passato. La capitale siriana, una delle città più antiche del mondo, emerge dal libro di Lorenzo Trombetta come un archivio vivente del potere. Tornando nella città dopo la dissoluzione del regime dinastico degli Asad, l’autore mostra come la politica non abbia agito solo attraverso la repressione o la propaganda, ma anche – e soprattutto – attraverso la forma urbana.
Quartieri separati, distanze sociali cristallizzate, spazi pubblici controllati: Damasco racconta meglio di qualsiasi analisi teorica come funziona lo Stato siriano. È una città che cambia senza spezzarsi, che assorbe le rovine e le riconfigura, rivelando una sorprendente resilienza. Qui la geopolitica non è solo una questione di alleanze regionali o di interventi stranieri, ma una pratica quotidiana che incide sul modo di abitare, di muoversi, di vivere insieme.
In questo senso, Damasco diventa una chiave interpretativa del Medio Oriente post-rivoluzioni arabe: uno spazio in cui la fine formale di un regime non coincide necessariamente con una trasformazione profonda dei rapporti di potere.
KHARKIV: LA GUERRA COME CANCELLAZIONE
A nord-est dell’Ucraina, Kharkiv rappresenta il volto più brutale della geopolitica contemporanea: quello della guerra totale. A quattro anni dall’inizio dell’invasione russa, Yaryna Grusha racconta una città sottoposta non solo a un assedio militare, ma a un tentativo sistematico di cancellazione culturale e identitaria.
Colpire scuole, archivi, musei e biblioteche non è un effetto collaterale, ma una strategia. La guerra russa contro l’Ucraina, come emerge dal libro, è anche una guerra contro la memoria. Distruggere lo spazio urbano significa riscrivere la storia, ridefinire chi ha diritto di esistere e di raccontarsi. La lunga narrazione di Kharkiv – dalla città di frontiera zarista all’Holodomor, dalla repressione staliniana all’indipendenza ucraina – mostra come l’identità nazionale si sia formata proprio nella resistenza alle politiche di russificazione.
Qui la posta in gioco non è solo il controllo del territorio, ma il significato stesso di Europa, sovranità e autodeterminazione nel XXI secolo.
LE CITTÀ COME UNITÀ GEOPOLITICHE
Ciò che unisce Groenlandia, Damasco e Kharkiv è l’idea che la città sia tornata a essere un’unità geopolitica fondamentale. Non semplici scenari passivi, ma attori che condensano processi globali: il cambiamento climatico, la fine degli imperi regionali, il ritorno della guerra di conquista. La collana Città Geopolitiche si inserisce così in una tradizione di reportage e saggio narrativo che rifiuta le astrazioni e parte dai luoghi concreti, dalle strade, dagli edifici, dalle comunità.
In un’epoca in cui l’ordine internazionale appare sempre più fragile, queste tre città ci ricordano che la geopolitica non è un gioco distante, ma qualcosa che plasma lo spazio in cui viviamo. Ed è proprio da qui, dai margini apparenti del mondo, che forse si intravedono con maggiore chiarezza le linee del conflitto globale che ci attende.






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