(Federica Cannas) – Dopo 17 ore di dibattito parlamentare e scontri nelle strade di Buenos Aires, il Senato argentino ha approvato con 42 voti a favore e 30 contrari la riforma del lavoro promossa dal presidente Javier Milei. La legge passa ora alla Camera dei Deputati, dove potrebbe subire modifiche. Al di là dell’iter parlamentare, questa riforma rappresenta un punto di svolta nella storia dei diritti del lavoro argentini e solleva interrogativi fondamentali sul modello di sviluppo del paese.
La normativa del lavoro argentina vigente risale agli anni Settanta. Da allora, nessun governo è riuscito a introdurre cambiamenti profondi in un mercato dove il 43% dei lavoratori opera nell’informalità, un record storico. Dall’arrivo di Milei alla presidenza nel dicembre 2023, la sua politica di riduzione dello Stato ha comportato la perdita di 300.000 posti di lavoro formale. In un paese dove il 38% della popolazione vive sotto la soglia di povertà, la riforma si inserisce in un contesto sociale fortemente polarizzato.
La riforma interviene su 58 articoli, ridisegnando il rapporto tra capitale e lavoro. I cambiamenti più controversi riguardano tre aree principali. Sul fronte economico, riduce le indennità di licenziamento escludendo dalla base di calcolo tredicesima, ferie e bonus, e consente ai datori di pagare le sentenze a rate (fino a 12 mesi per le PMI). Viene istituito il Fondo di Assistenza Lavorativa (FAL), alimentato dall’1-2,5% degli stipendi — risorse che prima finanziavano le pensioni. Il governo vi vede un’iniezione di 4 miliardi di dollari nel mercato dei capitali; l’opposizione un “furto al sistema previdenziale”.
In termini di tutele, sparisce il diritto a percepire il 100% dello stipendio durante malattie o infortuni non lavorativi. Il lavoratore riceverà tra il 50% e il 75% a seconda del “grado di responsabilità” nell’evento. Le ferie possono essere frazionate e concordate in qualsiasi periodo dell’anno, mentre il nuovo “banco ore” permette di compensare giornate lunghe con giornate corte senza pagare straordinari. Una flessibilità che i critici temono si traduca in imposizione del più forte sul più debole.
Sul piano del conflitto sociale, i contratti aziendali prevalgono su quelli nazionali, la quota sindacale diventa volontaria e si amplia drasticamente l’elenco dei “servizi essenziali” dove lo sciopero è limitato: telecomunicazioni, commercio, trasporti, educazione, costruzioni, e-commerce, hotellerie. Le assemblee sindacali in azienda richiederanno autorizzazione del datore di lavoro. Per i lavoratori delle piattaforme digitali si crea una categoria ibrida — riconosciuti ma esclusi dalla Legge sul Contratto di Lavoro — che istituzionalizza la precarietà invece di contrastarla.
Il governo definisce la riforma “la più importante degli ultimi 50 anni” e sostiene che la normativa degli anni Settanta sia inadeguata per un mercato moderno. La riforma è anche una richiesta esplicita del Fondo Monetario Internazionale nel quadro del programma di aiuti all’Argentina.
I sindacati e l’opposizione denunciano un’erosione sistematica dei diritti. La CGT ha dichiarato che non si tratta di modernizzazione ma di “aggiustamento sui lavoratori”. L’opposizione ha definito la riforma “violatoria” e “regressiva”, sostenendo che non promuoverà occupazione finché continuerà l’attuale piano economico. L’opposizione kirchnerista ha annunciato che impugnerà la legge per presunta incostituzionalità.
Il 12 febbraio, mentre il Senato dibatteva, migliaia di persone hanno riempito Piazza del Congresso. La protesta è degenerata in scontri violenti con lancio di pietre e molotov, cui la polizia ha risposto con gas lacrimogeni e cannoni ad acqua. Il bilancio: almeno 15 feriti, quattro agenti colpiti e una trentina di arresti.
Significativamente, la CGT non è riuscita ad accompagnare la mobilitazione con uno sciopero generale, segnale di frammentazione sindacale che ha permesso al governo di ottenere la votazione nonostante le proteste.
È innegabile che l’Argentina soffra di rigidità strutturali. Il 43% di informalità indica che il sistema attuale non funziona. Milioni di lavoratori operano senza protezioni perché le imprese trovano troppo costoso assumere formalmente. Una maggiore flessibilità potrebbe incentivare la regolarizzazione e rispondere a esigenze produttive che il quadro degli anni Settanta non prevedeva.
Tuttavia, il problema centrale sta nell’asimmetria di potere contrattuale. In un contesto di disoccupazione elevata e povertà al 38%, gli “accordi” tra lavoratore e datore di lavoro rischiano di tradursi in imposizioni del più forte. L’esclusione di elementi salariali dal computo dell’indennità, la riduzione degli stipendi per malattia, il frazionamento delle ferie configurano un trasferimento di risorse dal lavoro al capitale.
Il governo sostiene che la riforma creerà occupazione. I dati contraddicono questa tesi. Da quando Milei è al potere si sono persi 300.000 posti di lavoro formale. La storia economica insegna che le riforme del lavoro, da sole, non generano occupazione. Questa dipende da investimenti, politica industriale, domanda aggregata. In un contesto recessivo, la “flessibilità” rischia di tradursi in maggiore precarietà.
La riforma argentina si inserisce in un trend latinoamericano di riforme neoliberali, ma l’Argentina presenta specificità cruciali: una tradizione sindacale forte ereditata dal peronismo che questa riforma tenta di ridimensionare; il ruolo del FMI che inserisce la riforma in una dinamica di condizionalità esterna storicamente fonte di resistenze; il modello ultraliberale di Milei come esperimento osservato attentamente nella regione; una polarizzazione sociale che in un paese con il 38% di povertà può generare instabilità significativa.
La riforma deve ancora passare alla Camera, dove alleati e oppositori chiedono modifiche, specialmente sulle licenze per malattia. Il governo vuole chiudere l’iter entro il 1° marzo, quando Milei terrà il discorso annuale. La fretta può segnalare timore di perdere consensi. Sul piano sociale, le proteste continueranno e i sindacati più combattivi minacciano azioni più dure.
La riforma rappresenta un banco di prova per il modello ultraliberale di Milei. Affronta problemi reali quali informalità, rigidità, litigiosità, ma con strumenti che rischiano di aggravare la precarietà e trasferire rischi sui lavoratori. L’interrogativo fondamentale è se la “flessibilità” produrrà occupazione o semplicemente peggiorerà le condizioni di chi già lavora.
Dal punto di vista dei diritti, è difficile negare che la riforma rappresenti un arretramento rispetto a conquiste storiche. La questione è se questo sia il “prezzo necessario” della modernizzazione o un’inutile demolizione di protezioni essenziali.
Pur riconoscendo la necessità di aggiornare normative obsolete, emerge preoccupazione per una riforma che sembra sacrificare i diritti dei lavoratori sull’altare di una “competitività” di cui non si vedono frutti occupazionali. La modernizzazione non dovrebbe significare precarizzazione sistematica.
Nei prossimi mesi, l’Argentina diventerà un laboratorio da osservare attentamente. L’esito di questo esperimento avrà ripercussioni che trascendono i confini nazionali e influenzeranno i dibattiti sul futuro del lavoro in tutta l’America Latina.



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