Ginevra, la pace difficile: perché i colloqui tra Kiev e Mosca restano prigionieri della guerra


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Due ore di negoziato, una dichiarazione prudente sui “progressi”, un’accusa frontale di voler “trascinare” i tempi. I colloqui di Ginevra tra Ucraina e Russia si sono chiusi senza svolta, ma con un messaggio politico chiaro: la distanza non è tecnica, è strategica. E riguarda non solo ciò che accade al tavolo, ma soprattutto ciò che continua ad accadere sul terreno.

Volodymyr Zelensky ha parlato di discussioni “difficili”, lasciando intendere che la partita vera non sia sui meccanismi – cessate il fuoco, verifiche, scambi – bensì sul cuore politico dell’accordo: territorio e garanzie di sicurezza. Kiev accusa Mosca di voler guadagnare tempo. Non è un dettaglio retorico. In una guerra di attrito che dura da quattro anni, il tempo è una leva negoziale: mentre si tratta, la Russia mantiene pressione militare e colpisce infrastrutture energetiche, ricordando all’Ucraina che lo status quo ha un costo quotidiano, umano ed economico.

Le Nazioni Unite hanno documentato un impatto persistente e grave sui civili, con danni diffusi alle infrastrutture e ondate di attacchi che aggravano la vulnerabilità energetica del Paese. È in questo contesto che la parola “pace” diventa insieme necessaria e scivolosa: necessaria per ridurre il tributo umano; scivolosa perché un accordo fragile rischia di congelare il conflitto senza risolverlo.

La pressione americana e il nodo delle concessioni

Sul tavolo di Ginevra pesa anche la postura di Washington. Negli ultimi giorni il presidente Donald Trump ha sollecitato pubblicamente l’Ucraina a “sedersi al tavolo rapidamente”, lasciando intendere che la responsabilità del successo ricada su Kiev. Zelensky ha replicato, in un’intervista ad Axios, che non è “corretto” chiedere concessioni all’Ucraina e non alla Russia. È uno scambio che rivela una frattura sottile ma significativa: la Casa Bianca punta a un risultato in tempi brevi; Kiev teme che la fretta si traduca in pressioni asimmetriche.

Per il presidente ucraino, legare qualsiasi intesa al consenso interno – fino a evocare un referendum qualora si parlasse di cessioni territoriali – è un modo per alzare una barriera politica preventiva. Non è solo tattica negoziale: è la consapevolezza che, dopo anni di guerra e sacrifici, un accordo percepito come imposto dall’esterno potrebbe spaccare il Paese.

Mosca tra continuità e calcolo

Dal lato russo, la presenza di Vladimir Medinsky alla guida della delegazione segnala continuità e linea dura. L’ex ministro della Cultura è stato già volto dei precedenti round e non è associato a concessioni sostanziali. Il Cremlino parla di ulteriori incontri “a breve”, senza date. È un modo per non chiudere la porta – utile sul piano internazionale – ma anche per non accelerare.

Fonti russe hanno definito “molto tese” le sessioni precedenti, protrattesi per ore in formati bilaterali e trilaterali. Tensione, in diplomazia, spesso significa che si è entrati nel merito dei capitoli politici. Il più spinoso resta il Donbas: Kiev rifiuta di riconoscere perdite territoriali ulteriori rispetto alla linea di fatto; Mosca punta a consolidare sul piano giuridico ciò che controlla o rivendica sul piano militare.

Garanzie di sicurezza: la vera moneta dello scambio

Se il territorio è il simbolo, le garanzie sono la sostanza. Zelensky insiste che senza un sistema robusto – con un coinvolgimento “indispensabile” degli alleati europei – qualsiasi cessate il fuoco sarebbe solo un intervallo. Francia, Germania e Regno Unito sostengono questa impostazione, ma la traduzione in un meccanismo credibile (impegni militari, clausole automatiche, deterrenza) è politicamente complessa.

Sullo sfondo resta anche il dossier della centrale nucleare di Zaporizhzhia. L’Agenzia internazionale per l’energia atomica mantiene una presenza e richiama costantemente i principi di sicurezza. In un eventuale pacchetto di intesa, la gestione e la sicurezza dell’impianto potrebbero diventare un capitolo autonomo – tecnico ma altamente politico.

Nessuna svolta, ma nessuna rottura

Il paradosso di Ginevra è che entrambe le parti possono rivendicare qualcosa. Kiev parla di intensità e di lavoro “sostanziale” sui meccanismi; Mosca annuncia nuovi round. Non c’è rottura, ma neppure un punto di caduta. In diplomazia, questo è spesso il preludio a una fase di logoramento: si negozia mentre si combatte, si combatte mentre si negozia.

A pochi giorni dal quarto anniversario dell’invasione del 2022, la domanda non è se la pace sia possibile, ma a quali condizioni e con quali garanzie. La fretta può produrre un accordo; solo l’equilibrio può produrre stabilità. Finché territorio e sicurezza resteranno incastrati in un gioco a somma quasi zero, ogni tavolo sarà “difficile”. E ogni ora di trattativa peserà meno delle ore che, fuori dalle sale di Ginevra, continuano a scandire la guerra.


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