– Analisi di Marco De Santis
L’attacco condotto da Stati Uniti e Israele contro obiettivi strategici della Iran ha segnato un passaggio di soglia: dalla guerra indiretta e permanente che da anni attraversa il Medio Oriente si è entrati in una fase di confronto dichiarato, in cui la deterrenza non si gioca più soltanto nell’ombra. La risposta iraniana che ha già toccato dieci Paesi della regione – Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrain, Iraq, Cipro, Giordania, Oman, Kuwait, Qatar oltre allo stesso territorio israeliano e al Libano come riflesso diretto delle operazioni di Hezbollah – non è soltanto una rappresaglia militare. È un disegno strategico coerente.
La Repubblica islamica non dispone della superiorità aerea né della profondità logistica dei suoi avversari. Non può sostenere un conflitto simmetrico prolungato contro due potenze che dominano lo spazio aereo regionale. Per questo la sua dottrina si fonda su un principio diverso: allargare il campo di battaglia, moltiplicare i fronti, rendere la guerra sistemica. Se non può impedire il colpo, può renderlo troppo costoso.
Il cuore della strategia è la destabilizzazione del Golfo. Le monarchie sunnite, legate agli Stati Uniti da accordi di sicurezza e, in alcuni casi, avvicinatesi progressivamente a Israele, rappresentano l’anello vulnerabile della catena occidentale. Colpirle significa seminare incertezza nei mercati energetici, alimentare il timore nelle opinioni pubbliche locali, incrinare la fiducia nell’ombrello di protezione americano. Un attacco che danneggia basi in Bahrain o infrastrutture energetiche saudite non ha solo un valore tattico: mette in discussione la credibilità della deterrenza statunitense.
Il secondo pilastro è la leva energetica globale. Lo Stretto di Hormuz è il baricentro del sistema. Da quel braccio di mare transita una quota decisiva del petrolio mondiale. Non occorre una chiusura formale per produrre effetti: basta la percezione concreta del rischio. Mine navali, attacchi mirati a petroliere, minacce missilistiche costiere sono strumenti che possono far schizzare i premi assicurativi, rallentare i traffici, spingere verso l’alto i prezzi. L’Iran conosce il peso politico dell’energia nelle democrazie occidentali. L’inflazione, l’aumento dei carburanti, la pressione sulle filiere industriali hanno conseguenze immediate sul consenso.
Il terzo elemento è la dimensione politica interna americana. Se nei primi giorni di conflitto gli Stati Uniti hanno registrato perdite umane e materiali – inclusi abbattimenti di velivoli e danni a installazioni – l’effetto non si misura soltanto in termini militari. Ogni soldato caduto, ogni aereo perso, è un frammento di legittimità che si consuma. L’Iran sembra scommettere che la determinazione della leadership statunitense, incarnata da Donald Trump, possa logorarsi più rapidamente delle proprie scorte missilistiche. È una guerra di resistenza psicologica oltre che di arsenali.
Ma questa scommessa è accompagnata da un rischio speculare. L’Iran non possiede un numero infinito di missili balistici in grado di superare le difese integrate israelo-americane. Le sue capacità, pur sofisticate, sono vulnerabili a una campagna aerea sistematica contro depositi e rampe di lancio. Se l’escalation è stata rapida, è anche perché il tempo non gioca interamente a favore di Teheran. Più il conflitto si prolunga, più la superiorità tecnologica e militare dei suoi avversari può eroderne la capacità offensiva. Una parte degli analisti, però, indica questo elemento come un punto di forza di Teheran, abituata a conflitti lunghi e a una resilienza insospettabile.
Si configura così una corsa contro il tempo. L’Iran deve produrre un impatto politico immediato, trasformare la percezione della guerra in un problema insostenibile per Washington e Tel Aviv, prima che la propria capacità di colpire venga drasticamente ridotta. Gli Stati Uniti e Israele, al contrario, puntano a contenere il conflitto entro una soglia gestibile, degradando progressivamente il potenziale iraniano senza precipitare in un’occupazione o in un’escalation incontrollata.
Il diritto internazionale costituisce lo sfondo normativo di questa crisi, ma ne è anche una vittima potenziale. Attacchi su territori terzi, utilizzo di basi con il consenso dei governi ospitanti, obiettivi dual-use inseriti in contesti civili: ogni operazione rischia di scivolare in zone grigie. La qualificazione del conflitto come guerra internazionale diretta comporta obblighi stringenti di distinzione e proporzionalità. Tuttavia, quando la guerra si frammenta su più teatri e coinvolge attori statali e para-statali, l’attribuzione delle responsabilità diventa politicamente e giuridicamente complessa.
La strategia iraniana non mira alla vittoria militare classica. Mira a rendere la prosecuzione della guerra più onerosa della sua interruzione. È un calcolo freddo, che combina missili, petrolio e percezione pubblica. La domanda centrale non è quante armi restino nei depositi iraniani, ma quale sia la soglia di tolleranza politica degli Stati Uniti e di Israele di fronte a un conflitto che si estende e si complica.
Se la volontà americana dovesse incrinarsi prima che l’arsenale iraniano venga neutralizzato, Teheran potrebbe rivendicare di aver trasformato la propria inferiorità in leva strategica. Se invece Washington e Tel Aviv manterranno coesione e capacità operativa nel medio periodo, la Repubblica islamica rischierà di aver innescato una spirale che, lungi dal rafforzarla, potrebbe indebolirla strutturalmente, sul piano militare e su quello interno.
In questa fase, più che la forza bruta, sarà decisiva la tenuta politica. Le guerre contemporanee non si vincono soltanto nei cieli o nei mari, ma nella capacità di sostenere il costo del conflitto nel tempo. Ed è su questa linea sottile che si gioca la partita più pericolosa del Medio Oriente contemporaneo.



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