Da Hormuz a Suez: ombre di guerra sull’Africa


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di Franz Di Maggio

L’ombra lunga della crisi mediorientale si abbatte sul mondo intero e a farne le spese sono soprattutto quei Paesi le cui fragilità economiche e politiche rischiano di compromettere la vita di intere popolazioni. Per l’Africa il blocco dello stretto di Hormuz – dove transita il 20% del consumo globale di petrolio – ha effetti pesanti e immediati.

Di tipo militare: abbiamo molte volte parlato delle infiltrazioni di stampo estremistico religioso nelle politiche di diversi Paesi e nell’alimentazione di conflitti regionali.

La “bolla” sciita potrebbe aggravare ulteriormente le tensioni settarie creando gravi rischi alla sicurezza interna di Paesi come la Nigeria:  la presenza di minoranze sciite e di reti storicamente legate a Teheran — come, ad esempio, il Movimento islamico della Nigeria (Imn) — rischia di riattivarsi con azioni per procura di tipo terroristico nel tentativo di colpire interessi occidentali nel continente.

Di tipo economico: aumenti dei costi alla pompa degli idrocarburi e blocchi in serie che minano la rete della logistica.  I colossi del trasporto marittimo come la danese Maersk, la tedesca Hapag-Lloyd e la francese Cma-Cgm hanno annunciato la sospensione immediata dei transiti attraverso lo stretto di Bab el-Mandeb e il Canale di Suez. Si tratta di un blocco con un impatto profondo, considerando che da Suez (la rotta più breve tra Asia ed Europa, ndr) transita tra il 12% e il 15% del commercio marittimo globale e circa il 30% del traffico container mondiale.

Le flotte mercantili sono dirottate verso il Capo di Buona Speranza. Questo cambiamento di rotta allunga notevolmente le tempistiche e genera  congestione per i porti sudafricani e l’impennata immediata dei noli marittimi.

Ad esempio le superpetroliere oggi si noleggiano anche a 200.000 dollari al giorno. A complicare il quadro logistico interviene anche il blocco dei cieli: le chiusure degli spazi aerei e lo stop sui grandi hub di Dubai e Doha — veri e propri snodi nevralgici per le connessioni verso l’Africa — colpiscono in modo diretto le catene del valore, i viaggi di lavoro e il flusso essenziale delle rimesse della diaspora, e non ultimo, il turismo, per alcune aree fonte di sopravvivenza.

Si veda il caso del Corno d’Africa dove Kenya ed Etiopia – paesi importatori totali di prodotti petroliferi al pari del Sudafrica – si troveranno conti energetici impensabili a fronte del crollo dell’industria turistica.

Non che stiano meglio i Paesi produttori di greggio. I prezzi molto più bassi ai quali – essendo vincolati a contratti a termine – sono sottoposti giganti della produzione come la Nigeria produrranno guadagni notevoli solo per i creditori esteri.

In questa situazione in Africa gli analisti prevedono solo benefici di cassa a breve termine grazie al caro-petrolio per paesi di transito come Libia e Angola.

Infine c’è da considerare che il maggior consumatore di petrolio, la Cina, nonché investitore in Africa su larga scala, potrà trovarsi in difficoltà a proseguire la sua politica infrastrutturale in Africa, dovendo far fronte a scelte logistiche volte a una maggiore attenzione nei confronti di “porti sicuri”.

Per molti dei Paesi in situazioni critiche è più che probabile una sensibile riduzione di supporti in termini di  aiuti umanitari e del supporto logistico-diplomatico che contribuirebbero a rendere il quadro ancora più instabile e a creare nuove aree di conflitto di difficile gestione.


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