Analisi di Francesco Gori
Lo Stretto di Hormuz è uno dei passaggi marittimi più brevi e allo stesso tempo più strategici al mondo. Situato tra il sud dell’Iran e la costa dell’Oman, collega il Golfo Persico con il Golfo di Oman e quindi con l’Oceano Indiano. La sua configurazione geografica è semplice ma decisiva: è l’unica rotta marittima naturale attraverso cui può uscire il petrolio e il gas liquefatto prodotti nei Paesi del Golfo verso i mercati globali.
Per comprendere l’importanza reale di questo stretto, è utile considerare non solo la sua funzione geografica, ma soprattutto i numeri che lo descrivono. Le stime più recenti della U.S. Energy Information Administration (EIA) indicano che nel 2023 il flusso di petrolio e prodotti petroliferi attraverso lo Stretto di Hormuz ha raggiunto in media circa 20,9 milioni di barili al giorno (b/d). Questo volume rappresenta più del 25 % dell’intero commercio marittimo di petrolio a livello mondiale, ovvero oltre un quinto del consumo globale di petrolio e liquidi energetici.
A questo dato si aggiunge l’aggiornamento EIA relativo al 2024: il flusso medio di petrolio attraverso Hormuz è stimato in circa 20 milioni b/d, e nel primo trimestre 2025 i volumi risultano “relativamente piatti” rispetto al 2024; nello stesso aggiornamento EIA si ribadisce che nel 2024 (e 1Q25) tali flussi hanno rappresentato più di un quarto del commercio globale marittimo di petrolio e circa un quinto dei consumi globali di petrolio e prodotti petroliferi.
| Indicatore (traffici nello Stretto di Hormuz) | Valore aggiornato | Periodo | Fonte |
|---|---|---|---|
| Petrolio (flussi via Hormuz) | 20,9 milioni b/d | media 2023 | EIA – Today in Energy |
| Petrolio (flussi via Hormuz) | ~20 milioni b/d | media 2024 (1Q25 stabile vs 2024) | EIA – Today in Energy |
| Quota sul commercio globale marittimo di petrolio | > 25% | 2024 e 1Q25 | EIA – Today in Energy |
| LNG (flussi via Hormuz) | ~10,0 Bcf/g (Qatar ~9,3 + UAE ~0,7) | media 2024 | EIA – Today in Energy |
| Quota sul commercio globale di LNG | ~20% | 2024 | EIA – Today in Energy |
| Destinazione Asia (quota dei flussi via Hormuz) | 84% (crude+condensati) e 83% (LNG) | 2024 | EIA – Today in Energy |
| Transiti marittimi “cargo-carrying” | ~107 navi/giorno (media) | stima su base AIS | Lloyd’s List |
| Transiti marittimi complessivi (ordine di grandezza) | ~138 navi/giorno (media storica) | indicazione “storica” | JMIC (ripreso da Argus) |
Questa quantità non è una semplice curva statistica, ma il dato di uno snodo tramite cui passano quotidianamente quantità immense di energia che alimentano i grandi sistemi industriali e di trasporto del pianeta. Per fare un esempio concreto, una sola enorme petroliera (un VLCC) può trasportare fino a 2 milioni di barili di petrolio: il flusso giornaliero attraverso Hormuz è paragonabile a decine di queste navi colme di greggio ogni giorno. Una precisazione utile, per dare un ordine di grandezza “a parità di capacità”: una VLCC trasporta tipicamente circa 1,9–2,2 milioni di barili, quindi un flusso di ~20 milioni b/d equivale grosso modo a circa una decina di carichi VLCC al giorno (al netto del fatto che nella realtà i carichi viaggiano su navi di taglia diversa e includono anche prodotti).
Il dato del traffico non riguarda soltanto il greggio: anche il gas naturale liquefatto (LNG) – la forma in cui il gas viene trasportato per via marittima – transita in quantità significative. Nel 2023 si stima che circa 10,4 miliardi di piedi cubi di LNG al giorno abbiano attraversato lo stretto, pari a circa un quinto del commercio globale di gas liquefatto.
Nell’aggiornamento EIA sul 2024, questa scala è confermata: circa il 20% del commercio globale di LNG ha transitato da Hormuz, con export stimato in ~9,3 Bcf/g dal Qatar e ~0,7 Bcf/g dagli Emirati Arabi Uniti (quasi la totalità dei flussi LNG del Golfo Persico che passano dallo stretto).
Questa concentrazione di flussi energetici non è casuale ma deriva dall’insieme di fattori che caratterizzano la regione: i principali Paesi esportatori di petrolio e gas (tra cui Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Iraq, Qatar e Iran) si affacciano sul Golfo Persico, e a oggi non esistono alternative marittime comparabili per portare queste risorse sui mercati internazionali.
In termini di destinazioni, la stragrande maggioranza di questi idrocarburi va verso mercati asiatici: Cina, India, Giappone e Corea del Sud sono tra i principali importatori, ricevendo insieme oltre l’80 % del petrolio che transita attraverso lo Stretto.
Le stime EIA per il 2024 quantificano questa “polarizzazione” asiatica: circa l’84% del greggio e condensati e l’83% dell’LNG transitati da Hormuz sono diretti verso mercati asiatici; inoltre, per il petrolio, Cina-India-Giappone-Corea del Sud rappresentano insieme il 69% dei flussi di crude+condensati via Hormuz nel 2024, mentre per l’LNG Cina-India-Corea del Sud pesano per il 52% dei flussi LNG via Hormuz.
Dal punto di vista logistico e commerciale, più del traffico energetico, lo stretto è una arteria irrinunciabile per la navigazione commerciale nel suo complesso. Le stime recenti suggeriscono che attraverso questo canale transitino ogni giorno centinaia di imbarcazioni di diversa categoria: dalle petroliere alle navi portacontainer, dai bulk carrier (merci sfuse) alle navi gasiere.
Anche se il totale varia di anno in anno e non esiste una singola fonte pubblica globale costantemente aggiornata su tutti i tipi di traffico, il fenomeno è un fatto ben documentato nella letteratura specialistica sul trasporto marittimo globale.
A supporto di un ordine di grandezza, analisi di traffico marittimo basate su tracciamento AIS citate da Lloyd’s List riportano una media di circa 107 navi “cargo-carrying” al giorno in condizioni ordinarie, mentre il Joint Maritime Information Center (JMIC) ha richiamato una media storica di circa 138 transiti giornalieri complessivi (valori che, per definizione, oscillano nel tempo e dipendono anche da condizioni operative e di sicurezza).
Dal punto di vista geopolitico, questa centralità ha una duplice implicazione: da un lato garantisce a Stati Uniti, Europa e Asia un’infrastruttura naturale per il commercio energetico; dall’altro rende lo stretto un punto estremamente vulnerabile a tensioni politiche e militari, poiché anche minime interruzioni delle sue rotte possono avere impatti immediati sui prezzi dell’energia, sulle assicurazioni marittime e sulle catene di approvvigionamento globali. Per esempio, crisi geopolitiche recenti hanno portato a oscillazioni dei prezzi del petrolio e a decisioni strategiche da parte degli operatori globali proprio perché è così concentrata la dipendenza da questo passaggio.
Un dato “di realtà” utile a rendere tangibile questa vulnerabilità è quanto riportato da Reuters nella crisi dei primi giorni di marzo 2026: la navigazione attraverso lo stretto risulta paralizzata per più giorni, con almeno 200 navi (tra cui petroliere, gasiere LNG e cargo) ferme all’ancora al largo dei principali produttori del Golfo secondo stime Reuters su dati di tracciamento, e con forti riduzioni dei transiti giornalieri riportate da centri di coordinamento e monitoraggio marittimo.
L’analisi dei dati e dei flussi rivela che lo Stretto di Hormuz non è un semplice corridoio geografico, bensì uno dei nodi più critici per il sistema energetico e commerciale mondiale. Qualsiasi perturbazione significativa del traffico – anche temporanea – non solo influenzerebbe i mercati energetici, ma avrebbe effetti a catena sull’economia globale, spingendo governi e imprese a ripensare strategie di approvvigionamento, rotte commerciali alternative e politiche energetiche di lungo periodo.



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