“Oriana Fallaci. Punto e basta”, un volume corale che racconta la scrittrice più divisiva del Novecento italiano


Condividi su

Con “Oriana Fallaci. Punto e basta. Il destino dell’Occidente visto da Manhattan”, Paesi Edizioni pubblica un libro dedicato a una delle figure più forti, discusse e ancora controverse del Novecento italiano. Il volume, inserito nella collana Atlantide, raccoglie i contributi di Simonetta Sciandivasci, Alessandro Trocino e Maria Cristina Bulgheri. Già dal sottotitolo emerge il centro del racconto: Manhattan, il luogo da cui Oriana Fallaci, negli ultimi anni della sua vita, guardò al trauma dell’Occidente, all’impatto dell’11 settembre e ai cambiamenti profondi del linguaggio politico e civile europeo.

Il senso dell’operazione editoriale va oltre la semplice commemorazione. Il volume si presenta come un attraversamento critico dell’ultima stagione fallaciana, cioè quella in cui la grande reporter diventa insieme testimone, polemista, simbolo pubblico e terreno di scontro. Non più soltanto la giornalista che aveva riscritto la grammatica dell’intervista politica, ma una coscienza esposta, estrema, spesso insofferente a ogni mediazione, capace di trasformare il proprio isolamento in una postazione morale e polemica. Il pregio di un saggio corale, in questo caso, sta proprio nella possibilità di restituire una figura non monolitica: una donna capace di suscitare ammirazione e rigetto, consonanza e rifiuto, e per questo ancora viva nel discorso pubblico. La presenza di firme come Sciandivasci, Trocino e Bulgheri suggerisce infatti una costruzione a più voci, dove ricostruzione storica, memoria personale e giudizio critico si intrecciano senza ridurre Fallaci a santino o a caricatura.

Per capire il senso di un libro del genere bisogna tornare alla traiettoria di Oriana Fallaci. Nata a Firenze il 29 giugno 1929, cresciuta in una famiglia antifascista, partecipò giovanissima alla Resistenza e portò per tutta la vita il segno di quell’esperienza: il rifiuto dell’obbedienza cieca, l’avversione per le verità ufficiali, la convinzione che la libertà non sia un concetto astratto ma una prova concreta, spesso aspra, da attraversare in prima persona. Cominciò molto presto a scrivere, collaborando da adolescente con Il Mattino dell’Italia Centrale; poi passò a Epoca e soprattutto a L’Europeo, il giornale nel quale costruì la propria statura di inviata e intervistatrice. Treccani e Rai Cultura ricordano questo avvio precoce come il primo nucleo di una vocazione assoluta, vissuta non come mestiere tra gli altri ma come destino totalizzante.

Fallaci fu infatti una delle grandi inventrici del giornalismo moderno in Italia. Non perché si limitasse a porre domande dure, ma perché trasformò l’intervista in un campo di tensione morale e narrativa. I suoi colloqui con leader politici e protagonisti della storia internazionale non cercavano soltanto informazioni: cercavano cedimenti, contraddizioni, scarti di verità. È anche per questo che la sua opera resta associata a libri come “Intervista con la storia”, mentre la sua attività di inviata la portò nei luoghi incandescenti della seconda metà del Novecento. Treccani ricorda il Vietnam come snodo decisivo della sua formazione pubblica; Rai Cultura la descrive come la prima donna italiana inviata di guerra capace di raccontare i grandi conflitti internazionali con una scrittura che univa corpo, rischio e riflessione.

Questa vocazione al contatto diretto con la storia ebbe anche un prezzo fisico. Il 2 ottobre 1968, durante il massacro di Tlatelolco a Città del Messico, Fallaci rimase ferita: Rai Teche ricorda che fu creduta morta e portata addirittura all’obitorio, prima che ci si accorgesse che era ancora viva. L’episodio è diventato quasi una scena originaria del mito fallaciano, perché riassume in modo brutale il suo modo di stare nel mondo: addosso agli eventi, mai in posizione protetta, mai neutra, mai davvero esterna a ciò che raccontava. In lei il reportage non era distanza ma immersione; la scrittura non cercava l’impersonalità, bensì una verità conquistata attraverso lo scontro.

Accanto alla reporter, però, c’era la scrittrice. Una parte essenziale dell’eredità di Fallaci passa da libri in cui la materia biografica, sentimentale e civile diventa forma letteraria. Treccani ricorda tra i suoi titoli maggiori “Il sesso inutile” del 1961, viaggio-denuncia sulla condizione femminile, e i grandi volumi che raccolgono i suoi reportage e le sue interviste; più tardi la sua opera si intreccerà anche alla figura di Alekos Panagulis, trasformata in letteratura e memoria politica. La centralità della questione femminile è uno degli aspetti che la critica contemporanea tende a rimettere in luce: non una femminista di scuola o di appartenenza, ma una donna che ha portato nello spazio pubblico una richiesta radicale di libertà, autonomia, responsabilità, perfino quando questa richiesta entrava in attrito con ogni appartenenza ideologica.

Il nodo più delicato, e probabilmente anche il cuore del libro di Paesi Edizioni, resta però l’ultima Fallaci. Dopo un lungo periodo newyorkese, gli attentati dell’11 settembre 2001 segnarono per lei una svolta ulteriore: da osservatrice severa dell’Occidente a voce sempre più apertamente polemica contro il fondamentalismo islamista e contro quella che considerava la debolezza culturale dell’Europa. In questa fase nascono testi come “La rabbia e l’orgoglio” e “La forza della ragione”, opere che ebbero enorme risonanza ma che suscitarono anche dure contestazioni e accuse di xenofobia o islamofobia. Una ricostruzione recente su El País insiste proprio su questa doppia verità: da un lato la lucidità di una intellettuale che seppe intuire alcuni conflitti identitari prima che diventassero centrali; dall’altro una scrittura sempre più estrema, che in diversi passaggi ha prodotto ferite, semplificazioni e un’enorme disponibilità alla strumentalizzazione politica. È precisamente qui che Fallaci smette di essere soltanto un’autrice e diventa un campo di battaglia simbolico.

Per questo “Oriana Fallaci. Punto e basta” è un volume di grande interesse, perché non sembra voler sciogliere il paradosso ma abitarlo. Da una parte la donna che ha aperto spazi nuovi alle giornaliste, ha imposto una lingua personale e inconfondibile, ha guardato in faccia presidenti, dittatori, rivoluzionari e generali senza accettare sudditanze. Dall’altra la figura degli ultimi anni, rinchiusa in una visione del mondo sempre più assediata, spesso ridotta da altri a vessillo identitario, a parola d’ordine, a icona di parte. Un saggio serio su Fallaci oggi non può scegliere una sola di queste immagini, perché la sua verità sta proprio nell’attrito tra grandezza e eccesso, coraggio e durezza, chiaroveggenza e unilateralità.

Tratteggiare la figura di Oriana Fallaci significa allora riconoscere una personalità quasi irripetibile. Era una scrittrice che voleva incidere, non compiacere; una giornalista che non concepiva la neutralità come comoda equidistanza; una donna che fece della libertà una disciplina interiore prima ancora che una bandiera pubblica. Il suo carattere fu spesso spigoloso, assoluto, talvolta persino feroce; ma proprio questa intransigenza la rese capace di rompere codici, posture, ipocrisie, soprattutto in un sistema mediatico e culturale a lungo dominato dagli uomini. La sua vita, come emerge anche dalle ricostruzioni biografiche e dai materiali conservati intorno alla sua eredità, fu una continua sovrapposizione di esistenza privata e lavoro, di scrittura e combattimento, di vocazione letteraria e urgenza civile.

Il valore di “Oriana Fallaci. Punto e basta” sta proprio qui: nel ricordarci che certi autori non si leggono per trovare conferme, ma per misurarsi con una contraddizione. Fallaci continua a bruciare perché nella sua voce convivono il meglio e il peggio di un’idea novecentesca di intellettuale: il coraggio di esporsi, la volontà di non servire il potere, il culto quasi sacrale della parola, ma anche il rischio dell’assolutizzazione di sé, della polemica come orizzonte totale, della ferita trasformata in giudizio definitivo. Un libro che scelga di raccontarla senza assolverla né liquidarla può allora essere non solo un omaggio, ma un utile esercizio di comprensione storica e critica. E oggi, in un tempo in cui il discorso pubblico tende a ridurre tutto a slogan, già questo sarebbe molto.

GLI AUTORI

Alessandro Trocino: Milano, classe 1965. È giornalista del Corriere della Sera dal 1999 dove ha lavorato prima in cronaca, poi come cronista parlamentare a Roma per 13 anni. Ora scrive di politica e cultura. Nel 2008 ha scritto, insieme ad Adalberto Signore, Razza Padana (Bur), nel 2011 ha pubblicato Popstar della cultura (Fazi), nel 2019 per Giunti La carbonara non esiste, nel 2024 per Paesi Edizioni ha pubblicato Scerbanenco a Milano e per Laterza ha pubblicato «Morire di pena», nel 2025.

Cristina Bulgheri: nata a Livorno e laureata in Lettere e Filosofia all’Università di Pisa con una tesi su Dante, autore che resta il suo principale riferimento culturale. Dopo cinque anni di insegnamento nella scuola primaria, è diventata giornalista professionista, formandosi al quotidiano Il Tirreno di Livorno, con cui tuttora collabora. Ha alternato nel tempo l’attività giornalistica all’insegnamento, anche in relazione alla crescita dei suoi tre figli. Da sempre attenta alla letteratura per l’infanzia, ha pubblicato C@ro Babbo Natale (Felici Editore) e nel 2024 per Paesi Edizioni ha pubblicato la graphic novel Berthe Morisot. Ha ricevuto riconoscimenti in diversi concorsi letterari. 

Simonetta Sciandivasci: 1985, giornalista. A La Stampa dal 2021, si occupa di cultura e costume. Ha lavorato al Foglio, la Repubblica, Linkiesta, Rolling Stone e in Rai come autrice e consulente. Il suo ultimo libro è I figli che non voglio (Mondadori).

Collana Atlantide

Collana di varia non ristretta a un solo genere, ma composta da una miscellanea di titoli dove figurano graphic novel, libri d’arte e fotografici, tascabili e biografie, manuali e altri testi della più diversa natura, opera tanto di esordienti quanto di navigati professionisti.


Condividi su