La guerra contro l’Iran e l’enigma strategico di Washington


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Di Francesco Levoni

A più di vent’anni dall’invasione dell’Iraq del 2003 guidata dagli Stati Uniti, il Medio Oriente si trova nuovamente al centro di una crisi militare di vasta portata. Washington, affiancata da Israele, ha aperto un nuovo fronte bellico contro l’Iran, un conflitto che, entrato ormai nella sua seconda settimana, sta rapidamente ridisegnando gli equilibri regionali. Tuttavia, mentre l’intensità degli attacchi missilistici aumenta e il numero dei bersagli colpiti continua a crescere, resta sorprendentemente opaca la finalità strategica complessiva dell’operazione. Le dichiarazioni del presidente statunitense Donald Trump, spesso mutevoli e talvolta contraddittorie, non hanno chiarito quale sia il vero obiettivo politico della guerra, lasciando aperta una questione cruciale: quale risultato finale intende ottenere Washington?

Dall’inizio delle ostilità, le forze statunitensi hanno condotto una campagna militare su larga scala, colpendo quasi duemila obiettivi all’interno del territorio iraniano. Gli attacchi hanno provocato l’eliminazione di diversi alti funzionari della Repubblica Islamica, tra cui la Guida Suprema Ali Khamenei, uccisa a Teheran all’avvio delle operazioni. Nei giorni successivi, la strategia offensiva si è estesa a infrastrutture sensibili del Paese, comprendendo impianti nucleari, aree civili e nodi cruciali dell’economia energetica, come raffinerie petrolifere e impianti di desalinizzazione.

Teheran ha reagito con una vasta controffensiva, lanciando centinaia di missili e migliaia di droni contro Israele e contro diversi Paesi del Golfo. Secondo le autorità iraniane, gli attacchi hanno preso di mira principalmente basi militari utilizzate dalle forze statunitensi, infrastrutture energetiche strategiche, sedi diplomatiche americane e, in alcuni casi, aree urbane.

Il bilancio umano del conflitto si aggrava di giorno in giorno. Finora, i bombardamenti statunitensi e israeliani hanno causato la morte di oltre 1.500 iraniani, tra cui almeno 200 bambini, di questi 160 sono rimasti uccisi nel bombardamento di una scuola. Anche le forze americane hanno subito perdite, con sette soldati morti nelle operazioni. Nonostante l’intensità della campagna militare e l’elevato costo umano, molti analisti osservano che l’amministrazione Trump non ha mai definito con chiarezza quale debba essere l’esito politico della guerra.

Una delle ipotesi più discusse riguarda la possibilità che la strategia statunitense punti, implicitamente, a un cambio di regime in Iran. L’uccisione di Khamenei il 28 febbraio — figura che aveva guidato la Repubblica Islamica per trentasette anni e che in precedenza aveva ricoperto anche la carica di presidente — ha rappresentato un colpo senza precedenti alla struttura del potere iraniano.

Sebbene Washington non abbia mai dichiarato apertamente l’intenzione di promuovere un “regime change”, diversi osservatori ritengono che l’impostazione militare dell’operazione suggerisca proprio questo obiettivo. Secondo Mustafa Hyder Sayed, direttore esecutivo del Pakistan-China Institute, la logica degli attacchi sarebbe stata quella di provocare una capitolazione immediata dell’apparato politico iraniano e, al tempo stesso, innescare una sollevazione popolare interna.

Anche Muhanad Seloom, professore di politica internazionale e sicurezza presso il Doha Institute for Graduate Studies, interpreta l’approccio statunitense come una sorta di scommessa strategica non dichiarata. L’idea di fondo sarebbe che l’eliminazione della leadership e di una parte significativa della struttura di potere possa causare il collasso del sistema politico iraniano oppure indebolirlo al punto da impedirgli di ricostruire la propria capacità strategica e la propria influenza regionale nel dopoguerra.

In questa prospettiva, la guerra non apparirebbe soltanto come un’operazione militare volta a neutralizzare specifiche minacce, ma come un tentativo più ampio di ridefinire gli equilibri di potere in Medio Oriente, con esiti che restano tuttavia profondamente incerti.


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