di Alessandro Aramu
La nuova ondata di attacchi che ha colpito l’Iran conferma che il conflitto innescato dagli attacchi di Israele e Stati Uniti è entrato in una fase diversa: meno concentrata sulla sola degradazione di capacità militari e sempre più esposta a un effetto politico e umano incontrollabile. Negli ultimi giorni sono portati avanti raid ripetuti su infrastrutture energetiche e militari nell’area metropolitana, dentro una campagna avviata che ha già ampliato il raggio della guerra ben oltre il perimetro di uno scontro “chirurgico”.
Il punto centrale, oggi, non è soltanto dove cadono le bombe, ma che cosa producano. Quando le esplosioni vengono segnalate in quartieri densamente abitati della capitale o in grandi centri urbani dell’hinterland, il significato strategico cambia: la pressione militare non colpisce più soltanto l’apparato statale, ma investe direttamente la vita quotidiana di milioni di civili. I media internazionali hanno raccolto testimonianze su blackout, interruzioni di acqua e internet, paura diffusa e fuga da Teheran verso le frontiere. Gli attacchi hanno investito aree urbane e infrastrutture sensibili, con un bilancio umano e materiale ancora in evoluzione.
È qui che la lettura geopolitica diventa più complessa di quanto suggerisca la sola dimensione militare. Sulla carta, una campagna del genere può essere pensata per erodere la catena di comando iraniana, colpire il programma missilistico, mettere sotto stress il sistema di sicurezza e aprire crepe politiche interne. È la logica, del resto, attribuita da più fonti occidentali all’offensiva israelo-statunitense: leadership, nucleare, missili, forze armate, nodi logistici. Ma tra l’obiettivo teorico e l’esito reale si è già aperta una frattura.
La guerra non sta mostrando, almeno per ora, segnali di collasso politico interno; al contrario, la società iraniana è attraversata dalla paura e non da una sollevazione contro il potere. Il richiamo di Trump e Netanyahu rivolto agli oppositori del regime di scendere in piazza e occupare i palazzi del potere è risultato quasi blasfemo davanti alle tonnellate di bombe cadute sulle teste dei cittadini iraniani, tutti, nessuno escluso.
Il regime, quindi, si mostra forte, vivace, reattivo, in quella saldatura tra tutte le componenti della società che tendono a proteggere lo Stato iraniano prima di qualunque altra cosa. Il motivo è storico prima ancora che politico. In Iran, come in molti sistemi sottoposti a pressione esterna, il nazionalismo difensivo tende a prevalere sulle fratture interne quando la minaccia viene percepita come esistenziale. Anche settori critici verso la Repubblica islamica possono sospendere il conflitto con il potere centrale nel momento in cui lo Stato appare sotto assedio. Tutti gli osservatori convergono su un fatto: non emergono prove di un’insurrezione innescata dai bombardamenti, mentre cresce piuttosto una logica di ricompattamento nazionale e di “economia di guerra” sotto controllo dei Pasdaran.
Da questo punto di vista, la tesi del cambio di regime appare più debole di quanto non sembri nei discorsi di chi sostiene l’intervento. Una campagna aerea esterna, soprattutto se associata a vittime civili, danni urbani e immagini di distruzione nel cuore della capitale, tende infatti a delegittimare meno il potere che il nemico esterno. Il regime può usare quei raid come prova della necessità di stringere il controllo interno, militarizzare ulteriormente la società e neutralizzare ogni dissenso bollandolo come favoreggiamento dell’aggressore. È un meccanismo classico: la guerra, invece di aprire una transizione, consolida l’apparato che avrebbe dovuto indebolire. Le analisi disponibili in queste ore vanno proprio in questa direzione, descrivendo un Iran che scommette sulla resistenza e sull’attrito, non un Iran vicino alla resa politica.
C’è poi un secondo livello, regionale, ancora più delicato. Gli attacchi di Israele e degli Stati Uniti non restano confinati entro i confini iraniani, ma innescano una dinamica di rappresaglia che tende ad allargarsi all’intero spazio mediorientale. Il Golfo, le rotte energetiche, le basi militari americane e gli alleati arabi di Washington entrano così, direttamente o indirettamente, nello stesso campo di tensione. L’Iran, consapevole dei propri limiti sul piano della superiorità aerea, appare orientato a compensarli attraverso una strategia di logoramento fondata sull’uso di missili, droni e pressioni indirette sugli equilibri energetici. Per questo il rischio non consiste soltanto in un’escalation militare lineare, ma in una destabilizzazione regionale a geometria variabile, nella quale infrastrutture petrolifere, traffico marittimo e centri urbani finiscono per diventare segmenti di un unico teatro bellico.
Anche sul piano umanitario la traiettoria appare profondamente allarmante. Gli attacchi contro depositi petroliferi e infrastrutture nell’area di Teheran producono effetti che vanno ben oltre l’impatto militare immediato: incendi estesi, fumi tossici, deterioramento della qualità dell’aria e rischi sanitari diffusi. In contesti urbani densi, colpire infrastrutture energetiche significa esporre la popolazione civile a una contaminazione potenziale dell’aria, dell’acqua e del suolo, aggravando condizioni di vita già rese fragili dalla guerra. Il danno, dunque, non si misura soltanto nel numero degli edifici colpiti o delle vittime immediate, ma nella progressiva erosione della vivibilità quotidiana: ospedali sotto pressione, mobilità ridotta, accesso alle cure più difficile, catene di approvvigionamento più vulnerabili.
Resta naturalmente un margine di incertezza su alcuni dettagli puntuali relativi ai singoli raid e alla precisa localizzazione di tutti gli obiettivi colpiti. Ma il quadro generale appare sufficientemente chiaro: la campagna aerea si è intensificata, l’area di Teheran è sottoposta a una pressione crescente, i danni civili aumentano, e l’idea che la sola forza militare possa produrre in tempi rapidi una trasformazione politica interna in Iran appare sempre meno persuasiva.
La conclusione, allo stato attuale, è netta. Più i raid penetrano nel tessuto urbano iraniano, più il conflitto smarrisce i contorni di un’operazione di neutralizzazione strategica e assume quelli di una guerra di logoramento totale. In questo scenario, Stati Uniti e Israele possono certamente infliggere danni severi all’apparato militare iraniano; altra cosa, però, è tradurre quei danni in un esito politico favorevole. Anzi, il rischio è che proprio l’intensificazione dei bombardamenti finisca per rafforzare la capacità di resistenza del potere iraniano, offrendogli la risorsa politica più efficace nei contesti d’assedio: la narrativa della sopravvivenza nazionale.

Alessandro Aramu – Giornalista professionista, direttore della Rivista di geopolitica Spondasud. Autore di reportage sulla rivoluzione zapatista in Chiapas (Messico) e sul movimento Hezbollah in Libano, ha curato il saggio Lebanon, reportage nel cuore della resistenza libanese (Arkadia, 2012). Per il quotidiano La Stampa ha pubblicato il reportage “All’ombra del muro di Porta di Fatima”, mostrando per la prima volta in Italia la nuova barriera che ha diviso il Libano da Israele. È coautore dei volumi Syria. Quello che i media non dicono (Arkadia 2013) e Middle East. Le politiche del Mediterraneo sullo sfondo della guerra in Siria (Arkadia Editore 2014) con la prefazione di Alberto Negri. E’ autore e curatore del volume Il genocidio armeno: 100 anni di silenzio – Lo straordinario racconto degli ultimi sopravvissuti (2015), con Gian Micalessin e Anna Mazzone; e autore, insieme a Carlo Licheri del docufilm Storie di Migrantes, vincitore del premio speciale del pubblico all’ottava edizione dello Skepto International Film Festival.



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