di Patrice Falkao
“Velate e cancellate”: l’Occidente lo ripete ossessivamente, come un mantra che lo dispensa dal guardare la realtà in faccia. “Libere e brillanti”, rispondono invece i numeri, inesorabili. Mentre i nostri media continuano a trasmettere immagini di donne costrette e represse, in Iran si sta compiendo un’altra rivoluzione, lontano dai riflettori, nel silenzio concentrato dei laboratori e delle aule universitarie.
Il 70%. È questa la percentuale di donne tra i laureati iraniani nelle discipline STEM — scienza, tecnologia, ingegneria e matematica. Un dato vertiginoso, soprattutto se lo si confronta con le nostre performance. In Francia, le donne rappresentano il 27% degli iscritti alle scuole di ingegneria. Negli Stati Uniti, in informatica, si fermano appena al 20%. Mentre le nostre società “liberate” faticano ancora ad attrarre le donne verso le carriere scientifiche, la Repubblica islamica dell’Iran, presentata come l’archetipo dell’oppressione patriarcale, produce la più alta percentuale di donne scienziate al mondo.
Come spiegare questo paradosso senza mettere in discussione almeno una parte delle nostre comode certezze?
Prendiamo un nome, uno solo, per cominciare: Maryam Mirzakhani. Nata a Teheran nel 1977, è cresciuta nell’Iran post-rivoluzionario, sotto il regime dei mullah. Ha studiato nelle università iraniane, velata, in anfiteatri separati per sesso. E nel 2014 questa donna ha ricevuto la medaglia Fields, il più prestigioso riconoscimento al mondo per la matematica, l’equivalente di un Nobel. È stata la prima donna nella storia a ottenere questa distinzione. Non la prima iraniana. La prima donna. In assoluto.
Che cosa ci dice questo simbolo? Che sotto il velo imposto c’è un cervello. Che nei laboratori iraniani ci sono dei geni. Che la privazione delle libertà formali non ha impedito la fioritura di un’intelligenza matematica straordinaria. E che l’Occidente, ossessionato dal tessuto, ha completamente mancato l’essenziale.
Ma Maryam non è un’eccezione isolata. È l’albero che nasconde una foresta.
Prendiamo Anousheh Ansari. Nata a Mashhad, lasciò l’Iran da bambina per farvi ritorno, da adulta, come turista spaziale. Nel 2006 è diventata la prima donna turista spaziale della storia e la prima iraniana a viaggiare nello spazio. Oggi è una figura di primo piano nell’industria tecnologica e spaziale globale.
Prendiamo Alenush Terian, astrofisica armeno-iraniana, pioniera dell’astronomia solare in Iran. Ha fondato il primo osservatorio solare del Paese e formato generazioni di scienziati. La sua battaglia per la scienza, condotta con una determinazione incrollabile, impone rispetto.
Che queste donne abbiano avuto successo talvolta dopo aver lasciato l’Iran o all’interno di istituzioni internazionali non cambia nulla nella sostanza: il loro genio si è formato, nutrito e consolidato nel terreno iraniano. È la società iraniana, con le sue contraddizioni, i suoi paradossi, la sua sete inestinguibile di sapere, ad aver generato questi spiriti d’eccezione.
La narrazione occidentale è una manipolazione proprio perché sceglie deliberatamente ciò che vuole vedere.
Vede il velo, non il cervello. Vede la costrizione, non la strategia. Vede l’oppressione del sistema, non l’agency delle donne. Presenta le iraniane come vittime passive, quando invece sono protagoniste decisive del proprio destino.
Perché c’è una cosa essenziale da capire: per le donne iraniane, l’eccellenza accademica è diventata un’arma di resistenza di massa.
Di fronte a uno spazio pubblico sempre più ristretto, a un codice civile discriminatorio, a una società che vorrebbe relegarle alla sfera domestica, hanno investito in massa nell’unico territorio che il regime aveva aperto loro, forse senza volerlo davvero: l’università. Hanno trasformato l’istruzione nel loro cavallo di Troia. Si sono infilate in quella breccia con una determinazione che l’avversità ha reso incrollabile.
Il risultato? L’Iran conta oggi più donne ingegnere della maggior parte dei Paesi europei. Più donne medico. Più donne ricercatrici. I laboratori di Teheran sono in maggioranza femminili. I dipartimenti di scienze fondamentali sono diretti da donne. Molte scoperte scientifiche iraniane portano nomi di donne.
Ed è precisamente questa realtà che la narrazione dominante rifiuta di integrare.
Perché? Perché è scomoda. Perché incrina le nostre certezze. Perché ci costringe a guardare altrove rispetto allo specchio deformante dei nostri pregiudizi. Perché mostra che, su un terreno essenziale — l’accesso delle donne alle carriere scientifiche di punta — una teocrazia musulmana fa meglio delle nostre democrazie liberali.
Questa contraddizione è insopportabile per un certo discorso occidentale. E allora la si ignora. La si minimizza. La si presenta come un’eccezione marginale. Si preferisce filmare le proteste e il velo piuttosto che i laboratori e i diplomi.
Ma le donne iraniane, loro, non si lasciano ingannare.
Sanno che la loro lotta sarà lunga. Sanno che il cammino verso l’uguaglianza giuridica è disseminato di ostacoli. Sanno che il regime le reprime nelle strade. Ma sanno anche di possedere una forza che nessuno potrà sottrarre loro: il sapere. Quel sapere che le rende interlocutrici che persino il potere è costretto a rispettare. Quel sapere che consente loro di occupare posizioni strategiche nella società. Quel sapere che prepara, pazientemente, il dopo.
“Donna, Vita, Libertà” non è il grido dell’ignoranza. È il grido di donne che hanno avuto accesso alla conoscenza e che, forti di quella conoscenza, rifiutano ormai l’ingiustizia. Le migliaia di donne che manifestano nelle strade di Teheran sono le stesse che affollano le aule universitarie. La loro rivolta è quella di una coscienza illuminata.
Allora sì, è tempo di cambiare sguardo.
È tempo di capire che le donne iraniane non sono le sagome sfocate di un reportage condiscendente. Sono Maryam Mirzakhani, genio della matematica. Sono Anousheh Ansari, pioniera dello spazio. Sono Alenush Terian, madre dell’astronomia solare iraniana. Sono quel 70% di laureate STEM che fa dell’Iran un laboratorio unico al mondo di emancipazione attraverso il sapere.
L’Occidente continua a piangerle addosso. Nel frattempo, loro costruiscono il futuro.
E quel futuro, quando arriverà — perché arriverà — non assomiglierà in nulla a ciò che i nostri racconti semplificatori avevano immaginato. Sarà brillante, colto, libero. Proprio perché queste donne, ancora oggi costrette nei loro corpi, hanno coltivato il proprio spirito con un’ostinazione che impone ammirazione.
Donne dell’Iran: non l’ombra da compiangere, ma la luce che illumina il cammino.



e poi