Tra Ucraina e Iran: il paradosso dell’incontro tra Zelensky e Pahalavi


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Di Giulia Boschi

L’incontro a Parigi tra il presidente ucraino Volodymyr Zelenskyy e il principe ereditario iraniano in esilio Reza Pahlavi presenta più di un elemento di singolarità. L’Ucraina è infatti impegnata in una guerra durissima con la Russia, un conflitto che continua ad assorbire quasi completamente le energie politiche, militari e diplomatiche di Kyiv. In questo contesto, il fatto che Zelensky scelga di incontrare una figura dell’opposizione iraniana segnala la volontà di estendere il confronto politico anche oltre il teatro europeo, collocando la guerra ucraina dentro una dinamica geopolitica più ampia.

La chiave di lettura più immediata riguarda naturalmente il ruolo dell’Iran nel conflitto. Teheran è accusata da tempo di fornire alla Russia droni e tecnologie militari che sono stati utilizzati negli attacchi contro le infrastrutture ucraine. In questo senso, il dialogo con Pahlavi può essere interpretato come un segnale politico rivolto direttamente alla leadership iraniana: un modo per indicare che l’Ucraina non considera l’Iran un attore neutrale, ma parte di un sistema di alleanze che sostiene lo sforzo bellico di Mosca.

Allo stesso tempo, la mossa si colloca nel quadro più ampio della diplomazia di Zelensky, che dall’inizio della guerra ha cercato di internazionalizzare il conflitto e di trasformarlo in uno scontro tra modelli politici e blocchi geopolitici. Incontrare figure dell’opposizione di paesi percepiti come vicini alla Russia serve anche a rafforzare questa narrativa, presentando la guerra in Ucraina come parte di una competizione globale tra sistemi politici.

Resta però il limite evidente dell’operazione. Nonostante la sua notorietà internazionale e il forte richiamo simbolico della dinastia dei Pahlavi, il ruolo di Reza Pahlavi nella politica interna iraniana appare oggi molto marginale. Le proteste che negli ultimi anni hanno attraversato il paese non hanno prodotto una leadership unitaria e, soprattutto, non si sono coagulate attorno alla prospettiva di una restaurazione monarchica. Il movimento monarchico conserva una certa visibilità nella diaspora, ma all’interno dell’Iran non rappresenta una forza politica organizzata capace di influenzare concretamente gli equilibri del potere.

Paradossalmente, le tensioni internazionali rischiano anzi di produrre l’effetto opposto rispetto a quello auspicato da chi punta su un cambiamento di regime. Nella storia politica iraniana, la percezione di una minaccia esterna ha spesso rafforzato la coesione interna attorno allo Stato. Gli attacchi e le pressioni attribuiti ai suoi avversari storici — in particolare gli United States e Israel — alimentano infatti una narrativa nazionalista che consente alla Islamic Republic of Iran di presentarsi come il baluardo della sovranità nazionale contro interferenze straniere.

In questo quadro, l’incontro tra Zelensky e Pahlavi assume soprattutto un valore politico e simbolico. Per il presidente ucraino rappresenta un modo per segnalare che il conflitto con la Russia si estende anche alla rete di alleanze che sostiene Mosca. Per Pahlavi, invece, si tratta di un’importante occasione di legittimazione internazionale, utile a rafforzare la propria immagine di possibile figura di transizione in un eventuale scenario post-repubblicano.

Rimane tuttavia una distanza significativa tra la dimensione simbolica di questo gesto e la realtà degli equilibri interni iraniani. Nonostante le difficoltà economiche e le tensioni sociali che attraversano il paese, il sistema politico costruito dopo la Iranian Revolution del 1979 non appare oggi vicino al collasso. In assenza di un’opposizione organizzata e di una leadership alternativa riconosciuta all’interno del paese, l’ipotesi di una transizione guidata da figure dell’esilio resta, almeno per ora, più un tema di dibattito internazionale che una prospettiva concreta della politica iraniana.


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