di Alessandro Aramu
In una fase di forte instabilità internazionale, segnata dall’intreccio tra crisi regionali, competizione strategica e ridefinizione degli equilibri globali, comprendere la posizione iraniana significa interrogare uno dei nodi centrali dell’attuale scenario geopolitico. Questa intervista con l’Ambasciatore della Repubblica Islamica dell’Iran in Italia, Mohammadreza Sabouri, si propone di offrire al lettore un punto di osservazione diretto sulle scelte, sulle priorità e sulla visione di Teheran. Le risposte che seguono consentono di collocare l’attualità entro una prospettiva più ampia, nella quale diplomazia, sicurezza e rappresentazione degli interessi nazionali si sovrappongono costantemente. Più che un semplice commento agli eventi, il colloquio restituisce il lessico politico con cui l’Iran interpreta la fase in corso. Per questo, il testo si presenta come uno strumento di lettura utile per chi voglia andare oltre la dimensione contingente della notizia.
Signor Ambasciatore, dal punto di vista della Repubblica Islamica dell’Iran, quali sono le cause principali dell’intensificazione degli attuali conflitti militari nella regione? E come interpretate il ruolo degli Stati Uniti e di Israele nello sviluppo di questa crisi e della guerra contro il vostro Paese?
Come sapete, l’Iran ha fatto ogni sforzo possibile per risolvere pacificamente le divergenze attraverso la diplomazia, ma per due volte, durante i negoziati, si è trovato a tradimento nel bel mezzo di una guerra. Pertanto affermo con decisione che la causa delle tensioni, dei conflitti e dell’instabilità nella regione può essere riassunta in una sola espressione: la natura aggressiva e occupante del regime sionista.
Sin dai tempi dell’artificiosa istituzione del regime israeliano nella regione, si può osservare come guerra e aggressione siano state strettamente legate alla presenza di questo regime in Medio Oriente. Per esempio, dal 7 ottobre fino ad oggi Israele ha attaccato più di otto Paesi della regione. Inoltre ha aggredito l’Iran due volte nel mezzo dei negoziati nucleari tra Iran e Stati Uniti.
Ritengo infatti che il più grande nemico del regime israeliano sia la pace e la stabilità regionale. Anche l’amministrazione Trump, nonostante gli slogan del movimento MAGA, è caduta nella trappola della guerra di Netanyahu. Oggi si può osservare che, a causa delle crisi economiche e regionali generate, la popolarità di Trump è drasticamente diminuita. Appare evidente che un presidente che affermava di essere il “presidente della pace” si è trasformato in un presidente bellicoso e aggressivo che ha messo la regione e il mondo in pericolo di instabilità.
Questo conflitto ora coinvolge diversi attori regionali e non riguarda più soltanto Iran, Israele e Stati Uniti. I Paesi del Golfo accusano l’Iran di essere il principale responsabile dell’espansione della guerra e sostengono che i vostri attacchi non si limitino alle basi militari statunitensi ma colpiscano anche luoghi civili, come aeroporti e zone residenziali. Come rispondete a queste accuse?
L’Iran ha sempre insistito su una politica di buon vicinato basata sugli interessi comuni e sul rispetto reciproco. Negli ultimi oltre 200 anni l’Iran non ha attaccato nessuno dei suoi vicini.
Tuttavia, l’Iran ha sempre dimostrato che nella legittima difesa della propria integrità territoriale e dei propri interessi non scenderà a compromessi con nessuno. Prima dell’inizio della guerra l’Iran aveva avvertito tutti i Paesi della regione che, in caso di aggressione degli Stati Uniti contro l’Iran, tutte le basi americane regionali utilizzate per attaccare l’Iran sarebbero state considerate obiettivi legittimi.
L’Iran non ha mai preso di mira aree residenziali o civili. Rispondiamo soltanto alle basi e agli interessi statunitensi nella regione. Alcune prove indicano inoltre che il regime israeliano, attraverso operazioni di false flag, cerchi di creare attacchi simulati per accusare l’Iran. Sono comunque certo che i Paesi della regione comprendano la differenza tra aggressione e legittima difesa.
Quale ruolo dovrebbero svolgere i Paesi della regione per prevenire una maggiore destabilizzazione del Medio Oriente?
Uno degli errori strategici dei Paesi della regione negli ultimi anni è stato affidarsi a una dottrina di sicurezza sotto l’ombrello protettivo degli Stati Uniti. Purtroppo tutti gli sforzi dell’Iran per creare un sistema di sicurezza collettiva regionale non hanno ricevuto sufficiente attenzione da parte dei Paesi della regione.
Oggi tutti possono osservare che la dottrina di sicurezza dei Paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo Persico non è riuscita a garantire benessere, sicurezza e stabilità duratura. Le basi americane, invece di creare sicurezza, sono diventate una fonte di insicurezza.
Pertanto i Paesi della regione devono agire con urgenza per ridurre le tensioni e l’instabilità e, ponendo fine alla presenza degli Stati Uniti nella regione, orientarsi verso una dottrina di sicurezza collettiva regionale.
Donald Trump ha giustificato l’intervento militare sostenendo che l’Iran sia vicino allo sviluppo di un’arma nucleare. Come risponde Teheran a queste accuse e quali garanzie può offrire sulla natura civile del proprio programma nucleare?
Ripetere molte volte una grande menzogna non la trasforma in verità. Trump nel 2018 si è ritirato dal più grande risultato del multilateralismo, cioè l’accordo nucleare (JCPOA), e oggi afferma che l’Iran vuole ottenere armi nucleari.
Nella dottrina militare e ideologica dell’Iran non è mai esistita la costruzione di armi nucleari. Basta guardare alla storia: Netanyahu da oltre trent’anni afferma che l’Iran è a pochi mesi dall’ottenere l’arma nucleare. Queste dichiarazioni servono solo a ingannare e a giustificare azioni militari.
In quanto membro impegnato del Trattato di Non Proliferazione (NPT), l’Iran è sempre stato pronto alla cooperazione, alla verifica e alla trasparenza nelle attività nucleari. L’ironia amara della storia è che Israele, unico possessore di armi nucleari in Medio Oriente e non membro dell’NPT, si dichiari preoccupato per il nucleare iraniano. Il fatto che, attraverso menzogne e distorsioni, si cerchi di scambiare il ruolo dell’accusato con quello della vittima non cambia la realtà.
Quali sono i principali ostacoli rimasti per raggiungere un accordo, in particolare riguardo all’arricchimento dell’uranio?
L’accordo era completamente alla portata. Basta ascoltare il messaggio e l’intervista del ministro degli Esteri dell’Oman, mediatore dei negoziati, dopo l’ultimo ciclo di colloqui a Ginevra: ha dichiarato chiaramente che erano stati compiuti progressi concreti e che un accordo era possibile.
Tuttavia sottolineo che per il regime israeliano il miglior accordo era il mancato accordo. Ogni volta che i negoziati si avvicinano a un progresso o a un’intesa, questo regime, bombardando, fa fallire il tavolo negoziale.
L’arricchimento dell’uranio è un diritto fondamentale di tutti i Paesi membri dell’NPT. L’Iran nei negoziati recenti ha mostrato grande flessibilità sulle questioni nucleari per raggiungere un accordo. Ma oggi appare chiaro che i negoziati erano soltanto un inganno per creare l’effetto sorpresa all’inizio della guerra.
Questo precedente farà sì che in futuro nessuno nel mondo si fidi più dei negoziati come strumento per risolvere pacificamente le controversie. Oggi il negoziato rischia di essere percepito come un’operazione ingannevole.
Considerando il conflitto e il fallimento dei recenti negoziati nucleari, esiste ancora spazio per una soluzione diplomatica? Quali condizioni ritiene l’Iran necessarie per riaprire il dialogo con la comunità internazionale?
Come ho già affermato, l’Iran non ha mai cercato la guerra né l’instabilità e ha sempre sostenuto ogni iniziativa politica e diplomatica. Ritengo ancora che le questioni controverse non abbiano alcuna soluzione che non sia politica.
Tuttavia, oggi, dopo la brutale aggressione di Israele e degli Stati Uniti, la situazione è cambiata. Anche se non desideriamo proseguire la guerra, abbiamo visto che l’accettazione del cessate il fuoco in buona fede non ha impedito il verificarsi di nuove aggressioni. Per questo motivo il presidente dell’Iran, Pezeshkian, ha espresso chiaramente tre condizioni fondamentali per la fine della guerra.
La prima condizione è il riconoscimento dei diritti legittimi dell’Iran. Ciò significa che la comunità internazionale deve riconoscere i diritti politici e di sicurezza dell’Iran, che Teheran considera legittimi sulla base del diritto internazionale.
La seconda condizione è il risarcimento dei danni causati dall’aggressione. In altre parole, i danni umani e materiali inflitti al Paese devono essere compensati e devono essere pagate le relative riparazioni.
La terza condizione riguarda forti garanzie internazionali per prevenire futuri attacchi. Vogliamo che esistano garanzie internazionali affinché in futuro non si verifichino nuovamente aggressioni contro l’Iran.
In sostanza, non appena l’aggressione verrà fermata e l’attuazione di queste condizioni sarà garantita, l’Iran sarà pronto a sospendere le proprie risposte legittime.
In Occidente alcuni analisti ritengono che le proteste interne in Iran abbiano influenzato la strategia degli Stati Uniti, inducendo l’amministrazione Trump a considerare il sistema politico iraniano più vulnerabile e quindi ad avviare un’operazione militare con l’obiettivo di un “cambio di regime”. Come risponde Teheran a questa interpretazione?
In quale sistema democratico del mondo non esistono proteste? Se non vi fossero proteste, si dovrebbe concludere che in quel Paese esiste una dittatura e un clima di repressione.
Tuttavia, ciò che è accaduto in Iran non è stata una protesta, ma disordini e terrorismo di strada. Giustificazioni ridicole come “intervento umanitario” o “guerra preventiva” servono solo a ingannare l’opinione pubblica mondiale.
Uccidere migliaia di persone innocenti, tra cui oltre 165 giovani studentesse, con il pretesto di difendere il popolo significa la morte dell’etica e della legge. In una comunità internazionale basata sulla legge della giungla nessuno potrà mai sperimentare sicurezza e tranquillità.
Ritiene che le proteste interne in Iran siano state organizzate dall’esterno per destabilizzare il Paese, oppure pensa che esistano fattori interni che richiedono un’azione coraggiosa delle autorità governative per rispondere alle richieste di una parte della popolazione?
Certamente i recenti disordini all’inizio del 2026 sono stati organizzati con il coordinamento e la cooperazione di attori esterni. Se all’inizio alcuni erano dubbiosi su questo punto, oggi tutti riconoscono che l’obiettivo dei disordini in Iran era creare un pretesto per un’aggressione esterna.
Fin dall’inizio il governo iraniano ha dichiarato ai manifestanti di aver ascoltato le loro proteste e di essere pronto ad avviare alcune riforme per migliorare la situazione economica. Tuttavia è evidente che questi disordini avevano un altro obiettivo.
Se gli Stati Uniti e Israele dovessero tentare di eliminare la nuova leadership iraniana in caso di minaccia, quale sarebbe la vostra reazione?
Riteniamo che l’assassinio e l’eliminazione fisica siano parte della natura del regime israeliano e che in questo ambito non si pongano alcun limite.
Abbiamo dichiarato fin dall’inizio che a qualsiasi azione della controparte risponderemo con fermezza e senza alcuna concessione. L’Iran, inoltre, non ha ancora utilizzato tutte le proprie capacità regionali e geopolitiche.
Tuttavia, se le controparti dovessero adottare misure non convenzionali, riceveranno certamente risposte adeguate e nuove.
In questo contesto di forte polarizzazione geopolitica, ritiene che l’Europa — e in particolare l’Italia — possa contribuire a facilitare il dialogo e ridurre le tensioni tra l’Iran e i suoi avversari? Vi aspettate che l’Italia svolga un ruolo attivo nella mediazione diplomatica?
Nel sistema internazionale attuale, che si trova in una fase di transizione, l’Europa non svolge più un ruolo di primo piano nelle dinamiche globali. A causa di decenni di politiche di totale allineamento agli Stati Uniti, l’Europa ha progressivamente perso la propria influenza. Oggi persino gli Stati Uniti non sono più disposti a sostenere i costi della sicurezza europea.
In queste condizioni aspettarsi un ruolo decisivo e costruttivo dell’Europa non è semplice. Tuttavia l’Iran ha sempre accolto positivamente qualsiasi iniziativa costruttiva basata su interessi comuni e rispetto reciproco.
Forse questo può rappresentare un punto di svolta per i Paesi europei, compresa l’Italia, affinché adottino politiche e iniziative più indipendenti basate su interessi condivisi, contribuendo così a prevenire l’espansione delle tensioni e dell’instabilità e a mettere alla prova le proprie capacità diplomatiche.
Nel medio periodo, quale modello di relazioni con l’Occidente immagina l’Iran: un confronto strategico destinato a continuare oppure un possibile nuovo equilibrio basato sulla sicurezza regionale e sulla cooperazione economica?
Oggi i Paesi europei si trovano di fronte al più grande rischio di sicurezza dalla fine della Seconda guerra mondiale, a causa dell’estremo unilateralismo degli Stati Uniti e dell’adozione della politica “Israel First”.
La regione e il mondo si trovano di fronte a un importante bivio storico: scegliere tra pace e stabilità oppure guerra e instabilità.
L’Iran non ha mai cercato il confronto o la tensione. Abbiamo sempre promosso il dialogo e l’interazione a livello globale. Tuttavia riteniamo che sia la regione sia l’Occidente vivano in una casa di vetro: non è possibile lanciare pietre contro la casa degli altri senza che anche la propria venga colpita.
Ciò significa che non si può pretendere che il popolo di un Paese viva sotto aggressioni, instabilità e povertà senza che ciò abbia conseguenze sugli altri attori internazionali.
Per questo l’Iran ha sempre cercato un’interazione costruttiva e una convergenza basata su interessi comuni e rispetto reciproco. È invece l’Occidente ad aver adottato nei nostri confronti politiche di sanzioni, pressione e guerra militare.
Ribadisco ancora una volta che invertire i ruoli tra accusato e vittima non serve a nascondere la verità.
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Alessandro Aramu – Giornalista professionista, direttore della Rivista di geopolitica Spondasud. Autore di reportage sulla rivoluzione zapatista in Chiapas (Messico) e sul movimento Hezbollah in Libano, ha curato il saggio Lebanon, reportage nel cuore della resistenza libanese (Arkadia, 2012). Per il quotidiano La Stampa ha pubblicato il reportage “All’ombra del muro di Porta di Fatima”, mostrando per la prima volta in Italia la nuova barriera che ha diviso il Libano da Israele. È coautore dei volumi Syria. Quello che i media non dicono (Arkadia 2013) e Middle East. Le politiche del Mediterraneo sullo sfondo della guerra in Siria (Arkadia Editore 2014) con la prefazione di Alberto Negri. E’ autore e curatore del volume Il genocidio armeno: 100 anni di silenzio – Lo straordinario racconto degli ultimi sopravvissuti (2015), con Gian Micalessin e Anna Mazzone; e autore, insieme a Carlo Licheri del docufilm Storie di Migrantes, vincitore del premio speciale del pubblico all’ottava edizione dello Skepto International Film Festival. Direttore editoriale di VisiOnAir conduce un format radiofonico dedicato alla geopolitica chiamato Spondasud On Air



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