Brasile, il sottosuolo conteso


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di Federica Cannas

Il presidente brasiliano Lula, durante il vertice della CELAC a Bogotà, ha pronunciato una frase che non ha bisogno di essere spiegata da nessuna analisi geopolitica. “Hanno già portato via tutto l’oro che avevamo, hanno portato via tutto l’argento, tutti i diamanti, hanno ucciso tutti gli indios e schiavizzato i neri per 330 anni. E adesso non permetteremo che usino di nuovo i minerali critici che appartengono al popolo brasiliano.” È la descrizione precisa di una partita in corso, silenziosa ma decisiva, attorno al sottosuolo brasiliano.

Per capire perché il Brasile sia diventato improvvisamente il centro di ogni agenda strategica globale, bisogna partire da un dato di fatto. Il Brasile detiene il 23% delle riserve mondiali di terre rare. Si tratta della seconda riserva al mondo, dopo la Cina. In numeri assoluti, sono 21 milioni di tonnellate metriche su un totale globale di 91,9 milioni. La Cina guida con 44 milioni di tonnellate, circa il 48% del totale mondiale, mentre il Brasile è un netto secondo con il 23%.

A questo si aggiunge una seconda eccellenza quasi monopolistica: il niobio, elemento fondamentale per superconduttori e industria spaziale, del quale il Brasile è il principale fornitore mondiale.
Questi numeri hanno assunto un peso geopolitico straordinario perché le terre rare non sono più materiali di nicchia. In ogni turbina eolica ci sono circa 200 chili di terre rare. Un caccia F-35 ne contiene circa 420 chilogrammi. Un iPhone ne incorpora otto elementi diversi. La transizione energetica e la supremazia militare dipendono letteralmente dallo stesso sottosuolo.

Il problema strutturale è che possedere le riserve non equivale a controllarle. La Cina detiene oltre il 70% della produzione mondiale di terre rare e una quota superiore all’80% della capacità di raffinazione. Più precisamente, nella separazione e raffinazione il predominio è quasi totale. La Cina detiene circa il 91% della produzione globale, lasciando la Malesia in un distante secondo posto. La sua quota nella produzione di componenti fondamentali per motori di veicoli elettrici, turbine eoliche e sistemi di difesa è passata dal 50% di vent’anni fa all’attuale 94%. Questo dominio è il frutto di decenni di pianificazione industriale statale avviata da Deng Xiaoping negli anni Ottanta, che ha progressivamente integrato l’intera catena del valore dall’estrazione alla produzione di componenti finiti.

La conseguenza è che l’intera filiera globale può essere descritta come una “curva a sorriso”. Il valore aggiunto più basso si trova nell’estrazione, cresce esponenzialmente nella raffinazione intermedia e raggiunge il suo apice nella produzione di componenti high-tech. L’Occidente ha delocalizzato la fase intermedia, sporca e complessa, per concentrarsi sulle estremità. La Cina ha occupato quello spazio, impadronendosi del punto di controllo dell’intera filiera. Chi possiede il minerale grezzo ma non sa trasformarlo è costretto a spedirlo a Pechino e reimportarlo lavorato. Esattamente la situazione attuale del Brasile.

In Brasile le esportazioni di terre rare nel 2025 hanno raggiunto il record di 13,3 milioni di dollari, quasi quadruplicando rispetto ai 3,6 milioni dell’anno precedente. Ma la quasi totalità di queste spedizioni è diretta in Cina. Il paese esporta materie prime e importa prodotti finiti, compreso l’84% dei suoi veicoli ibridi.

Questa vulnerabilità strutturale si è trasformata in crisi aperta nell’aprile del 2025, quando Pechino ha introdotto nuovi controlli alle esportazioni di terre rare, imponendo licenze speciali per la loro vendita all’estero. Il provvedimento ha bloccato numerosi settori industriali, quali difesa, auto elettrica, elettronica avanzata, costretti a fronteggiare difficoltà nelle catene di approvvigionamento. In ottobre, la Cina ha esteso le restrizioni alle tecnologie e ai processi industriali legati alle terre rare, vietando alle aziende cinesi di fornire senza licenza assistenza tecnica a soggetti esteri impegnati nella lavorazione delle terre rare. L’obiettivo è impedire che altri paesi costruiscano la capacità di raffinazione autonoma di cui oggi non dispongono.

È in questo contesto che si comprende la corsa al sottosuolo brasiliano. Gli Stati Uniti hanno organizzato a San Paolo un forum sui minerali critici con rappresentanti di sei agenzie federali, guidati da un consigliere del Consiglio di Sicurezza Nazionale della Casa Bianca. Washington ha poi firmato a San Paolo un memorandum d’intesa con il governo dello Stato di Goiás per sostenere l’esplorazione e la produzione di terre rare. Al forum, però, nessun alto funzionario del governo Lula si è presentato. L’assenza era il segnale inequivocabile di una tensione di fondo. Lula non ha citato nessun paese nelle sue dichiarazioni, ma le sue parole sono state interpretate come una diretta risposta all’interesse americano.

Il nodo del contendere, infatti, non è soltanto diplomatico ma industriale, e tocca il cuore della questione della sovranità. Brasilia non vuole ripetere il copione già vissuto con il legno, lo zucchero, il cacao e la soia. Vendere materia prima grezza e importare il prodotto finito, cedendo ad altri l’intero valore aggiunto della filiera tecnologica. Lula ha confermato la creazione di un consiglio nazionale per “custodire i minerali critici e le terre rare” e ha ribadito che Brasilia difenderà la propria sovranità. Sul piano operativo, il governo ha lanciato un fondo da un miliardo di reais per finanziare progetti sui minerali strategici, con l’obiettivo di costruire un’industria capace di trasformare questi minerali in leghe per batterie, turbine eoliche e motori elettrici.

La sfida è però immensa. Per aprire una nuova miniera servono in media otto anni. Un nuovo impianto di raffinazione richiede dai cinque ai sette anni. Uno stabilimento per produrre magneti dai tre ai cinque. E nel frattempo il Brasile non ha ancora le competenze industriali per percorrere autonomamente questo cammino. Serra Verde, l’unica grande miniera brasiliana di terre rare attualmente operativa, spedisce ancora il materiale in Cina per la lavorazione finale. Questo dato dimostra che la competizione non si decide soltanto nel sottosuolo di Goiás, ma nel tratto industriale che trasforma concentrati in ossidi separati, metalli e magneti.

La risposta di Brasilia a questo vincolo è chiara. Non concedere l’esclusiva a nessuno, tenere aperti più tavoli contemporaneamente, e usare la concorrenza tra acquirenti per alzare il prezzo e salire nella catena del valore. È una politica di diversificazione dei partner che nessuno dei contendenti vuole vedere articolata apertamente, perché nominarla significherebbe ammettere di essere in competizione, e quindi di non avere il controllo.

L’Europa è entrata in campo con l’accordo commerciale UE-Mercosur ratificato a gennaio 2026 e con i negoziati aperti da von der Leyen per investimenti congiunti in litio, nichel e terre rare. Il Critical Raw Materials Act europeo punta a raffinare entro il 2030 almeno il 40% del proprio fabbisogno di materie prime critiche, ma oggi il 98% delle terre rare usate in Europa arriva dalla Cina. Il divario tra l’obiettivo e la realtà è abissale. Nel frattempo, la Commissione europea sta valutando di destinare parte del futuro budget da 409 miliardi di euro alle catene di approvvigionamento dei materiali critici, con la Banca Europea per gli Investimenti che sta considerando di assumere quote di capitale in progetti minerari.

Quel che emerge con chiarezza è che il Brasile sta seduto al tavolo con tutti senza legarsi a nessuno. Accetta il dialogo con Washington, con Bruxelles, con Nuova Delhi, con Pechino. Ma pone come condizione non negoziabile che i minerali brasiliani devono essere trasformati in Brasile, e il Brasile deve risalire nella catena del valore, non restarne in fondo. È una posizione razionale, ma anche rischiosa. Richiede capitali, tempo, competenze e una coerenza politica che i cicli elettorali rendono difficile garantire.

C’è una frase del direttore esecutivo dell’Agenzia Internazionale dell’Energia, Fatih Birol, che sintetizza meglio di qualsiasi analisi la posta in gioco: sarebbe opportuno che i minerali fossero lavorati direttamente nei paesi che li estraggono. È esattamente quello che dice Lula, con accenti diversi. Il presidente brasiliano la chiama sovranità. Gli analisti la chiamano sicurezza delle catene di fornitura. In fondo, descrivono lo stesso fenomeno. Nel mondo che viene, chi controlla la trasformazione dei minerali critici controlla la tecnologia, e chi controlla la tecnologia controlla il potere. Il sottosuolo brasiliano non è soltanto una questione mineraria. È la frontiera più silenziosa e più decisiva della geopolitica del ventunesimo secolo.


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