di Bruno Scapini
Da fonti mediatiche attendibili, si apprende oggi il seguente caso di arresto in Armenia per motivazioni politiche. Domenica delle Palme. Chiesa di Sant’Anna in Yerevan. La folla di fedeli riempie il santuario in devozione di Cristo. D’un tratto, con spregiudicata, quanto ostentata, supponenza, il Primo Ministro, Nikol Pashinyan, fa irruzione nel sacro luogo accompagnato da uomini delle forze dell’ordine. Questi si aprono la via tra gli astanti con spinte e gomitate. Qualcuno dei fedeli reagisce, ma mantiene tuttavia la condotta entro i limiti di una comprensibile reciprocità. Tra questi, due giovani appena maggiorenni e un uomo vengono arrestati e tradotti in carcere. Motivo ufficiale dell’arresto: “interferenza con lecita attività politica”.
L’episodio, che si staglia sul fondo di un proscenio già profondamente infiammato da una crisi politica interna, è certamente emblematico della grave regressione che la democrazia in Armenia sta registrando dall’ascesa al potere dell’attuale Primo Ministro.
Chiediamoci: cosa mai può aver indotto Nikol Pashinyan a compiere un tale gesto irrompendo in una Chiesa in uno dei giorni più sacri della Cristianità per distribuire, nel bel mezzo di una liturgia, volantini a sostegno della sua causa politica?
Pur riconoscendogli la libertà di professare il più estremo agnosticismo religioso, il gesto testè perpetrato da Pashinyan, assumendo i tratti di una vera e propria profanazione di luogo sacro condotta per fini di utilitarismo politico e di discredito della stessa liturgia, integra gli estremi di una inammissibile violenza portata non soltanto nei confronti dei tre malcapitati, ma anche, e soprattutto, avverso la stessa istituzione ecclesiastica allo scopo precipuo di denigrarne il ruolo rivendicando, per contro, in nome dello Stato, un suprematismo inaccettabile.
Sappiamo già, sulla base di sgradevoli antefatti (vedi l’arresto di diversi Arcivescovi avvenuto negli ultimi otto mesi, il divieto di espatrio imposto allo stesso Patriarca, il Catholikos, e l’aperta critica condotta nei tempi più recenti avverso la Chiesa, tacciata di sovversione dell’ordine costituzionale), come sia preciso piano del Primo Ministro in questo momento screditare la Chiesta Apostolica – cosa che conduce con crescente acrimonia – in quanto ritenuta fattore di resistenza alla sua conferma al potere in occasione delle ormai prossime elezioni parlamentari di giugno.
Pashinyan, è ormai chiaro, sta giocando la sua partita politica sulla scacchiera armena in favore di quelle forze occidentali, ed europee più in particolare, che lo sostengono come figura politica idonea a portare a compimento la progettata transizione del Paese dal versante di tradizionale fedeltà a Mosca a quello più dubbio e infido occidentale, per fare dell’Armenia – sulla scia di quanto avvenuto con l’Ucraina – un altro elemento di destabilizzazione della fascia territoriale confinaria della Federazione Russa nel contesto di una azione volta ad infliggere a Mosca l’agognata sconfitta strategica.
Dalla sua ascesa al Governo, avvenuta nel 2018 in esito a una “rivoluzione di velluto” imposta da forze esterne, e costatagli una detenzione per fatti criminosi imputatigli a seguito dei gravi incidenti di piazza del 2008, il sostegno popolare inizialmente raccolto dal Primo Ministro è andato via via scemando fino a lasciare spazio ad una consistente opposizione consapevole della sconfessione oggi operata dalla sua azione politica nei confronti delle storiche cause nazionali: la reintegrazione dell’Artsakh (Nagorno Karabagh) nella sfera di sovranità armena e il riconoscimento internazionale del Genocidio del 1915. Espungere tali obiettivi dal suo programma politico, soprattutto a seguito della sconfitta subita con la guerra del 2020 imposta da Baku, è il grande passo intrapreso ora da Pashinyan in nome di una pretesa riconciliazione regionale. Uno sviluppo, questo, utile solo a compiacere gli interessi di qualche potenza occidentale e segnatamente: il Regno Unito per i diritti di sfruttamento delle miniere d’oro dell’Artsakh, ottenuti ancor prima che scoppiasse il conflitto, e gli Stati Uniti per il controllo del c.d. “corridoio di Zangezur”, una striscia di territorio armeno a valere quale strada di collegamento strategico tra Turchia e Azerbaijan.
Di fronte a questa progressiva crescita dell’opposizione, Pashinyan ha risposto con il peggiore dei modi: la repressione. Repressione condotta sia contenendo il dissenso tramite l’uso manipolativo dell’arma giudiziaria, sia affrontando criticamente la Chiesa Apostolica percepita quale fattore destabilizzante dell’ordine governativo. Ma è dubbio a tale riguardo che il Primo Ministro riesca nel suo intento di convincere l’elettorato ad abbandonare il sostegno alla Chiesa. Qui, Pashinyan dovrà ricorrere a tutte le sue capacità istrioniche per evitare il disastro politico; e ciò attesa la consolidata fedeltà del popolo armeno ad una Chiesa che di fatto si è rivelata nel corso della sua storia millenaria non soltanto come innegabile riferimento ideologico, oltre che religioso, per il popolo tutto cementandone la coesione, ma anche come fattore strutturante della sua stessa identità nazionale.
E’ dubbio, quindi, che questo scontro oggi in atto tra Stato e Chiesa, incentivato da un cieco opportunismo elettorale, possa portare giovamento alla causa del Primo Ministro. La fede è terreno particolarmente sensibile. Si sa. E avventurarsi in strategie politiche volte a sottometterla sotto la spinta di una spregiudicata ambizione di potere si è sempre rivelato nella grande Storia controproducente, causa di umiliazioni, se non addirittura di sconfitte. Forse questo, Pashinyan non lo ha ancora compreso, e per rimediarvi, invece di recarsi a Bruxelles per apprendere i precetti che ogni volta gli impartiscono i suoi padri istruttori della NATO e dell’Unione Europea, farebbe meglio a intraprendere un percorso rieducativo spirituale proprio a Etchmiadzin (sede della Chiesa Apostolica Armena), e a tal fine gli si potrebbe magari suggerire di iscriversi ad un corso intensivo di catechismo, chissà, forse proprio dal Catholikos!
Bruno Scapini – completati gli studi presso l’Università La Sapienza di Roma, entra in Carriera Diplomatica nel 1975 ricoprendo successivamente numerosi incarichi all’estero, presso Ambasciate e Consolati Generali (da ultimo quale Ambasciatore d’Italia in Armenia) e in Italia quale Ispettore del Ministero degli Affari Esteri e come Capo del Dipartimento degli Italiani nel Mondo presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri. Si è sempre impegnato nel sostenere la causa degli italiani all’estero e nel promuovere il Sistema Italia per lo sviluppo delle relazioni commerciali e culturali. Lasciata la Carriera nel 2014, inizia a scrivere articoli di geopolitica per diverse testate giornalistiche e riviste. Nel 2018 esordisce nella narrativa con romanzi di geopolitica. Le sue opere, ispirate alla denuncia delle criticità dei nostri tempi, riscuotono grande successo di pubblico e di critica avendo ottenuto prestigiosi riconoscimenti.



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