Hormuz, le mistificazioni di Trump e il prezzo dello scaricabarile


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Lo Stretto di Hormuz non è soltanto un passaggio marittimo: è uno dei principali dispositivi di regolazione del potere energetico mondiale. Quando entra in crisi, non si interrompe semplicemente una rotta commerciale, ma si mette sotto pressione l’intera architettura della sicurezza globale, dai mercati asiatici alla stabilità europea, fino alla tenuta politica interna degli Stati Uniti. È in questo quadro che va letta la linea di Donald Trump: non come realismo strategico, ma come un tentativo di trasformare una crisi sistemica in una narrazione di comodo, utile a deresponsabilizzare Washington e a scaricare i costi sugli altri.

I numeri mostrano con chiarezza dove si concentrerebbe il danno immediato in caso di paralisi prolungata dello Stretto. Nel 2024, secondo quanto ha riportato il New York Times, la Cina ha acquistato gas e petrolio transitati da Hormuz per 110 miliardi di dollari, l’India per 90, Giappone e Corea del Sud per 80 miliardi ciascuno. Gli Stati Uniti si fermano a 23 miliardi. In Europa, Francia e Italia risultano tra i paesi più esposti, con 13 e 11 miliardi.

Il baricentro dell’impatto diretto è dunque asiatico, con una significativa vulnerabilità anche euro-mediterranea. Ma da questo dato non discende affatto l’irrilevanza americana. Significa solo che gli Stati Uniti non sono il primo anello della catena del danno, non che possano considerarsi esterni alla crisi.

È precisamente qui che Trump costruisce la propria mistificazione. Quando afferma che gli Stati Uniti “non importano petrolio tramite Hormuz” e che dunque “spetta agli altri” farsene carico, non sta descrivendo la realtà: la sta manipolando. La U.S. Energy Information Administration stima infatti che nel 2024 gli Stati Uniti abbiano comunque importato circa 0,5 milioni di barili al giorno di greggio e condensati dai paesi del Golfo attraverso Hormuz. È una quota pari al 7% delle importazioni petrolifere statunitensi e al 2% dei consumi americani di liquidi petroliferi. Non è il livello di dipendenza dell’Asia, certo, ma è sufficiente a smentire la tesi secondo cui Washington non avrebbe nulla da perdere.

Lo stesso quadro conferma, semmai, un’altra verità: l’Asia è il principale terminale della rotta, non il suo unico ostaggio. Sempre secondo la EIA, nel 2024 l’84% del greggio e dei condensati e l’83% del GNL transitati da Hormuz erano diretti verso l’Asia. Ciò rafforza la centralità di Cina, India, Giappone e Corea del Sud nella geografia del rischio. Ma in un mercato energetico globalizzato questa concentrazione non immunizza gli altri attori. I prezzi non seguono la nazionalità delle petroliere; seguono la percezione del rischio, la disponibilità dell’offerta e la paura di una strozzatura prolungata. In questo senso, gli Stati Uniti restano pienamente dentro la crisi anche se ne subiscono una dipendenza fisica più contenuta rispetto al passato.

Il punto politico più rilevante, però, non è nemmeno questo. Trump parla di Hormuz come se fosse una perturbazione esogena, un problema capitato dall’esterno e prodotto da dinamiche altrui. Ma la sequenza degli eventi racconta un’altra storia. La chiusura  dello Stretto è arrivata come rappresaglia iraniana dopo gli attacchi statunitensi e israeliani contro l’Iran iniziati il 28 febbraio. In altre parole, Washington non si trova di fronte a una crisi indipendente dalle proprie scelte: si trova davanti a una crisi che ha contribuito ad aprire e che ora cerca di ridefinire come un onere altrui. Questo non è contenimento strategico. È scaricabarile geopolitico.

La logica politica trumpiana si rivela qui in modo quasi didascalico: alzare il livello dello scontro, accettarne il rendimento simbolico sul piano interno e poi trasferire il costo materiale agli alleati e ai partner commerciali più esposti. È un modello che funziona bene nella propaganda, molto meno nella gestione di un punto di strozzatura come Hormuz. Perché uno Stretto sotto minaccia non si “riapre” con una frase a effetto.

Infatti, anche la soluzione proposta da Trump appare poco più che un gesto retorico travestito da fermezza. Il 31 marzo, l’ex presidente ha invitato i paesi che non hanno partecipato all’operazione contro l’Iran a comprare petrolio americano oppure ad andare nello Stretto e “just TAKE IT”. Ma Hormuz non è un bene da recuperare con un atto di volontà. È uno spazio ad altissima densità strategica, dove transitava normalmente circa un quinto del petrolio e del GNL mondiali e dove i Pasdaran hanno avvertito che ogni nave in transito sarebbe stata considerata un bersaglio. In un contesto simile, il traffico commerciale non riparte perché qualcuno impartisce un ordine politico: servono copertura militare, regole d’ingaggio, difesa antimissile, bonifica da mine, catene assicurative sostenibili e un minimo di prevedibilità operativa. Senza questi elementi, la libertà di navigazione resta un principio astratto.

Su questo punto Emmanuel Macron ha espresso una posizione molto più seria e strategicamente coerente della postura trumpiana. Il presidente francese ha definito “irrealistica” un’operazione militare per forzare la riapertura dello Stretto, spiegando che richiederebbe “un’eternità” ed esporrebbe chi vi transita ai rischi posti dai Guardiani della Rivoluzione e dai missili balistici. Non si tratta di prudenza diplomatica nel senso debole del termine, ma di una valutazione concreta del rapporto tra costi, tempi e vulnerabilità. In sostanza, Macron riconosce ciò che Trump rimuove: Hormuz non è il teatro adatto per la teatralità strategica.

Anche l’analisi del Royal United Services Institute va nella stessa direzione. Secondo RUSI, una missione di scorta navale dentro Hormuz esporrebbe le unità a una minaccia stratificata fatta di droni, missili antinave e mine, mentre l’ipotesi di neutralizzare preventivamente tutte le piattaforme iraniane di lancio non è realistica. Anzi, l’istituto osserva che uno o due attacchi iraniani riusciti al giorno potrebbero rappresentare il costo minimo inevitabile di una campagna navale prolungata in quelle acque. È una valutazione che demolisce la fantasia di una riapertura rapida e muscolare dello Stretto e che, di riflesso, mette a nudo la natura propagandistica delle parole di Trump.

C’è poi un secondo inganno, più sottile ma altrettanto rilevante. Trump lascia intendere che, poiché gli Stati Uniti oggi importano meno greggio del passato dal Golfo, possano permettersi di considerare Hormuz una questione secondaria. Ma è un errore di impostazione. Le economie integrate non sono vulnerabili solo alle quantità fisicamente importate; sono vulnerabili alle dinamiche di prezzo, alle aspettative dei mercati, ai colli di bottiglia logistici e alla trasmissione inflazionistica degli shock energetici.

Dopo l’escalation, e in assenza di un piano credibile per riaprire lo Stretto, la benzina media negli Stati Uniti ha superato i 4 dollari al gallone per la prima volta dal 2022, mentre il greggio americano e il Brent sono saliti verso quota 110 dollari. È il promemoria più semplice e più brutale del fatto che la dipendenza sistemica non scompare con la riduzione della dipendenza diretta.

Per questo la vera questione geopolitica non è stabilire chi dipenda di più da Hormuz in termini immediati, ma chi voglia assumersi la responsabilità dell’ordine che lo rende navigabile. L’Asia è oggi la principale vittima economica di una lunga paralisi dello Stretto. L’Europa resta seriamente esposta. Gli Stati Uniti non sono immuni né sul piano energetico né su quello politico. Eppure Trump prova a convertire una crisi nata dentro l’escalation Usa-Israele in un test di lealtà per gli alleati e in una leva per ridefinire a proprio vantaggio la distribuzione dei costi. Non è una strategia di potenza. È una politica di deresponsabilizzazione imperiale.

La verità, più sobria e più scomoda, è che a Hormuz non basta la postura. Non basta la provocazione verbale. Non basta nemmeno la superiorità militare astratta, se manca un quadro politico capace di tenere insieme deterrenza credibile, gestione del rischio e de-escalation. Trump sceglie invece la strada opposta: semplifica, scarica, spettacolarizza. Così facendo non riduce il conflitto, ma lo rende più difficile da governare. Ed è esattamente questo il prezzo dello scaricabarile: trasformare una crisi già grave in una crisi senza regia.


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