di Franz Di Maggio
Cronaca di un disastro ampiamente previsto. Quella cruda, che impietosamente espongono i rappresentanti di Medecins sans frontières in Congo e Uganda. “A 2 settimane dalla dichiarazione dell’epidemia di Ebola nella provincia di Ituri, la situazione è profondamente allarmante e rappresenta una legittima fonte di preoccupazione sia per le comunità sia per il personale sanitario in prima linea. Mai prima d’ora un’epidemia di Ebola aveva registrato così tanti casi a così poco tempo dalla sua dichiarazione.” – afferma il dott. Alan Gonzalez, vicedirettore delle operazioni di Medici Senza Frontiere (MSF) in occasione della visita a Bunia, nella provincia di Ituri, Repubblica Democratica del Congo.
Due le criticità maggiori: il virus Bundibugyo, per il quale non esistono vaccini approvati né trattamenti specifici, e che è particolarmente difficile da diagnosticare a causa della limitata capacita di effettuare test; la chiusura di frontiere e aeroporti che stanno ritardando l’arrivo di forniture mediche essenziali, aiuti umanitari e personale specializzato.
Senza alcun allarmismo, i dati – pochi – che vengono diffusi fanno presagire una diffusione velocissima del virus, e le organizzazioni presenti sul territorio sono insufficienti per coprire con un supporto adeguato una risposta all’altezza della crisi che stanno affrontando.
Ebola in Congo e Uganda si sta sviluppando in un contesto in cui i bisogni medici erano già estremamente elevati, e ora esiste un rischio concreto di un’intensificazione silenziosa di altri gravi problemi sanitari che le persone affrontano ogni giorno. Molte strutture sanitarie sono sovraccariche e l’accesso alle cure ordinarie, non legate all’Ebola, è compromesso.
Le autorità locali, impotenti di fronte al diffondersi del virus, tendono a consigliare alla popolazione l’autoisolamento come unica soluzione possibile in attesa di un provvidenziale vaccino che – però – necessita di tempo per essere sviluppato.
A questo si aggiunga la geopolitica: di fatto quell’area è da anni protagonista della guerriglia che i ribelli del M23 stanno conducendo. Gli stessi hanno il controllo di vaste aree nell’Est del Congo e il governo si smarca dalla problematica asserendo un sostanziale rifiuto da parte dei guerriglieri anche a far giungere aiuti nelle regioni controllate dal M23.
In questa totale incertezza e nell’immobilismo cresce la paura tra le comunità: nonostante la chiusura delle frontiere il virus si è già diffuso nella vicina Uganda, peraltro terra di rifugio delle popolazioni in fuga dalla guerriglia tra governativi e M23. La preoccupazione (egoista) del mondo occidentale a questo punto determina l’esigenza di aiuti concreti e di un piano che non si limiti a ostacolare l’arrivo del virus fuori da Congo e Uganda, ma che trovi efficaci risposte attraverso un piano coordinato con le organizzazioni presenti sul territorio per dare risposte alla popolazione dei due Paesi.




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