La guerra sta cambiando radicalmente il Medio Oriente: ogni giorno le crepe negli equilibri di potere diventano più profonde. Alla paura per l’Iran, che oggi appare ancora più pericoloso e instabile, si è aggiunta la sfiducia strutturale verso l’amministrazione Trump e il governo di Netanyahu. È in questo vuoto di potere, e in un clima di incertezza globale, che l’Arabia Saudita si è messa alla guida di un progetto potenzialmente in grado di rivoluzionare l’architettura della sicurezza nella regione: un’alleanza strategica con Pakistan, Turchia ed Egitto .
Stanno disegnando un patto militare, con intense ricadute economiche, che determina un effetto politico dirompente. Lo chiamano STEP, con le iniziali dei quattro Paesi, e qualcuno lo ha già ribattezzato «la Nato araba». A Riad, però, cominciano a usare un nome molto più evocativo: gli accordi di Maometto. Una definizione che sottolinea il ruolo propulsore del principe ereditario saudita Mohammed Bin Salman (MBS) ed evidenzia il legame tra i quattro popoli sunniti, rendendo subito chiaro come questo piano possa rappresentare, di fatto, la pietra tombale sugli Accordi di Abramo con Israele .
Per comprendere la genesi di questo quadrilatero, bisogna fare un passo indietro fino al 28 febbraio 2026. L’attacco congiunto di Stati Uniti e Israele contro l’Iran, ribattezzato Operation Epic Fury, ha innescato una reazione a catena che ha spaventato le cancellerie di tutto il mondo arabo . I sauditi, che sostenevano la mediazione omanita ed erano convinti che un compromesso fosse a portata di mano, sono stati trascinati nel conflitto senza preavviso e senza ricevere rinforzi significativi dagli americani .
L’amministrazione Trump, con la sua dottrina “America First”, ha dimostrato una volatilità che spaventa i tradizionali alleati di Washington. La volontà di riportare a casa le truppe americane e l’appoggio incondizionato alle iniziative militari di Israele hanno aperto un grande vuoto. Da allora, i Pasdaran iraniani hanno fatto pagare ai sovrani del Golfo il prezzo dello scontro, prendendo di mira le infrastrutture energetiche e minacciando la navigazione nello Stretto di Hormuz .
L’inizio di questo percorso di allontanamento da Washington era già stato segnato da un’operazione israeliana che ha creato una ferita profonda nei rapporti con le monarchie arabe: il raid del settembre 2025 in Qatar per uccidere i leader di Hamas. Uno shock a cui il principe Bin Salman ha risposto dopo poche settimane con la firma di un trattato con Islamabad che contiene una clausola di difesa reciproca simile all’articolo 5 della Nato .
Sulla carta, la coalizione musulmana mette insieme forze in grado di renderla autonoma. Un alto ufficiale del Golfo l’ha sintetizzata in poche parole: «I sauditi hanno i soldi, i pachistani i missili nucleari, i turchi la tecnologia e gli egiziani un esercito formidabile».
| Paese | Contributo strategico principale | Vulnerabilità da proteggere |
| Arabia Saudita | Risorse finanziarie, leadership diplomatica, peso energetico globale | Infrastrutture petrolifere, dipendenza storica dagli USA |
| Pakistan | Arsenale nucleare (circa 170 testate), esercito numeroso e addestrato | Economia fragile, tensioni al confine orientale con l’India |
| Turchia | Tecnologia militare avanzata (es. droni), posizione di cerniera tra NATO e Medio Oriente | Crisi valutaria, instabilità ai confini siriano e iracheno |
| Egitto | Esercito più grande del mondo arabo, controllo del Canale di Suez | Pressione demografica, dipendenza dai flussi commerciali |
In teoria, potremmo essere davanti all’alba di una nuova superpotenza regionale. I generali pachistani garantiscono l’ombrello del loro arsenale nucleare e delle loro forze armate, non moderne ma molto efficienti, e in cambio ottengono finanziamenti per puntellare un’economia senza risorse .
La Turchia di Recep Tayyip Erdogan, d’altra parte, si trova in una fase di esitazione post-americana. La guerra in Iran ha ricordato ad Ankara che un Medio Oriente senza la leadership USA offre maggiore spazio di manovra, ma è anche un mondo più pericoloso e senza regole . Il disgelo tra Egitto e Turchia, fino a quattro anni fa acerrimi rivali, si sta trasformando in una fratellanza d’armi: le aviazioni dei due Paesi si stanno esercitando insieme e valutano la creazione di uno stormo congiunto di caccia F-16 pronto a fare scudo ai cieli sauditi .
Sarebbe tuttavia un errore interpretare il meeting di Islamabad del marzo 2026 come la nascita di un fronte pro-iraniano o di una vera e propria alleanza militare integrata. Il punto non è stabilire se questi Paesi siano diventati improvvisamente indulgenti verso Teheran. Non lo sono. Riad è stata colpita dai missili iraniani, Ankara ha protestato per le violazioni del proprio spazio aereo.
Il quadrilatero STEP è piuttosto il tentativo di quattro potenze medie o medio-grandi del mondo sunnita di impedire che la guerra tra Israele, Stati Uniti e Iran ridisegni il Medio Oriente in modo binario . Questo gruppo teme l’Iran, ma teme ancora di più una regionalizzazione permanente del conflitto, il collasso dello Stretto di Hormuz, uno shock energetico globale e la trasformazione della sicurezza regionale in un dispositivo a guida esclusivamente esterna, israeliana e americana.
«Non basta più dire che esistono Stati pro-Iran e Stati anti-Iran. Oggi il sistema è attraversato da una linea diversa: quella tra attori che vogliono trasformare l’escalation in assetto stabile e attori che, pur non amando Teheran, ritengono quel risultato troppo costoso, troppo dipendente da potenze esterne e troppo rischioso per la propria sicurezza interna.»
La formazione del blocco STEP segna, di fatto, il congelamento, se non il fallimento definitivo, del progetto di normalizzazione israelo-araba promosso dagli Stati Uniti. Gli Accordi di Abramo, firmati nel 2020, si basavano sul presupposto che i governi arabi potessero formalizzare un’alleanza di sicurezza con Israele in funzione anti-iraniana, superando la questione palestinese. La brutale guerra di Gaza prima, e l’attacco all’Iran poi, hanno distrutto questa premessa agli occhi delle opinioni pubbliche arabe .
Nessun leader arabo, oggi, può permettersi il costo politico interno di una normalizzazione con Israele. L’Arabia Saudita, che sembrava vicina a un accordo storico, ha ricalibrato la sua bussola strategica. La Vision 2030 di Bin Salman ha bisogno di stabilità e investimenti, non di un conflitto regionale endemico.
In questo scacchiere in rapida mutazione, si muove silenziosamente un altro attore: la Cina. Pechino non ha sparato un colpo, ma si è posizionata con pazienza come l’attore di cui sia Washington che Teheran hanno bisogno. Il Medio Oriente guida ora gli investimenti della Belt and Road Initiative (Nuova Via della Seta), con l’Arabia Saudita che rappresenta quasi la metà dei progetti . Mentre gli Stati Uniti sganciano bombe, la Cina costruisce infrastrutture e media accordi, offrendo ai Paesi del Golfo quell’alternativa strategica che cercavano da tempo.
Se in passato le federazioni panarabe — dai tempi del baathismo, di Nasser, Saddam Hussein e Gheddafi — si sono rivelate effimere e destinate a dissolversi nel giro di mesi, oggi la determinazione dei quattro Paesi dello STEP sembra fondarsi su un pragmatismo dettato dall’urgenza. Insieme, Arabia Saudita, Turchia, Egitto e Pakistan sarebbero in grado di chiudere o tenere sotto tiro gli stretti chiave del commercio mondiale: Suez, Bosforo, Bab el-Mandeb e Hormuz. Un deterrente formidabile che né Washington, né Gerusalemme, né Teheran possono permettersi di ignorare.




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