Di Franz Di Maggio
Non era certo un mistero che l’attuale governo presieduto dal Ahmed Abiy avrebbe consolidato la sua posizione di potere in Etiopia attraverso le elezioni appena svoltesi in Rtiopia.. Proprio oggi il Consiglio elettorale nazionale etiope (NEBE) ha completato le sessioni di voto speciali riservate agli sfollati interni e ai membri delle forze di sicurezza. Con questa fase, il processo relativo alle settime elezioni generali procede verso lo scrutinio finale, superando le difficoltà logistiche nelle circoscrizioni più remote del Paese.
Le operazioni si sono svolte pacificamente in 442 campi militari e 82 rifugi, in conformità con l’articolo 17 del Codice di condotta elettorale che garantisce l’esercizio del voto in circostanze eccezionali. Il National Election Board of Ethiopia (Nebe), ha fornito un aggiornamento sui risultati parziali: il Partito della Prosperità consolida ulteriormente la propria posizione ottenendo altri 11 seggi parlamentari e 12 regionali, distribuiti tra le regioni di Oromia, Amhara, Benishangul-Gumuz e Gambella. Nella regione di Amhara, anche il Movimento Nazionale ha conquistato un seggio legislativo.
Il voto è stato preceduto dall’assenza di una vera campagna elettorale; secondo la Nebe, oltre 50,5 milioni di cittadini si sono registrati per partecipare al voto, il più grande esercizio elettorale della storia del Paese. Per organizzare le elezioni sono stati mobilitati 10 miliardi di birr, pari a circa 54 milioni di euro, e oltre 49.000 seggi elettorali distribuiti in questo vasto Paese di 1,1 milioni di chilometri quadrati.
Per la seconda volta consecutiva non si è votato nelle 38 circoscrizioni del Tigray. A oltre tre anni dalla firma degli accordi di Pretoria che hanno formalmente concluso la guerra tra il governo federale e il Tigray People’s Liberation Front (Tplf), le tensioni restano elevate. La piena applicazione degli accordi procede lentamente, mentre persistono profonde divisioni interne alla leadership tigrina e crescenti attriti tra Mekelle e Addis Abeba. Circa 800.000 sfollati interni non hanno ancora potuto fare ritorno alle proprie case, soprattutto nelle aree occidentali del Tigray, ancora sotto il controllo di forze amhara e milizie alleate. Diversi osservatori temono che il fragile equilibrio raggiunto dopo la guerra possa deteriorarsi nuovamente nei prossimi mesi.
La situazione in Amhara appare ancora molto confusa. Nella seconda regione più popolosa del Paese è ormai in corso un conflitto aperto tra le forze federali e le milizie nazionaliste Fano, che dal 2023 hanno preso le armi contro il governo: ulteriore segnale delle crepe che il più grande Paese del Corno d’ Africa sta evidenziando con il rischio di una possibile balcanizzazione dei conflitti in stile jugoslavo. Secondo l’ong Acled, oltre 1.600 attacchi sono stati registrati nell’ultimo anno, causando più di 4.800 morti, in un clima di violenza che ha provocato sfollamenti massicci e aggravato la crisi di un sistema sanitario già fortemente sotto pressione. Anche qui impossibile il voto in diverse circoscrizioni.
Problemi di sicurezza persistono anche in vaste aree dell’Oromia, la regione più popolosa dell’Etiopia. Qui continua a operare l’Oromo Liberation Army (Ola), gruppo armato nato da una frattura interna al movimento nazionalista oromo e che accusa il governo federale di aver tradito le aspettative di autonomia e rappresentanza politica emerse con la salita al potere di Abiy Ahmed (primo presidente etiope di origine Oromo) nel 2018.
Erano 23 i partiti registrati per partecipare alle elezioni e una riforma approvata nel 2025 ha abbassato dal 15 al 10% la soglia minima per accedere alla rappresentanza parlamentare, nel tentativo di favorire una maggiore pluralità politica. Tuttavia numerosi partiti di opposizione denunciano una competizione completamente squilibrata, caratterizzata da risorse limitate, difficoltà organizzative e uno spazio politico sempre più ristretto. Molti leader politici vivono in esilio o operano in condizioni difficili, mentre diversi osservatori definiscono queste elezioni tra le meno competitive dalla fine del regime del Derg (il famoso periodo del “terrore rosso”). Nel parlamento eletto nel 2021 il Prosperity Party (PP) controllava 485 dei 502 seggi una maggioranza schiacciante che rende inverosimile qualsiasi alternanza politica. Il PP beneficia di risorse, notorietà e strutture organizzative nettamente superiori rispetto ai suoi avversari, ma il processo democratico è relativamente giovane e molti partiti stanno ancora costruendo leadership, organizzazione e consenso sul territorio.
Anche la libertà di stampa risulta ampiamente compromessa. Secondo Reporters Sans Frontières, l’Etiopia occupa oggi il 148° posto su 180 Paesi nell’indice mondiale della libertà di stampa. In una nota pubblicata a pochi giorni dal voto, Amnesty International ha denunciato nuove restrizioni imposte ai media e agli osservatori.Negli ultimi anni giornalisti e media indipendenti hanno denunciato arresti, intimidazioni e crescenti pressioni da parte delle autorità. Tra i casi più emblematici vi è quello di Addis Standard, una delle principali testate indipendenti del Paese, che ha subito sospensioni amministrative, perquisizioni e procedimenti giudiziari. Negli ultimi mesi uno dei suoi editor Million Beyene è stato inoltre rapito per diversi giorni da uomini armati, in un episodio che ha alimentato ulteriori timori per la sicurezza dei giornalisti.
Sul piano economico, Abiy Ahmed arriva al voto rivendicando una profonda trasformazione del Paese, sostenendo massicci investimentiin grandi opere urbane e infrastrutturali. Attraverso il Corridor Development Project, Addis Abeba e numerose altre città stanno vivendo una rapida trasformazione fatta di nuove strade, piazze, piste ciclabili e spazi pubblici. È proprio su questa idea di modernizzazione e sviluppo che Abiy Ahmed continua a costruire gran parte della propria narrativa politica.
Ma c’è l’altra faccia della medaglia: nonostante il PIL continui a registrare tassi di crescita tra i più elevati dell’Africa, gli effetti della guerra nel Tigray, delle tensioni interne e degli squilibri macroeconomici hanno portato l’Etiopia al default sul debito estero nel 2023. Il governo ha quindi avviato un vasto programma di riforme sostenuto da un accordo con il Fondo Monetario Internazionale da circa 3,4 miliardi di dollari. La svalutazione del birr, la riduzione dei sussidi e l’apertura di alcuni settori dell’economia hanno contribuito a ristabilire alcuni equilibri, ma con effetti immediati sul costo della vita. L’inflazione resta attorno al 10%, mentre secondo la Banca Mondiale il tasso di povertà potrebbe raggiungere il 43% nel 2025.
La situazione regionale inoltre pare sempre sull’orlo del baratro di nuovi conflitti: restano elevate le tensioni con l’Eritrea, alimentate dalle dichiarazioni del governo etiope sulla necessità di ottenere un accesso diretto al mare e dai timori legati al porto di Assab.
Non si sono sopite le rivalità con l’Egitto attorno alla Grande diga del Rinascimento e la guerra in Sudan, dove Addis Abeba viene osservata con crescente attenzione per i suoi rapporti con gli Emirati Arabi Uniti e per le accuse di vicinanza alle Forze di supporto rapido (Rsf).
L’accordo con il Somaliland per una sorta di “affitto” del porto di Berbera, rischia di saltare da quando ha messo gli occhi sulla autoproclamata repubblica, il ben più ricco Israele (primo Paese al mondo ad aver riconosciuto l’ex protettorato britannico) che progetta di installare basi anti-Houti, in modo da frenare l’attività del gruppo armato di maggioranza zaydita, forte nel dirimpettaio Yemen.
CONCLUSIONI
Negli ultimi anni il primo ministro ha progressivamente concentrato il potere attorno alla propria figura e numerosi osservatori e analisti descrivono ormai il sistema politico etiope come sempre più vicino a forme di autocrazia.
Seguendo una visione di real politik, pochi contestano che Abiy abbia profondamente cambiato il volto dell’Etiopia. Dalle riforme economiche ai grandi progetti infrastrutturali, passando per la ridefinizione degli equilibri politici interni e regionali, il suo progetto resta legato all’idea di “prosperità”, il principio politico che ha accompagnato la nascita del Prosperity Party e gran parte della sua azione di governo.
Questo voto è semplicemente l’avallo necessario per la prosecuzione di un cammino, che tra guerre regionali e più estese crisi internazionali non pare scevro da ostacoli.




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