REPORTAGE/ Albania: verità e dubbi sulla rivoluzione dei fenicotteri


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di Franz di Maggio

TIRANA – Oltre un mese di proteste di piazza quotidiane:  l’Albania è attraversata da una mobilitazione che non ha precedenti recenti. Il 20 giugno, a Tirana, decine di migliaia di persone sono scese in piazza contro il governo, la corruzione sistemica e il potere crescente di oligarchi locali e investitori stranieri. Una protesta che ha preso il nome evocativo di “rivoluzione dei fenicotteri”, e che, proprio come gli uccelli che popolano le lagune albanesi, sembra essersi alzata improvvisamente in volo per attraversare l’intero Paese. Il resort di lusso da 4 miliardi di dollari previsto sull’isola di Sazan, un’area protetta e tra le ultime incontaminate del Mediterraneo è stato il punto di partenza della protesta: un progetto legato a interessi internazionali (americani, qatarini e, si dice qui, israeliti) , percepito da molti cittadini come l’ennesima svendita del territorio nazionale.

Negli ultimi decenni, infatti, l’Albania ha vissuto una trasformazione radicale: dal crollo del regime comunista a un modello di sviluppo segnato da un “capitalismo predatorio” e da un forte individualismo. Questo processo ha favorito la concentrazione del potere economico in poche mani, con oligarchie capaci di influenzare media, costruzioni e settori strategici, spesso intrecciandosi con economie illegali. Il risultato è un sistema percepito come profondamente diseguale, in cui il welfare è debole e le opportunità limitate, tanto che l’emigrazione continua a svuotare il Paese.

Abbiamo raccolto voci di diversi cittadini, e si nota immediatamente la frattura tra chi ha vissuto il periodo più duro dell’isolamento comunista e i giovani nati dopo l’avvento della democrazia. Frattura che è ancora più evidente tra lavoratori autonomi e studenti.

“Non ha ragione nessuno in questa situazione – dice sconfortato Besmir, tassista. – I politici hanno svenduto il Paese, ma chiunque fosse andato al potere l’avrebbe fatto. Il problema per molti di noi è che non possiamo più permetterci nemmeno le vacanze. Da quando sono arrivati europei e americani il costo della vita è salito oltre il tollerabile. Con uno stipendio di 700 euro al mese non puoi andare un giorno al mare, perché solo tra benzina, ristorante e lettini ti verrebbe a costare 150 euro. D’altronde non hanno ragione nemmeno coloro che protestano: non hanno niente di meglio da fare? Come fanno a vivere se ogni giorno stanno in piazza da oltre un mese? Qualcuno me lo deve spiegare. Anche i giovani, quelli che vanno alle manifestazioni, secondo me sono “comandati” da qualcuno. Qualcuno a cui conviene che l’Albania finisca male. E, ripeto, non è che questo governo stia facendo meraviglie per noi albanesi, tutt’altro. Come dite voi italiani… alla fine si stava meglio quando si stava peggio, almeno c’erano pane e servizi per tutti.”

Più tardi incontriamo Valbona, studentessa universitaria di lingue, le chiediamo chi ci sia al comando della protesta, perché gli anziani sospettino che il movimento dei “fenicotteri” sia eterodiretto da forze esterne al Paese delle Aquile.

“Chiaramente Rama e i suoi hanno messo in giro bugie. Ti sembra normale che un milione di persone vengano in piazza per protestare, e duecentomila ogni giorno vi tornino per un mese? Non ci sono leader riconosciuti né una struttura politica tradizionale. È un movimento orizzontale, trasversale, che unisce generazioni e categorie diverse: famiglie, giovani, anziani, diaspora. Una protesta che rifiuta le divisioni ideologiche classiche – destra e sinistra – per concentrarsi su un obiettivo comune: smantellare un sistema  corrotto. Lottiamo per la cancellazione delle leggi che favoriscono speculazione e concentrazione del potere, stop ai grandi progetti contestati, dimissioni del governo e nuove elezioni”.

“Siamo stanchi di un potere familiare costituito su modelli patriarcali e clientelari. Chiediamo spazio per costruire forme di partecipazione più democratiche e inclusive. Non vogliono vedere il cambiamento culturale: i politici attuali prima di tutti. Gli altri cercano di infilarsi nella protesta ma li teniamo a distanza. Nessuno si aspettava un movimento così in Albania”.

Le piazze albanesi continuano a riempirsi. Ma per quanto tempo? Come spesso accade in questi casi, il tempo sarà decisivo: per capire se questa energia collettiva riuscirà a tradursi in un cambiamento politico concreto o se verrà assorbita dal sistema che oggi “i fenicotteri” contestano.


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